Padre Bryan Massingale: Il razzismo è una malattia dell’anima
Intervista di Bill McCormick, SJ*, pubblicata sul sito The Jesuit Post (Stati Uniti) il 20 novembre 2017. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Negli ultimi tempi ho iniziato a pensare al razzismo come a una malattia dell’anima. Possiamo parlarne come di una questione politica o come di un fenomeno sociologico, ma per me, che sono uno studioso e un attivista radicato nella fede, il razzismo è soprattutto una malattia dell’anima. È quella profonda deformazione dello spirito umano che ci porta a costruire società che favoriscono un gruppo razziale — le persone bianche — a discapito delle persone dalla pelle più scura.
Questa deformazione crea uno spirito interiore segnato dall’indifferenza. Così, anche quando le persone bianche non sono deliberatamente razziste — non usano insulti razziali e non discriminano attivamente — diventano comunque compiacenti o indifferenti rispetto a ciò che accade nella nostra società. Non sappiamo, e spesso non vogliamo sapere. E questo è un rattrappirsi dello spirito umano.
Se il razzismo, nel suo nucleo più profondo, è una malattia dell’anima, allora abbiamo bisogno di un rimedio capace di raggiungere le profondità dello spirito umano.
Per molto tempo abbiamo cercato di affrontare il razzismo con argomenti razionali. Pensavamo che bastasse fornire i fatti, dare informazioni, e poi qualcosa di quasi magico sarebbe accaduto. Ma credo che il razzismo sia qualcosa che ci deforma interiormente. Lo considero un vero e proprio sistema di formazione.
Il razzismo cerca di formare un’identità. E negli Stati Uniti forma identità false. Non si tratta semplicemente di azioni sbagliate che compiamo; siamo stati formati a guardare il mondo in un certo modo, e questo in alcuni casi ci impedisce perfino di vedere l’ingiustizia che è davanti ai nostri occhi.
Per questo non basta cambiare le politiche pubbliche. Se cambiamo le politiche senza cambiare un’identità deformata, quell’identità troverà nuove forme per esprimersi. Ed è qui che concetti spirituali come il magis possono essere di grande aiuto. Non per dettare politiche pubbliche, ma per formare e correggere la nostra identità deformata, così da renderci più aperti alle politiche creative e giuste di cui abbiamo bisogno.
Da dove nasce questa malattia dell’anima?
Magari lo sapessi. Ci penso spesso. L’opposto dell’amore non è l’odio. L’opposto dell’amore è la paura. Credo che negli Stati Uniti molte persone bianche manchino di empatia — oppure resistano all’empatia — perché temono il cambiamento che essa richiederebbe.
Pensiamo, per esempio, alla questione ecologica. Sappiamo che la Terra non può sostenere tutti gli abitanti del pianeta se vivessero come vivono gli americani. Questo ci mette davanti a scelte molto difficili, che fanno paura.
E penso che accada qualcosa di simile con la giustizia razziale. Non abbiamo mai avuto una società realmente giusta dal punto di vista razziale. Se mai la costruiremo, probabilmente ci chiederà di vivere in modi a cui non siamo abituati.
Molte persone bianche, se sono oneste con se stesse, sanno che il campo di gioco non è equilibrato. Lo sanno. Ma poi si chiedono: “Se lo rendiamo davvero uguale, cosa succederà a me?”
È una presa di coscienza dolorosa. E anche spaventosa. Perché se accetto davvero che sia così, allora non posso più vivere in pace con lo stato delle cose. Dovrò cambiare il mio modo di vivere… e forse non riesco neppure a immaginare come sarà.
Credo che sia proprio questa paura a trattenerci. Ed è questa la radice della malattia dell’anima.
Nel suo libro Racial Justice and the Catholic Church (Giustizia razziale e la chiesa cattolica) parla anche della necessità del lamento.
Sì, perché il lamento è la risposta che nasce quando ti rendi conto di quanto il mondo sia ferito e tutto ciò che puoi fare è piangere e gridare di dolore.
L’ispirazione mi venne leggendo qualcosa sull’Apartheid in Sudafrica. Durante l’Apartheid uno dei pochi momenti in cui persone nere e bianche potevano trovarsi insieme in modo quasi integrato era durante i funerali.
In particolare i funerali degli attivisti uccisi per aver protestato contro l’Apartheid riunivano bianchi e neri. E insieme potevano piangere e fare lutto. Quei funerali diventavano momenti di dolore e protesta non solo per la perdita di una vita, ma per l’intera situazione di ingiustizia.
Così persone socialmente privilegiate e persone oppresse dal sistema razziale si ritrovavano insieme. E ciò che le univa era il dolore condiviso, il lamento comune.
