Omotransfobia in Italia. In quali regioni e città ci sono state delle aggressioni?
Report realiozzato da Massimo Battaglio, referente del progetto omofobia.org de La Tenda di Gionata
Il presente report intende esaminare il fenomeno dell’omotransfobia in Italia regione per regione. Nella prima parte si faranno valutazioni di carattere generale.
Nella seconda parte, verranno prese in considerazione sei regioni, due al nord, due al centro e due al sud, le quali risultano, al momento della ricerca, quelle in cui si è verificato il maggior numero di vittime. Esse sono: al nord, la Lombardia e il Piemonte; al centro, il Lazio e la Toscana; al sud la Campania e la Puglia. Infine si esamineranno i casi particolari di Torino e di Napoli.
Il periodo osservato va dall’ottobre 2012 al 10 agosto 2025.

Nella carta sono riportati, nei pallini rossi, i numeri delle vittime emersi in ciascuna regione. I colori delle singole regioni variano di intensità a seconda del numero di vittime emerse per milione di abitanti. Essi forniscono una sorta di “indice di omotransfobia”. Si nota subito che l’indice varia molto da regione a regione. Il maggior numero di vittime si registra non tanto nelle regioni più popolose ma in quelle dove è presente una grande città capoluogo (Milano, Torino, Roma, Napoli). In queste grandi città, come vedremo, salta qualunque criterio di proporzionalità tra vittime e abitanti.
Tuttavia, tra le stesse regioni caratterizzate da una centralizzazione della popolazione intorno a una grande città, l’indice di omotransfobia varia moltissimo. Il Lazio rientra tra le due regioni con un indice superiore a 51 vittime per milione di abitanti, seguito dal Piemonte, dove l’indice si attesta su 41 vittime per milione.
Viceversa, la Lombardia, molto più popolosa di tutte le altre regioni, risulta, nonostante l’alto numero di vittime tra le meno omofobe del Paese e si colloca, insieme alla Sicilia, al Trentino, al Friuli Venezia Giulia, alla Liguria e alla Basilicata, nella fascia con indice compreso tra le 21 e 25 vittime per milione di abitanti.
Data l’estrema diversità di cultura e composizione sociale tra regione e regione e tra nord, centro e sud, non è possibile dedurre che le ultime siano “meno omofobe” di altre ma semplicemente che gli episodi di omofobia emergono meno che altrove. Questa ipotesi è confortata dal fatto che, proprio in queste regioni, è piuttosto significativo il numero di episodi denunciati non da residenti ma da turisti.
Ciò fa sospettare che il fenomeno omo-tranfobico esista ma venga ignorato dagli abitanti e dalle stesse vittime, oppure che le persone con orientamento sessuale non eteronormativo adottino ancora strategie di difesa basate sul nascondimento (rendendosi così meno individuabili) o addirittura sulla migrazione verso altre regioni (fenomeno ben verificabile attraverso i registri delle associazioni LGBT+ della Lombardia, del Piemonte e del Lazio, che registrano una folta percentuale dei soci originaria del sud e del nordest d’Italia).

La figura 2 mostra la discrepanza tra il numero assoluto di vittime e quello rapportato a ogni milione di abitanti. Si nota in particolare l’inversione tra le cifre della Lombardia, del Piemonte e della Campania. D’altra parte, il numero di vittime registrato in Lombardia, sostanzialmente simile a quello registrato in Campania, è però spalmato su una popolazione lombarda pari a 10.018.806 abitanti contro quella campana pari a poco più della metà e cioè a 5.839.084. Più complessa da spiegare è l’inversione tra Campania e Piemonte, sulla quale si rimanda più avanti.

