Oltre la porta Santa. Cronaca del mio pellegrinaggio in Vaticano con i cristiani LGBTQ+
Testimonianza di Juanjo Peris pubblicato sul sito Religión Digital (Spagna) il 9 settembre 2025
«Lì c’è una suora famosa che era amica di Papa Francesco, puoi salutarla», mi dice una donna trans argentina mentre aspettiamo di iniziare il cammino verso la Porta Santa in piazza Pia, a Roma. Suor Geneviève Jeannigros è un’icona tra le persone trans che hanno partecipato al primo Giubileo organizzato per i cristiani LGBTQ+ in Vaticano.
Lo è anche per molti di noi che sogniamo una Chiesa più inclusiva. Forse perché, in qualche modo, “la suora amica del Papa” ci connette a Francesco, il Papa che aveva aperto le porte della Chiesa alle persone LGBTQ+.
Le dico che l’ho già salutata, che mi è piaciuto molto conoscerla, e lei mi ha raccontato che ogni volta che parlava con Francesco del suo lavoro, lui le diceva: «sigue adelante» (vai avanti).
Circa 1.400 cristiani LGBTQ+ provenienti da tutto il mondo si sono riuniti a Roma per partecipare a un atto ufficiale dell’Anno Giubilare. L’associazione La Tenda di Gionata – che lavora con i cristiani LGBTQ+ e i loro familiari in Italia – lo aveva richiesto, Papa Francesco lo aveva approvato e Papa Leone ha deciso di mantenerlo in calendario. Gli eventi hanno avuto il sostegno di altre organizzazioni come la Global Network of Rainbow Catholics e Outreach, il gruppo guidato da James Martin SJ.
Molti di noi hanno la sensazione di trovarsi in un momento storico e sentono il desiderio di condividere storie, celebrare e camminare insieme. Gli eventi del Giubileo sono consistiti in una veglia il venerdì sera e in un’Eucaristia il sabato mattina, entrambe nella chiesa del Gesù, la più grande dei gesuiti a Roma, e nel pellegrinaggio da piazza Pia a San Pietro per attraversare la Porta Santa il sabato pomeriggio.
Io ho potuto partecipare anche a una tavola rotonda, venerdì mattina, nella curia generale della Compagnia di Gesù a Roma, per ascoltare le esperienze di persone cristiane LGBTQ+ organizzata da Outreach. Come ha detto James Martin, eravamo riuniti in «un luogo sacro, nella stessa sala in cui viene eletto il Superiore generale dei Gesuiti».
Abbiamo ascoltato Rudy Alameda, originaria dell’India e residente nel Regno Unito, membro della Global Network of Rainbow Catholics; Michael J. O’Loughlin, segretario generale di Outreach; Alessandro Ludovico, artista culturale italiano; Gonzalo Vilchis, imprenditore messicano; e Christine Zuba, donna trans del New Jersey, ministra straordinaria della comunione nella sua parrocchia. Storie di fede, di lotta, di resistenza, di costruzione di legami e comunità, e di come spesso non ci si sia sentiti accolti nella Chiesa.
Durante quella tavola rotonda, ci siamo chiesti cosa potremmo fare di più per una Chiesa inclusiva. Il sacerdote Andrea Conocchia, parroco di Torvaianica che lavora con persone trans, ci ha detto: «Per favore, non rinunciate mai né al coraggio, né alla profezia. Il Signore è fedele.» E ha aggiunto: «Siamo Chiesa, costruiamo la Chiesa insieme. Aiutiamo la Chiesa cattolica a occuparsi di questa realtà. Aiutiamo il Papa a essere Papa. Siete a casa, sentitevi parte della famiglia.»
La sera, nella chiesa del Gesù, la veglia è iniziata con l’ingresso della Croce dei pellegrini che erano arrivati a piedi lungo la Via Francigena da Terracina. Sono state proposte alcune stazioni della Via Crucis ispirate al libro Via crucis di un ragazzo gay.