Quelle proteste, quei funerali, diventavano catalizzatori della resistenza, perché davano alle persone la forza e l’energia per continuare la lotta nonostante il dolore, i rischi e i pericoli. Diventavano anche un modo per alcune persone bianche sudafricane di dire: “Non voglio più definirmi nel modo in cui la mia società mi ha definito”.
Potevano piangere l’ingiustizia che li rendeva privilegiati rispetto ad altri, e questo dava loro l’energia per continuare a protestare e a opporsi a quel sistema.
Il lamento, dunque, non è qualcosa di razionale o puramente intellettuale. È molto più profondo. Ti dà la passione per continuare a lavorare per una giustizia che ti porterà in luoghi che non riesci nemmeno a immaginare.
Ti fa dire: “Questo non è giusto. Non è giusto. E non permetterò alla mia società di definire i limiti delle mie convinzioni, dei miei valori e della mia fede”.
Persone che vivono in situazioni sociali e razziali diverse possono incontrarsi in questo spazio comune di dolore e di lamento. Ed è proprio lì che possono iniziare a lavorare insieme per cambiare un sistema che ferisce tutti, anche se in modi diversi.
Negli Stati Uniti esistono spazi di questo tipo per il lamento?
Finora non molti. L’esempio più vicino a qualcosa del genere è ciò che è accaduto alla Georgetown University con la richiesta di perdono per il coinvolgimento dei gesuiti nella vendita di 272 uomini, donne e bambini africani ridotti in schiavitù.
Ricordo che ero nel mio ufficio alla Fordham University e seguii tutto in diretta streaming. In quel momento, durante quella celebrazione di preghiera, ho visto un modello di lamento: c’era un riconoscimento onesto della responsabilità, erano presenti i discendenti delle persone ridotte in schiavitù e c’era il riconoscimento reale che era stato compiuto non solo un’ingiustizia, ma un vero male.
Non era una cerimonia allegra o edificante. In alcuni momenti era dolorosa. Eppure c’era anche una speranza: la speranza che questo potesse diventare l’inizio di qualcosa di nuovo. Non un gesto simbolico che chiude la questione, ma l’inizio di un cammino nuovo.
Ricordo che ero seduto nel mio ufficio quasi incredulo. Non riuscivo a credere a quello che stavo ascoltando. Non avrei mai pensato di sentire un gruppo di uomini americani, in gran parte bianchi, dire apertamente: “Abbiamo sbagliato. Abbiamo fatto un grande male. Ci dispiace. Sappiamo che nulla potrà cancellare ciò che è stato fatto, ma insieme a voi, discendenti di quelle persone, vogliamo andare avanti. Non saremo noi a dirvi come farlo. Vogliamo camminare con voi e imparare da voi”.
Questo potrebbe diventare un modello straordinario per ciò che deve accadere non solo nella chiesa cattolica, ma anche nella nostra società.
La mia speranza e la mia preghiera è che la Compagnia di Gesù continui su questa strada e diventi una guida capace di indicare cosa significhi davvero il lamento e quali passi possano seguirlo.
È una cosa bellissima. Quello che penso è questo: ciò di cui stiamo parlando non riguarda direttamente le politiche pubbliche. Ma sono le cose che devono accadere se vogliamo attuare meglio le politiche che abbiamo e crearne di nuove, più giuste.
Perché prima di tutto i nostri cuori devono essere toccati e spezzati. Ed è quello che ho visto accadere durante quella Via Crucis e durante la cerimonia a Georgetown. Non era perfetto, certo. Ma è stato l’esempio più sincero e coraggioso che io abbia visto finora nella chiesa cattolica.
Padre Massingale, è chiaro che lei vive il suo sacerdozio come una missione per la giustizia.
Credo che la tentazione sia pensare che nulla possa cambiare. Che tutto sia inutile. Che non ci sia via d’uscita. Io non lo credo. Ogni generazione ha le sue sfide. E il nostro compito è passare il testimone a chi verrà dopo.
Voi, per esempio, state facendo questo lavoro nei media — un mondo che non sempre capisco, perché io non sono sui social media — ma lo state usando per creare spazi nuovi in cui il messaggio del Vangelo possa raggiungere altre persone, in modi diversi. E questo mi dà molta speranza.
* Padre Bryan Massingale è un teologo cattolico statunitense, sacerdote dell’arcidiocesi di Milwaukee e docente di etica cristiana alla Fordham University di New York. I suoi studi si concentrano sul rapporto tra fede cristiana, giustizia razziale e diritti delle persone LGBTQ+, temi sui quali ha scritto e insegnato ampiamente.
Testo originale: Racism as Soul Sickness: Interview with Bryan Massingale