Il caso Lombardia
Delle 240 vittime registrate, quasi metà (108) ha subito atti omofobi nei confini del Comune di Milano. Il più delle volte si è trattato di persone residenti nella città stessa. Anche se consideriamo la somma delle vittime milanesi e di quelle dell’immediato hinterland (1 a S. Donato Milanese, 1 a Corsico, 4 a Sesto San Giovanni, 2 a Bovisio, 2 a Cinisello Balsamo), il risultato non cambia di molto. Eppure, né la popolazione di Milano (pari a 1.380.873 residenti) né quella di tutta la sua area metropolitana (3.214.630 residenti) è comparabile alla metà degli abitanti della regione, che sono in tutto 10.018.806.
Nel capoluogo si concentra un numero di persone LGBT+ superiore a quello del resto della Regione? Può essere, dal momento che la città offre senz’altro maggiori attrattive e mostra una capacità di integrazione sicuramente maggiore. Ma il dato – confermato anche attraverso l’esame dei registri delle associazioni di settore a cui si è già fatto cenno – rafforza anche l’ipotesi dell’esistenza di un moto migratorio di persone non eterosessuali dalle regioni del sud e del nordest verso le maggiori metropoli. Il che è già indice di un grave fenomeno omo-transfobico.
Le altre città lombarde maggiormente colpite sono i capoluoghi delle singole provincie, dove si concentrano maggiori quote di popolazione e si ripete, in piccolo, il fenomeno milanese.

Il caso Piemonte
In Piemonte si ripete, con ancora maggior forza, il fenomeno di polarizzazione verso il capoluogo già osservato in Lombardia. Qui, il numero di vittime registrato a Torino (117) sale al 65% del totale mentre la popolazione torinese (857.917 residenti). Eppure, la popolazione di Torino è pari solo al 18,53% di quella piemontese (4.392.526). Se si aggiungono anche le vittime registrate nella cintura (2 a Moncalieri, 2 a Nichelino, 3 a Orbassano, 1 a Settimo, 0 negli altri comuni dell’hinterland), si ottiene un totale di 125 da rapportare a una popolazione di circa 1,3 milioni di abitanti. Il risultato cambia ma resta significativo: più del 70% delle vittime si concentra in un territorio abitato dal 29,6% dei piemontesi.
Ciò fa pensare non solo a un probabile fenomeno migratorio della popolazione LGBT+ non solo dall’esterno ma anche interno alla regione. Si può inoltre ipotizzare che il dislivello indichi forti differenze culturali tra Torino e il resto del Piemonte. Le cifre davvero residuali registrate nei centri esterni alla prima cintura torinese – compresi i capoluoghi di provincia – fanno sospettare non solo che una quota significativa di persone queer provenienti da altre regioni tendano a trasferirsi nella capitale sabauda ma che anche quelle residenti nelle province piemontesi manifestino strategie di adattamento – per motivi facili da immaginare e non solo legati alle maggiori opportunità di lavoro. Ma soprattutto non è difficile credere che, in provincia, perduri l’abitudine al nascondimento insieme all’impossibilità o alla vergogna di denunciare.
Fa riflettere che Torino, con le sue 117 vittime registrate, resti al secondo posto in Italia per il verificarsi di episodi omo-transfobici. La capitale piemontese è superata solo da Roma, dove si sono registrate a oggi 226 vittime (quasi il doppio) distribuite però su una popolazione pari a più di tre volte tanto (2.746.609 abitanti romani contro gli 857.917 torinesi). Si può immaginare che, per gli stessi fenomeni migratori di cui sopra, la quota di popolazione queer romana sia ancora superiore a quella torinese.
Ma ciò non basta a convalidare il mito di Torino come città gay-friendly, mito falsificato anche dal confronto con Milano, dove si sono registrate meno vittime (108) su una popolazione pari a una volta e mezzo rispetto a quella torinese.
E’ indicativo che, a causa dei soli casi emersi a Torino, il Piemonte stesso passi dal quarto al secondo posto nel rapporto vittime/popolazione.
Va però detto che tutti gli episodi di omofobie emersi a Torino hanno sempre attratto l’attenzione se non la vera e propria mobilitazione della cittadinanza. Si può quindi ipotizzare che non sia particolarmente incisivo il fenomeno del sommerso e che i dati registrati rappresentino la situazione con una certa precisione, non riscontrabile altrove.

