Oltre la colpa, da errore a lievito: il coraggio dell’integrità
Quante volte, nel nostro cammino di Persone Cristiane LGBT+, ci siamo sentiti divisi in due?
Da una parte il “bravo ragazzo” o la “brava ragazza” che siede tra i banchi della parrocchia, che rispetta le forme e cerca l’approvazione della famiglia; dall’altro, c’è una vitalità che esplode altrove, spesso vissuta in modo compulsivo, quasi a voler compensare in una notte anni di silenzi e repressioni, consumata con un misto di euforia e di segreta vergogna.
Questa scissione interiore è una delle sfide più grandi che i ragazz* LGBT si trovano ad affrontare. Spesso, per sopravvivere in ambienti che non sempre li accolgono per come sono, finiscono per adottare una strategia pericolosa: separare l’essere dal fare.
Si raccontano che i loro atti non li definiscono, che quella parte di loro è solo una parentesi, un “errore” necessario ma estraneo alla loro vera essenza.
Ma questa separazione, se all’inizio sembra proteggerli dal giudizio, alla lunga gli impedisce di crescere. Li mantiene in una sorta di adolescenza spirituale perenne, dove il peccato e il pentimento diventano un cerchio chiuso che non genera mai vera trasformazione, non genera vita, non genera responsabilità verso se stessi, verso gli altri, verso Dio!
Il rischio è quello di restare intrappolati in un “giovanilismo” dello spirito: comportarsi da figli ubbidienti nell’ombra protettiva delle istituzioni, per poi “sfogare” altrove una libertà che non sa bene dove andare.
Eppure, la nostra fede ci chiama a qualcosa di più alto: ci chiama all’unità. Non siamo chiamati a essere frammenti sparsi, ma persone intere.
La crisi che spesso avvertiamo, quel senso di inadeguatezza o quel conflitto morale che ci portiamo dentro, non deve essere visto come un peso o come una condanna.
Possiamo scegliere di guardarlo, anzi dobbiamo vederlo come un “lievito“. Il lievito, nella Scrittura, non è un ingrediente pacifico: fermenta, agita, trasforma la massa da dentro.
Il nostro conflitto morale deve diventare il motore per una verità più alta.
Come Cristiani LGBT+ non possiamo accontentarci di una “normalizzazione” superficiale o di uno stile di vita basato sull’estetica dell’astinenza o, viceversa, sul consumo dei corpi.
Così, il nostro conflitto interiore può diventare il motore per cercare una verità più profonda su noi stessi, una Verità che supera anche l’incasellamento nella sigla LGBT+, che prevarica anche gli stereotipi della sub-cultura omosessuale e le rigidità di certi schemi religiosi.
Troppo spesso come cristiani omoaffettivi ci accontentiamo di essere le vittime perfette di un sistema religioso che ci usa come “capri espiatori” per coprire la crisi della famiglia o della morale comune, mentre intorno a noi il mondo sembra scivolare in un permissivismo privo di senso in mano al consumismo e all’individualismo narcisista e solitario dove la relazione non è costruita ma consumata.
Anzi mi correggo, perché in questo mondo iper-performante e iper-connesso la relazione non va neppure costruita ma “curata”… quanti di noi si curano delle proprie relazioni?
Proviamo allora in questo tempo di quaresima a riprenderci il nostro tempo, a riprenderci il nostro spazio, a fermarci un momento e fare chiarezza nella nostra coscienza.
Perché la nostra sfida, come quella di tutto il popolo di Dio, è diventare cristiani capaci di fondare il proprio stile di vita non sulla soddisfazione dei bisogni o sulle gratificazioni degli impulsi del momento, ma su criteri morali solidi ma allo stesso tempo contingenti, costruiti con fede sulla storia concreta di ciascun*.
Esercitare il libero arbitrio significa anche smettere di essere vittime della propria condizione e iniziare a essere autori della propria realtà.
Significa integrare la propria particolarità in una visione esistenziale più ampia, dove la nostra affettività non è più un segreto da nascondere, ma un dono da offrire con responsabilità e consapevolezza a tutta la comunità.
La libertà che ci ha promesso il Cristo non è il permesso di fare qualunque cosa, ma la forza di essere uno. Una sola persona, una sola faccia, un solo cuore, una sola Chiesa.
Passare dall’essere un “errore da nascondere” all’essere un “lievito di verità” per tutta la Chiesa e la società: smettere di scusarsi per la propria esistenza e iniziare a viverla come un cammino di responsabilità e di amore autentico. Questo è l’augurio che vorrei fare a tutt* voi.
Firmato: Lievito in Fermento

