Oggi, chi può davvero parlare a nome di tutte le persone LGBTQ+?
Riflessioni di Nazareno*
Due Pride a Napoli, uno contro l’altro. A Roma quasi tre, se non fosse per un compromesso al limite. Associazioni ebraiche escluse dai cortei. Gay conservatori cacciati dai palchi. Collettivi transfemministi che non riconoscono la legittimità dei Pride istituzionali. L’estate 2026 porta con sé una domanda che non si può più eludere: esiste ancora una sola comunità LGBTQIA+, e se sì, chi può parlare a suo nome?
Una frattura reale, non un incidente
La spaccatura non è nuova, ma quest’anno si è fatta visibile e concreta come mai prima. A Napoli il caso è esploso con più forza: da una parte il Napoli Pride storico, organizzato da Antinoo Arcigay con trent’anni di storia alle spalle; dall’altra Arrevutamm, rete queer e transfemminista, autofinanziata, senza sponsor, che scende in piazza il 20 giugno rifiutando ogni sovrapposizione con il corteo ufficiale.
Le accuse reciproche sono durissime e le narrazioni incompatibili: per un gruppo l’altro usa parole come “transfemminismo” in modo strumentale; per l’altro chi dissente è complice di logiche omonazionaliste. Una stessa piazza, due mondi che non si parlano.
Ma Napoli, come segnalano puntualmente le analisi di Gay.it, non è un caso isolato: è il punto di massima pressione di una tensione che percorre tutta la stagione dei pride italiani. A Roma, Milano, Firenze, Bologna, ovunque le comunità si moltiplicano e si dividono su chi rappresenta chi, con quali alleanze, su quali basi politiche.
Quella di Napoli è la versione più acuta di una tensione che nel 2026 attraversa tutta la stagione dei Pride italiani: chi rappresenta la comunità LGBTQIA+, con quali alleanze, su quali basi politiche. (Gay.it, Il Pride, Napoli e una frattura che riguarda tutta la comunità LGBTQIA+ maggio 2026)
Il problema non è di stile è strutturale
La filosofa e saggista britannica Helen Pluckrose, ospite del congresso di Certi Diritti a Torino, ha messo le dita nella piaga con una diagnosi scomoda: il nemico dei diritti LGBT oggi non è solo la destra. È anche una parte dell’attivismo che si autodefinisce Queer. Una frase che, nella nostra Community, ha innescato reazioni polarizzate — e che, proprio per questo, merita di essere pensata con serietà.
Secondo Pluckrose, i diritti LGBTQ+ nella loro fase più efficace si sono fondati su un argomento semplice e universale: siamo persone, il nostro amore è amore, la nostra vita privata non riguarda lo Stato. Un argomento liberale, che ha funzionato perché parlava a tutti.
L’attivismo queer contemporaneo, sostiene, ha abbandonato quella strada, sostituendo l’appello all’umanità condivisa con la politica identitaria — l’idea che la vita politica si organizzi attorno a gruppi in conflitto, ciascuno portatore di una propria verità morale.
Il risultato, nella sua analisi, è un movimento che “ha spesso assunto forme autoritarie”: pretende che tutti affermino determinate posizioni, tratta il dissenso come violenza, crea regole morali diverse per identità diverse.
Voci dalla Community on line de Progetto Gionata
- Sono d’accordo con questa donna. I nostri gruppi si pongono esattamente nella sua ottica: accusati di essere troppo cattolici dai gay, e troppo gay dai cattolici. È la fatica eterna della scelta di mediazione e del rifiuto di ogni assolutismo, anche di quello LGBT+.
- L’attivismo queer non è divisivo. È un movimento prevalentemente giovanile che mette in discussione la misoginia della comunità omosessuale maschile e chiede riconoscimento per tutte quelle persone che gli uomini cis bianchi hanno invisibilizzato.
- Sono d’accordo che ogni categoria sia vista e riconosciuta, però facciamo attenzione a non confondere lessico e grammatica. Sono cose molto diverse.
- Per me ne può parlare chi è realmente inclusivo e si fa carico delle istanze di tutt*. Non mi sentirei rappresentato da gay conservatori, né vorrei che parlassero a nome mio.
Una domanda che ci riguarda come cristiani LGBTQ+
Nella nostra comunità questa domanda risuona in modo particolare. Viviamo già una doppia marginalità: siamo troppo gay per molti ambienti cattolici, e troppo cattolici per molti ambienti Queer. Abbiamo imparato, non senza fatica, che la mediazione non è debolezza: è la condizione necessaria per non trasformare la propria identità in una fortezza.