Abbiamo ascoltato testimonianze di dolore, resilienza, processi di cambiamento e di amore: Luis Mariano González, credente LGBTQ+ di Madrid, ha raccontato come sia passato dalla ferita e dall’esclusione alla guarigione, fino a diventare agente di pastorale LGBTQ+; María Asunta De Angelis, madre di Francesco, un uomo trans italiano di 33 anni, ha spiegato il processo di trasformazione interiore ed esteriore di suo figlio – e non c’è nulla come una madre per descrivere la disforia, quel sentirsi in un corpo che non è il proprio; Luana Gravina e Fabiana Alessandro, coppia LGBTQ+, hanno raccontato la loro storia d’amore. Ci sono stati applausi quando una di loro ha detto: «Il mio sogno è che un giorno il nostro amore sia riconosciuto in Chiesa.»
La chiesa era gremita anche prima che iniziasse la veglia, e si è voluto ricordare anche chi non è potuto venire perché gli è stato negato il visto. Nel presbiterio, anch’esso pieno, la presidenza era collegiale: sacerdoti, laici e consacrati. Al centro c’era una donna, Maria Luisa Berzosa, madre sinodale. È stato emozionante vivere, almeno per una sera, la Chiesa che sogniamo: una Chiesa madre, inclusiva, plurale, che ascolta e mette al centro le storie delle persone.
Ci sono stati applausi anche dopo l’intervento di James Martin, che ha spiegato le tre ragioni per cui lavora con i cristiani LGBTQ+: perché subiscono violenza (la ragione secolare); perché la dottrina sociale della Chiesa ci chiede di stare accanto agli emarginati, e non c’è nessuno più emarginato nella Chiesa delle persone LGBTQ+; e perché, come religioso, ha il dovere di preoccuparsi di tutti. Ha citato tre brani evangelici che lo ispirano: il centurione romano, a cui Gesù risponde con sensibilità; la donna samaritana, esclusa per la sua condizione, a cui Gesù risponde con compassione; e il suo preferito, Zaccheo, che non riusciva a vedere Gesù a causa della folla.
Martin ha domandato: «Quante volte la Chiesa è stata come quella folla, impedendo alle persone LGBTQ+ di avvicinarsi a Gesù? La nostra attitudine non deve essere quella della folla, ma quella di Gesù che si avvicina a Zaccheo e lo invita a casa sua.»
Dopo la veglia, ho provato un senso di gratitudine per quello che avevamo vissuto. Molti commentavano la differenza rispetto al Giubileo precedente, coinciso con il World Pride a Roma, quando dai pulpiti si demonizzavano le persone LGBTQ+. Io ricordavo una delle prime veglie a cui partecipai, celebrata in una sacrestia perché il parroco aveva paura che si usasse la chiesa, anche a porte chiuse. Il cammino è stato lungo, ma ne è valsa la pena: praticamente dalle catacombe al centro di Roma.
Il sabato, un’ora prima dell’inizio, la chiesa del Gesù era già piena. Durante l’omelia della Messa, mons. Francisco Savino, vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha spiegato che il Giubileo, nella tradizione ebraica, era tempo di redistribuzione della terra, liberazione degli schiavi e restituzione di ciò che era stato negato. Ha aggiunto: «Il Giubileo deve essere un tempo di giustizia riparativa» E, con profonda emozione, ha detto: «Fratelli e sorelle, lo dico con il cuore: è tempo di restituire la dignità a tutti, soprattutto a coloro cui è stata negata.» Le sue parole sono state accolte con una lunga ovazione.
Ha anche raccontato di aver parlato con Papa Leone, che ha definito «maestro dell’ascolto», e gli ha spiegato che avrebbe celebrato l’Eucaristia con i fratelli e le sorelle della Tenda di Gionata e di altre associazioni. Il Papa, con grande tenerezza, gli ha risposto: «Va’ a celebrare con quei fratelli e sorelle».
Savino ha citato anche il cardinale José Cobo, di Madrid, che ha sottolineato la necessità di promuovere una cultura del dialogo, dell’accompagnamento e dell’inclusione effettiva, mettendo la dignità della persona al centro.
