Omofobia o Omolesbobistransfobia?
Riflessioni di Massimo Battaglio
Con l’uscita del ebook che ho appena scritto e curato, “Cronache di Ordinaria Omofobia“, mi sa che devo qualche spiegazione a proposito del titolo. Perché sta suscitando critiche ed è giusto affrontarle.
Alcuni dicono infatti che il termine “omofobia” è vecchio, che andava bene – e neanche tanto – quando non si conoscevano le identità non binarie o gli orientamenti non eterosessuali ma neanche omosessuali. Era tollerabile quindi solo in quegli anni remoti in cui non si capiva nemmeno la differenza tra una trans e un gay e tutti venivano indicati banalmente come “travestiti”, anche quando, magari, il travestimento non li riguardava proprio. Oggi rischia di diventare un termine non inclusivo.
Vero. L’obiezione ha senso. Ma, quando osservo il fenomeno omofobo (o omolesbobitransfobico), il mio obiettivo non è di rappresentare tuttə ma di analizzare il problema. E penso di avere buone ragioni per sostenere che esso problema va molto oltre le singole lettere dell’acronimo. Farò qualche esempio:
Proprio ieri, ho registrato un fatto avvenuto a Torino: l’aggressione, avvenuta sabato scorso, di un giovane che portava uno zainetto rainbow. Mettiamoci dalla parte di chi lo ha aggredito (non per sostenerlo eh! Solo per capire). Egli sapeva se la sua vittima fosse gay, bisessuale, queer, intersessuale o altro? E se per caso non fosse rientrato in nessuna delle sotto-categorie ma fosse stato un ragazzo eterosessuale semplicemente solidale con la nostra causa? Il gesto avrebbe cessato di essere omofobo?
In questo caso, il ragazzo era trans ma la battuta provocatoria che ha preceduto gli schiaffi è stata “oh ma sei gay?”. Episodi analoghi si sono verificati in passato ai danni di ragazzine il cui peccato era di portare una borsa rainbow, una di quelle sacche quadrate in tessuto-non-tessuto coi colori dell’arcobaleno. Non erano lesbiche né altro, ma “eterissime” scolare (per quanto possa essere “eterissima” una scolara di terza media) e con tanto di fidanzatino, che pensavano di esprimere una certa opinione attraverso l’abbigliamento. O magari nemmeno: forse, a loro piaceva semplicemente quella borsa lì. Si sono prese comunque le botte. Ed è inquivocabile: erano botte omofobe.
Non ci pensiamo quasi mai ma l’omofobia non colpisce solo persone LGBTQI+. Colpisce chiunque venga identificatə come tale e, talvolta, anche persone che mostrano semplicemente una certa empatia per la nostra causa.
Altro esempio: una coppia di ragazzi bolognesi, lui gay, lei eterosessuale, vengono picchiati per strada. Quante sono le vittime dell’atto omofobo? Una soltanto perché l’altra non ha l’onore di far parte della comunità?
Altri esempi ancora sono quelli dei torti gravi subiti dai genitori di persone LGBT+: episodi di diffamazione, esplulsione da contesti e ruoli sociali, stalking. Come definirli se non atti dovuti all’omofobia, cioè omofobi?
Ultimo esempio: un gruppo di ragazzə si trovano intorno al tavolino di un bar. Nessunə di loro è omosessuale o bisessuale o altro ma si discute di omosessualità. A un certo punto, il “fine intellettuale” del gruppo pensa bene di sferrare un pugno a un altro perché difendeva troppo “i froci”. Come definiremo il violento e il suo gesto? Diremo, suppongo, che è uno stronzo che compie un’aggressione omofoba – o omolesbobitransfobica, in questo caso ci sta. Ma uno stronzo di quel genere, nel linguaggio comune, si definisce omofobo.
E non è mica sbagliato definirlo così. Perchè a lui non interessa minimamente l’identità e l’orientamento sessuale delle sue vittime. Gliene importa talmente poco che picchia anche persone eterosessuali ma che non rientrano, nemmeno a livello di opinione, nelle sue coordinate. Per lui, chiunque non sia maschio etero cisgender fa semplicemente schifo perché è uno a cui “piace prenderlo in …” e quindi è da disprezzare e punire. E la stessa cosa vale per chi non condivide le sue idee del cavolo ma “difende i fr…”.
Per le donne è un altro discorso: in quel caso, il problema non è tanto che “amano la patata” ma che “non gliela danno”. Pensiamo a quanto è diffusa la battuta: “vieni qua che ti faccio vedere se non ti piace il c…zo”. Perché l’omofobo è pure misogino e machista. O ha una carica di testosterone inevasa che gli crea problemi.
Mi scuso per il latino ma, il più delle volte, i discorsi degli omofobi sono di questo tenore qui. Poi ci sono quellə che si ammantano di religione, che evocano la tradizione o talvolta addirittura la scienza, argomentando che l’ano non è predisposto a ricevere oggetti eccetera eccetera. Ma quellə sono gli/le omofobə di lusso, che pensano di saperla lunga.
