Omosessuali in Paradiso. Percorsi danteschi tra letteratura e teologia: l’inferno
Testo di Fr. Luca Minuto, OFMCap, parte prima
Fin da prima del liceo Dante è stato il mio maestro e ancora oggi periodicamente rileggo per intero la Divina Commedia. In questi ultimi tempi, sollecitato anche dal clima politico e dalla discussione sul DDL Zan, ho notato alcuni particolari che nel passato mi erano sfuggiti.
Non mi definisco un esperto, semmai un appassionato dantista, ed è per questo che offro timidamente il mio contributo, senza la pretesa di assolutezza e senza voler insegnare niente a qualcuno. Condivido il piacere di una lettura.
Nella Commedia ho individuato principalmente due passi dove si parla di omosessualità: all’Inferno e in Purgatorio (magari qualcun altro porterà avanti questa esposizione suggerendone altri). Se dopo la lettura di questo articolo qualcun altro o qualcun’altra vorrà prendere in mano il capolavoro di Dante, questo per me sarà abbastanza. Per questo motivo ho ritenuto opportuno parafrasare ogni volta i versi della Commedia, per renderli comprensibili anche a chi non è abituato a quel tipo di linguaggio. La parafrasi seguirà il testo, nel medesimo carattere.
Inferno
Partiamo da ciò che è già noto, cioè Brunetto Latini, al canto XV dell’Inferno, un canto che in genere si studia nelle scuole.
Dante e Virgilio camminano in un deserto su cui piovono fiamme e i due poeti sono riparati dal vapore prodotto dall’acqua, uno dei fiumi infernali.
Sotto la pioggia di fuoco sono puniti i violenti contro natura e una schiara di anime dannate incontra i due poeti. Cosa rara vedere un vivente camminare in quelle lande, così i dannati aguzzano gli occhi
Come il vecchio sartor fa ne la cruna (v 20)
(Cioè come il vecchio sarto fa quando deve infilare il filo nella cruna dell’ago).
Ad un tratto uno di questi fa un gesto inconsulto: afferra Dante per un lembo. Dante lo scruta nel volto bruciato e riconosce il suo maestro:
Siete voi qui, ser Brunetto? (v 30)
Brunetto Latini fu un notaio e intellettuale fiorentino, fu una delle figure per cui Dante nutrì maggior ammirazione. Non pare che fosse noto per la sodomia, come veniva chiamata la pratica omosessuale del tempo, semplicemente i commentatori medievali alludono ad una vita mondana.
Qualcuno potrebbe chiedersi: perché metterlo in un girone che denuncia una colpa grave e infamante? Tanto più che poteva trattarsi di una diceria, un pettegolezzo.
Dante in poche terzine tratteggia la grandezza della persona. Non è la grandezza arrogante di Capaneo, il gigante bestemmiatore del canto XIV, né quella rimpianta di Farinata degli Uberti, del canto X, ma quella di un padre e maestro.
Il colloquio tra i due è incentrato sulle virtù morali e civili di cui Brunetto è considerato un esempio. La statura morale del Latini non viene annientata dal peccato di sodomia che condanna per sempre l’uomo (vedremo più avanti di chiarire).
Nelle terzine che chiudono l’incontro mi sembra che Dante intenda reagire contro questa condanna:
e se fosse tutto pieno il mio dimando,
rispuos’io lui, voi non sareste ancora
dell’umana natura posto in bando (vv 79-81)
cioè: se fosse pieno il mio desiderio voi non sareste messo al bando della natura umana, cioè non sareste condannati per questo peccato.
Che ’n la mente m’è fitta e or m’accora
La cara e buona immagine paterna
Di voi, quando, nel mondo, ad ora ad ora,
m’insegnavate come l’uom s’etterna (vv 82-85)
cioè: poiché mi è impressa della memoria e ancora oggi ricordo
la buona e cara immagine paterna, di voi, quando, nel mondo, ora dopo ora, m’insegnavate come l’uomo diventa eterno (o più correttamente immortale, in realtà in questi versi sublimi e quasi intraducibili Dante sta citando proprio Brunetto Latini, il quale, al v. 120 dirà che egli vive ancora nella sua opera letteraria, cioè il Tesoro, un poema allegorico).
Dante mette davanti alla condizione di peccatore la figura del maestro, del padre, di colui che dona la vita eterna insegnandola. In un’espressione viene tratteggiata la figura dell’educatore: ad ora ad ora. L’educazione è un fatto di cuore e richiede molto tempo. Richiede pazienza e costanza, vicinanza in un cammino di crescita che non ha mai fine: “ad ora ad ora”.
Alla fine del canto Brunetto , che si era attardato a parlare con Dante, deve raggiungere i suoi compagni di pena:
poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna, e parve di coloro
quelli che vince, non colui che perde. (vv 121-124)
cioè: poi si voltò e sembrò uno di coloro che partecipano a Verona alla corsa per il drappo verde (ossia il premio) e sembrò di costoro colui che vince, non colui che perde.
Anche in questo caso notiamo un contrasto evidente tra la condizione di peccatore (“dell’umana natura posto in bando”) e l’immagine del vincitore.
Ovviamente Dante sceglie di mettere Brunetto nell’Inferno, ma il poeta è ben consapevole di non essere Dio. La sua collocazione di personaggi mira più a rendere vivo il dramma del peccato piuttosto che ad esprimere un giudizio sulla persona (anche se il poeta non è immune). Brunetto raffigura la cara e buona immagine paterna che trionfa anche nel peccato e nella condizione di sodomia.
Per capire quello che poteva pensare Dante ho provato a riferirmi alla mia esperienza di vita. Sono cresciuto negli anni ’90, in un contesto in cui la questione omosessuale stava cominciando a diventare cosa pubblica con grande sospetto e diffidenza. Marchiare qualcuno con l’epiteto “Frocio” significava, per noi giovani, consegnarlo ad una morte sociale, ad una condizione terribile.
Poi si viene a scoprire che qualche tuo parente o qualcuno del gruppo dei tuoi amici (o amiche, come nel mio caso) vive esperienze di questo tipo.
Quello che allora passava nella mia mente coincide con quanto descrive Dante: dallo stupore di trovare la persona invischiata in quella faccenda alla consapevolezza della sua condizione (che non potevo togliermi dalla mente) e al tempo stesso capire che, nonostante tutto, l’affetto e l’amicizia rimanevano invariati.
Ci vuole del tempo per scrollarsi di dosso quel “nonostante tutto” (che purtroppo rimarrà sempre lì come lascito di una cultura che non posso togliermi).
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