Il pomeriggio, è iniziata la pellegrinazione verso la Porta Santa. Ci siamo radunati in piazza Pia, sotto il sole e con tanta emozione. Molti indossavano magliette con l’arcobaleno o con i loghi dei loro gruppi. Mentre avanzavamo, ci siamo mescolati a turisti e giornalisti, fino ad arrivare ai controlli di sicurezza. Dopo, ci siamo ricompattati per entrare insieme.
Dentro San Pietro, alcuni hanno attraversato la porta tenendosi per mano, altri abbracciati. Io mi sono trovato, con altri, in un piccolo spazio davanti alla tomba di Pietro. Lì ho fatto silenzio, pensando a tutti quelli che avevano sofferto per arrivare a questo momento, e a «tutti coloro che sono morti pensando che Dio li odiasse, mentre loro amavano», come scrive Harry Tanner nella dedica del libro The queer thing about sin. Ho avuto la sensazione di aver attraversato la porta anche per loro.
Ero stanco e provavo una specie di “sbornia emotiva”. Mi tornavano in mente i ringraziamenti di Innocenzo Portillo, presidente della Tenda di Gionata, al termine della Messa: a tutti i gruppi, ai partecipanti, ai gesuiti per l’ospitalità, ai sacerdoti e ai religiosi/e che ci hanno accompagnato.
La sensazione è di aver fatto un grande passo: poter pellegrinare come persone LGBTQ+ durante un Giubileo, radunarsi a Roma nel cuore delle istituzioni, ascoltare un vescovo importante dire con emozione «è ora di restituire la dignità», e sapere che il Papa ha approvato quella celebrazione. E tuttavia, resta la consapevolezza che molto è ancora da fare, prima ancora della riparazione: la visibilità e la piena inclusione.
Un amico argentino che vive in Svizzera mi ha detto: «È stato bello che il vescovo dicesse che celebrava con la Tenda di Gionata, ma io avrei preferito che dicesse che celebrava con le trans, le lesbiche e i gay cristiani.»
C’è ancora molto da chiarire su come concretamente si voglia restituire dignità alle persone a cui è stata negata. La mia convinzione è che abbiamo bisogno di profeti: profeti come suor Geneviève Jeannigros, come padre Andrea Conocchia, o come tutti coloro che hanno reso possibile ciò che abbiamo vissuto in questo fine settimana.
Avrei voluto iniziare il pellegrinaggio visitando la tomba di Francesco, ma non era stato possibile. Dopo aver attraversato la Porta Santa, Nancy Bouchier, una professoressa canadese in pensione, ha deciso di accompagnarmi a Santa Maria Maggiore per riprovare. Lungo il cammino abbiamo condiviso le nostre storie, parlato di spiritualità e di riconciliazione, chiedendoci come si sarebbe concretizzata quella «restituzione della dignità».
Nancy mi ha raccontato di essere stata presente quando Francesco ha compiuto un gesto di riconciliazione con i popoli indigeni in Canada, e di come dopo ogni suo intervento si percepisse un movimento verso un cambiamento più profondo.
Esausti, abbiamo condiviso le nostre impressioni su quella giornata. Nancy si aspettava un’esperienza più profonda attraversando la porta. Io le ho risposto ridendo che invece mi aspettavo il caos. E forse l’esperienza più profonda l’avevamo già vissuta nel fine settimana, soprattutto durante l’Eucaristia. Forse la porta da attraversare non era quella fisica, per quanto “santa”, ma la porta dell’inclusività, della pluralità e dell’ascolto che Francesco aveva aperto.
Alla fine, a Santa Maria Maggiore, in una fila di devoti, turisti e curiosi, sono arrivato davanti alla tomba di Francesco. La fila continuava a muoversi, ma mi hanno permesso di fermarmi un attimo in silenzio.
Ho potuto salutarlo: «Grazie, amico, per aver aperto questa porta. Forse la nostra missione, adesso, è quella di mettere un piede nella porta e assicurarci che nessuno la chiuda, così da continuare ad avere una Chiesa inclusiva e aperta a tutti.»
Testo originale: “Crónica, en primera persona, del Jubileo LGBTQ+ en el Vaticano”