Oppure sono quei/quelle parlamentari che attingono al bacino elettorale deə semplici omofobə da marciapiedi (uso il termine senza allusioni ma solo per sottolineare che la maggior parte degli atti omofobi avviene proprio sul marciapiedi, dove, per esempio, le donne trans sono spesso identificate come prostitute anche se magari stanno aspettando il tram). Quando si rappresenta un elettorato omofobo – cosa tipica dei leghisti e dei fratelli d’Italia – è ovvio che si cercherà di usare argomenti non troppo triviali, un po’ più raffinati. Ma l’omofobia di quell’elettorato lì resta un sentimento rozzo e volgare.
Andiamo oltre. In quattordici anni di ricerca, ho registrato, a oggi, 2114 vittime. Di esse, sono una decina quelle che si sono dichiarate bisessuali. Altre due si sono definite fluide e altrettante non binarie. Ma tutte queste (poche) persone, non etero-cisgender ma nemmeno gay o lesbiche, si sono dette pienamente consapevoli che i torti subiti erano dovuti all’omofobia, cioè alla mentalità distorta dello “stronzo” di turno.
Discorso a parte è quello della “bifobia”. Si tratta di quel fenomeno di denigrazione delle persone bisessuali basato sull’assunto, sbagliato e meschino, che le persone bisessuali non esistano ma siano solo “fr… che non hanno il coraggio di definirsi tali”. Normalmente si verifica all’interno della comunità LGBT+ stessa (essere gay non è una garanzia di intelligenza nemmeno per me, figuriamoci per altri); più raramente in contesti più allargati.
E’ un fenomeno che provoca sofferenza, rabbia e frustrazione. Va affrontato. Tuttavia non ha caratteristiche assimilabili all’omofobia. E’ un’altra cosa. E io non posso mettere le due cose insieme perché un assioma della statistica dice che il campione deve essere omogeneo. Dunque, se un atto omofobo colpisce un soggetto bisessuale, lo tratto come atto omofobo; altrimenti lo rinvio ad altre statistiche.
Il più delle volte inoltre, la bifobia si limita alla denigrazione, alle discussioni, alle espressioni di opinione. Per ora, non mi è mai capitato di intercettare un episodio di bifobia che avesse superato il confine della rilevanza penale (il giorno che capiterà, mi ricrederò di corsa). E, ai fini della ricerca “Cronache di Ordinaria Omofobia”, per le stesse accennate ragioni di omogeneità del campione, devo scegliere tra atti penalmente rilevanti e non. Altrimenti farei un pasticcio.
Il motivo per cui prediligo ciò che si può ricondurre al diritto penale è di tipo squisitamente politico, dunque serio, e non ha nulla a che vedere con una supposta mancanza di inclusività. Se facessi diversamente, se registrassi anche gli insulti, le occhiatacce o gli atti di ostracismo, tutto il mio registrare sarebbe vano perché riuscirei a intercettare una percentuale irrisoria del fenomeno. E così, anche tutti gli altri dati registrati finirebbero per avere un valore politico scarsissimo, ovvero servirebbero ben poco a sostenere disegni di legge contro l’omofobia e alimenterebbero le reazioni dei nostri oppositori, i quali tendono a minimizzare i nostri problemi derubricandoli a questioni di libera espressione.
Per la stessa ragione, quando osservo gli episodi di violenza a cui sono sottoposte le donne trans che operano nel campo della prostituzione, cerco sempre di discernere tra quelli riconducibili a ragioni transfobiche e quelli connessi al mondo del sex-work. Con un’attenzione però, perché un conto è un escort – non importa se maschio o femmina, cisgender o transgender o altro – che decide liberamente di dedicarsi al lavoro sessuale; altro è la trans che deve ripiegare sulla prostituzione solo perché non ha altre prospettive. In ques’ultimo caso, a monte, torna a esserci l’omofobia.
Sono consapevole che la politica non è tutto. Ma non è tutto nemmeno il dibattito su problematiche identitarie. Entrambe le cose sono importanti. Su entrambe ci dobbiamo impegnare. Ma tenendole ben distinte ed intrecciandole in modo consapevole, non litigando, non dividendosi, perché la posta in gioco è troppo alta.
In questi giorni sono stato accusato di vecchiume. Mi è stato detto che le mie categorie mentali sono superate e dunque devo farmi da parte. Si è arrivati a scrivere che devo vergognarmi.
Sul vecchiume, si può discutere. Ragioniamo pure sui miei criteri di ricerca; affiniamoli. E, nel caso che si giudichi che io non possiedo né potrò mai possedere strumenti aggiornati, vada pure avanti qualcun altro. Poiché ripeto: la posta in gioco è alta, servono azioni ben organizzate, portate avanti da operatori adeguati al ruolo. E non è affatto detto che l’operatore più adatto debba essere io.
Sul termine “vergogna” – invero un po’ troppo inflazionato nell’attuale dibattito pubblico – desidero solo avvertire che io non l’ho mai usato contro una persona omo-bi-trans-queer+. Mai. Perché tale persona, per me, è comunque un fratello e un compagno di lotta (qualora decida di lottare), col suo carattere, i suoi eventuali difetti ma soprattutto i suoi diritti, che sono gli stessi miei. E lo considero talmente vicino a me che lo perdono.