Il caso del Lazio
Roma è la città che maggiormente risente della polarizzazione della popolazione queer. Di conseguenza, è anche quella in cui la percentuale di vittime rispetto alla propria regione è più alta. Se ne sono registrate 226 contro un totale regionale di 308, pari al 73%. Molte di queste vittime provengono da altre città o paesi, il più delle volte dal sud Italia. Va però anche notato che la popolazione romana rappresenta il 46,57% di quella laziale, per cui il dislivello tra capitale e provincia è meno netto.
L’indice di omofobia (cioè il rapporto tra vittime e milioni di abitanti) è comunque tra i più alti registrati ed è pari a 52,22.
E’ significativo che molti episodi si siano verificati in località turistiche o legate al tempo libero. 6 vittime sono registrate a Ostia (tutte residenti a Roma), 10 sulle spiagge di Latina, 11 a Formia e così via. In queste località, la presenza di fatti omofobi denunciati supera quella degli stessi capoluoghi di provincia (4 vittime a Civitavecchia e a Frosinone e 1 soltanto a Viterbo)

Il caso Toscana
La Toscana, coi suoi 3.742.437 abitanti (poco più della media delle regioni che è di 3.029.454) distribuiti in città mai superiori ai 400.000 (la popolazione di Firenze è di 367.398 abitanti, quella di Prato è di 198.326, quella di Livorno 152.916 e da lì si scende sotto i 100.000), non sembra essere particolarmente interessata da fenomeni migratori di persone LGBT+ e non presenta centri catalizzatori del fenomeno omotransfobico.
Le 113 vittime denuncianti non abitano necessariamente nelle città più popolate. 15 di esse sono di Firenze ma 13 abitano ad Arezzo, 11 a Pisa, solo 5 a Prato e a Livorno. Interessano piuttosto le località in cui si verifica il maggior numero di interazioni tra persone.
I Comuni toscani interessati dall’emersione di fatti omo-transfobici sono ben 40 contro i 31 piemontesi e altrettanti laziali. Pare quindi di poter riscontrare un fenomeno più diffuso e meno concentrato che altrove, particolarmente grave nell’area settentrionale della regione e molto meno presente in quella meridionale.

Il caso Campania
Le vittime di omotransfobia denuncianti in Campania sono a oggi 308. Gran parte si trovavano a Napoli (102, pari al 33%) o nell’area metropolitana napoletana (172, pari al 55,84%). Il secondo dato è più significativo poiché la conurbazione partenopea è un continuum costruito che interessa l’intera provincia e vede un forte movimento in entrata e in uscita dal capoluogo. Si sono infatti registrati frequentemente episodi avvenuti a Napoli ai danni di persone residenti in provincia ma anche viceversa.
Il tasso di vittime per milione di abitanti nella capitale è simile a quello di Torino e si attesta infatti su un 41,21. Se però si rapportano le 172 vittime residenti nell’intera area metropolitana con i 2 milioni e 956.233 abitanti della stessa area, il tasso sale a 58,18 e diventa il più alto della Penisola.
E’ interessante sapere che, fino al 2016, le denunce di fatti omo-transfobici in Campania erano pochissime. La regione appariva come una delle meno omofobe d’Italia. Poi, a seguito di fatti di particolare gravità – ai danni soprattutto di donne trans – e alla conseguente mobilitazione politica e popolare, la Regione si è dotata di strumenti pensati ad hoc per favorire l’emergenza del fenomeno e la denuncia da parte delle vittime, e si è scoperto che la realtà era tutt’altra.

Il caso pugliese
La Puglia è una regione policentrica. Le città di Bari (328.458 ab.), Taranto (197.582 ab.), Foggia (145.522 ab.) e Lecce (95.583 ab.) hanno, a prescindere dal numero di residenti, un pari potere attrattivo. Anche il fenomeno omo-transfobico sembra seguire questa logica. Si registrano così 27 vittime nella capitale, 9 a Taranto, 23 a Foggia, 10 a Lecce e, cioè, rispettivamente 8, 5, 15 e 10 vittime ogni 10.000 abitanti, cifre molto diverse e non proporzionali alla grandezza delle singole città.
E’ interessante notare che, mentre nella provincia di Bari si sono registrate in tutto 32 vittime su 1.222.818 abitanti, in quella di Lecce, il numero di vittime sale a 38 su 767.356 abitanti, distribuiti generalmente tra le località più turistiche e interessate da attività del tempo libero. Anche 5 episodi dei 6 registrati a Manfredonia, 1 registrato a Polignano e 1 a Savelletri sono connessi alla vocazione turistica dei luoghi. Sembra confermarsi il legame tra omo-transfobia e tempo libero, quasi che essa sia un passatempo divertente per persone incivili.