Ma la domanda “chi può parlare a nome di tutta la comunità?” ci tocca anche dall’interno. Quando qualcuno nella Community reagisce all’articolo di Pluckrose con accuse di transfobia e di mancato riconoscimento dei privilegi, e un altro risponde che quello stile di risposta è esattamente il problema denunciato dall’articolo, stiamo assistendo in miniatura alla stessa frattura che divide i Pride in tutta Italia. Non è un problema astratto. È qui, tra noi.
E non è neppure una guerra tra buoni e cattivi; è uno scontro tra due grammatiche politiche diverse, ciascuna con le sue ragioni e i suoi limiti. La prima rischia di sacrificare le persone più vulnerabili sull’altare di una neutralità che non è mai davvero neutra. La seconda rischia di rendere impossibile qualsiasi conversazione che non avvenga già all’interno del proprio sistema di riferimento — e di produrre quel “backlash” che Pluckrose descrive: chi erode il principio che le persone non dovrebbero essere giudicate per la propria identità non dovrebbe stupirsi se altri smettono di applicare quel principio.
Esiste ancora una sola comunità?
La risposta onesta è: probabilmente no, e forse non è mai davvero esistita. Anche ai tempi di Stonewall, come ricordano alcune voci nella nostra conversazione, c’erano divisioni, diverse sensibilità, obiettivi diversi. Non illudiamoci in un passato tutto rose e fiori contro un presente che sembra troppo complesso: la complessità c’era anche prima, solo meno visibile.
Ma questo non significa che ogni divisione sia uguale. C’è una differenza tra il pluralismo — più pride, più stili, più sensibilità politiche che coesistono —e la frattura che impedisce persino di riconoscersi come parte di una stessa storia. A Bergamo il movimento lesbico non partecipa al tavolo comunale dei diritti perché non riconosce le persone trans. A Roma le bandiere di un’associazione ebraica vengono escluse dal corteo. Questi non sono semplici differenze di stile: sono esclusioni che rischiano di replicare la logica dell’oppressione all’interno della stessa comunità che si dice oppressa.
Il problema è che nel frattempo i diritti delle persone LGBTQIA+ non sono in pausa. In Italia mancano ancora protezioni contro i crimini d’odio, il riconoscimento delle famiglie arcobaleno resta incompleto, le persone trans affrontano iter burocratici che il Parlamento non ha ancora riformato. Una destra che gongola, vedendo la comunità divisa. (Gay.it, Il Pride, Napoli e una frattura che riguarda tutta la comunità LGBTQIA+ maggio 2026)
E allora, chi può parlare?
Non esiste, probabilmente, un soggetto unico che possa parlare “a nome di tutta” la comunità. E questa non è necessariamente una sconfitta: può essere una maturità. La domanda più utile non è chi ha il titolo per rappresentare tutti, ma quali principi rendono possibile una conversazione tra differenti.
Nella nostra Community qualcuno ha detto: può parlare chi è realmente inclusivo e si fa carico delle istanze di tutt*. È una risposta che condivido nel suo spirito, anche se so che “davvero inclusivo” è esattamente il termine su cui si combatte la guerra.
Un’altra voce ha ricordato qualcosa che, da cristiani, non possiamo ignorare: Gesù ha usato la frusta una volta sola. Per il resto ha cercato di accogliere tutti, di comprendere tutti, di trovare il buono in tutti. Non esclusione: mediazione.
Noi volontari de Progetto Gionata, non abbiamo una risposta definitiva. Ma abbiamo una vocazione: stare nel mezzo della tensione senza fuggire né da una parte né dall’altra. Essere il luogo in cui anime diverse convivono in un tentativo di comunione che nasce dalla fede. È faticoso. È necessario. Ed è forse il contributo più specifico che possiamo dare a una comunità che ne ha urgente bisogno.
Perciò chi è che oggi può parlare a nome di tutta la Comunità LGBTQIA+?
Forse la risposta più onesta è questa: può parlare chi riesce a tenere insieme la chiarezza sui propri valori e la disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente senza trasformarlo subito in un nemico. Chi sa che essere parte della comunità LGBTQ+ non garantisce automaticamente di non avere comportamenti oppressivi — verso gli altri o verso se stessi.
Chi non confonde la propria posizione politica con la verità assoluta, e la diversità con il tradimento
Per Approfondire:
L’attivismo queer sta distruggendo i diritti LGBT: i gay scompariranno?
Il Pride, Napoli e una frattura che riguarda tutta la comunità LGBTQIA+
*Nazareno è un volontario del Progetto Gionata ed è impegnato nel cammino dei cristiani LGBTQ+ a Torino