Comparazione città/provincia
Nella figura 9 sono indicate le vittime per ciascuna regione, divise per capoluoghi di provincia (fette colorate) e resto del territorio (fette grige). Emerge una forte differenza tra le regioni più polarizzate intorno a una capitale e quelle con più centri importanti. Nelle prime, il numero di vittime nella capitale stessa è sempre relativamente maggioritario, arrivando ben oltre il 50% in Piemonte e nel Lazio. Nelle altre, Toscana e Puglia, la situazione è più distribuita ma non necessariamente proporzionale al numero di abitanti di ciascuna città quanto piuttosto all’attrattività delle città stesse.

Comparazione per regione e tipi di atti omo-transfobici
Nella figura 10 si sono suddivisi gli atti omo-transfobici per tipi diversi. Si va dalle aggressioni a single persone, alle aggressioni plurimi, agli omicidi, ai suicidi indotti, ai tentati suicidi indotti, agli atti discriminatori non fisici (ma sempre di rilevanza penale).
Questi ultimi risultano maggioritari solo in Toscana mentre nelle altre regioni non raggiungono mai il 50%. Al contrario, la somma degli atti propriamente violenti (aggressioni e omicidi) supera il 50% in ben tre regioni: Lombardia, Lazio e Puglia.
Il Lazio in particolare ha anche il record degli omicidi. Sono 11 dei 39 registrati a livello nazionale, cioè quasi un terzo del totale, concentrati su un decimo della popolazione del Paese.
I suicidi seguono stranamente una dinamica proporzionale alla popolazione. Spesso hanno come protagonisti giovani e adolescenti solitamente autoctoni, il che potrebbe fornire qualche suggestione. E’ comunque molto azzardato prendere per buono il loro numero.
Infatti, se già è raro che i familiari di un ragazzo che si uccide rendano pubblica la sua morte, è ancora più straordinario che la colleghino al suo orientamento sessuale, che magari ancora non conoscono o che non vogliono rivelare per una strana forma di “rispetto”.

Il caso Torino
Come detto, Torino, con le sue 117 vittime registrate, è in testa alle classifiche delle città più omofobe, superato solo da Roma, dove si sono registrate a oggi 226 vittime (quasi il doppio) distribuite però su una popolazione pari a più di tre volte tanto (2.746.609 abitanti romani contro gli 857.917 torinesi).
Può essere interessante ragionare su dove si sono verificati gli episodi. Nella figura 11, essi sono stati distribuiti, quando era possibile, sul territorio in cui sono avvenuti. Si nota che la maggior parte di essi si concentra nel centro storico – e in special modo in via Po – con alcune estensioni nei “quartieri della movida”, San Salvario e Vanchiglia. Il numero di episodi che escono da questo perimetro è di molto inferiore. Quasi residuale è quello degli episodi registrati immediatamente fuori dai confini comunali.
L’omofobia si manifesta dove avvengono più interazioni sociali, non dove immaginiamo che innervi la mentalità del luogo. E, in una città fortemente polarizzata come Torino, non si svela nei quartieri grigi della periferia – sempre più ridotti a dormitorio – ma, paradossalmente, sotto le case della gente shick.

Il caso Napoli
Diversamente da Torino, se si vuole osservare la distribuzione degli episodi di omo-transfobia sul territorio di Napoli, occorre prendere in considerazione l’intera area metropolitana che gravita intorno alla capitale campana. Delle 234 vittime coinvolte in questo intorno, meno della metà (102) sono state colpite entro i confini del capoluogo. Per il resto, quasi tutti i Comuni affacciati sul golfo sono stati interessati dal fenomeno, che, in una ventina di casi, ha interessato anche località dell’entroterra.
Si conferma che la manifestazione dell’omo-transfobia avviene dove si verificano le maggiori interazioni sociali – significativo è che la gran parte degli episodi sono avvenuti in centri sulla costa marittima – interazioni che, in una città policentrica come Napoli, escono abbondantemente dai confini comunali.
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