Paolo e il Pride: Atti 9 e l’orgoglio di rinascere
Articolo di Taj M. Smith*, pubblicato su Justice Unbound (Stati Uniti) il 10 luglio 2024. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
(…) In tutto il mondo si celebra il Pride: una grande festa di vita, di coraggio e di memoria. È il tempo in cui le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisex, trans, queer, intersex e asex) ricordano chi, nei movimenti degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, ha lottato per la visibilità e l’accettazione, e continuano a camminare verso la piena liberazione.
Per me, il Pride somiglia molto al Libro degli Atti degli Apostoli: è una narrazione di inizi, di scosse interiori, di comunità che nascono nonostante tutto. È come guardare ai primi giorni della liberazione queer e riconoscere le radici dei movimenti coraggiosi e delle comunità vitali di oggi.
Quando mi fermo a contemplare la storia del Pride, vedo riflessa anche la storia della chiesa. Prima ancora della Lavender Scare degli anni Cinquanta e delle retate di polizia che portarono alla rivolta di Stonewall, c’erano già persecuzioni, silenzi e resistenze. Rivedo i volti dei martiri nei quadrati della AIDS Memorial Quilt, e sento le voci delle drag queen che un tempo cantavano nei locali fumosi trasformarsi nei cori di protesta di oggi. In fondo, il Pride e gli Atti degli Apostoli parlano entrambi di Spirito, di coraggio e di rinascita.
Eppure c’è un punto in cui gli Atti si stagliano in modo unico: il capitolo 9, la conversione di Saulo. È un episodio che mi tocca profondamente, come una storia che conosco anche dentro di me.
Saulo, fariseo e cittadino romano, perseguitava i discepoli di Gesù con ferocia. “Saulo, spirando ancora minacce e strage contro i discepoli del Signore” (Atti 9,1), chiese lettere al sommo sacerdote per arrestare a Damasco tutti coloro che seguivano la Via. Ma lungo la strada accadde qualcosa di sconvolgente: “una luce dal cielo lo avvolse di splendore” e una voce lo chiamò: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. E lui chiese: “Chi sei, o Signore?”. E la voce rispose: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!” (Atti 9,3-5).
Dopo quel lampo, Saulo cadde a terra, rimase cieco per tre giorni, e non mangiò né bevve, finché un discepolo, Anania, non gli impose le mani dicendo: “Fratello Saulo, il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, mi ha mandato perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo” (Atti 9,17). In quell’istante “come delle squame caddero dai suoi occhi” (Atti 9,18), e Saulo cominciò a vedere di nuovo.
Ogni volta che rileggo questo passo, sento qualcosa muoversi in me. Forse perché, in un certo senso, anch’io sono stato Saulo.
C’è stato un tempo in cui ero apertamente queer, ma dentro di me rifiutavo le persone trans. Ogni volta che nel mio gruppo universitario si parlava di advocacy trans, provavo disagio. Mi irrigidivo. Tutte le frasi transfobiche che avevo assorbito da ragazzo riaffioravano come riflessi automatici. Mi accorgevo che cercavo di prendere le distanze da ciò che temevo di riconoscere in me stesso.
La mia transfobia era un modo per nascondermi da me. Non volevo che nessuno sospettasse che potessi essere trans, e facevo di tutto per tenermi lontano da quella verità. Poi un’amica mi affrontò direttamente. Mi chiese: “Perché ti infastidiscono tanto le persone trans? Hai mai provato a conoscerne una davvero?”. Non seppi rispondere. Avevo solo parole preconfezionate, slogan imparati, non la mia voce.
Quando infine iniziai ad accettare me stesso, fu come cadere in un buio improvviso. Tutto ciò che credevo di sapere su di me non reggeva più. Ero spaventato, confuso, quasi estraneo al mio stesso corpo. Mi sembrava di vivere i tre giorni di cecità di Saulo: affamato, assetato, in attesa di capire chi fossi diventato.
Forse è per questo che amo tanto Saulo. Mi riconosco nella sua paura e nella sua ostinazione. Penso spesso che perseguitasse i discepoli non solo per zelo religioso, ma per qualcosa di più profondo: forse riconosceva in loro una luce che lo inquietava, una somiglianza che lo metteva a disagio. Come se perseguitasse ciò che temeva di essere.
Quando Gesù gli appare sulla via, Saulo non ha più certezze. Le sue convinzioni crollano. Rimane solo, nella notte, cieco e vuoto. Ed è lì, in quel vuoto, che lo Spirito può finalmente entrare.
Il teologo Robin Myers, nel suo libro Spiritual Defiance: Building a Beloved Community of Resistance (“Defezione spirituale: costruire una comunità amata di resistenza”), scrive che la grazia “può riempire solo lo spazio vuoto”. Dice:
“Niente può entrare in una stanza già piena… Per questo Gesù proclama beati coloro che hanno fame e sete di giustizia: saranno saziati perché dentro di loro c’è spazio disponibile”.
Quando siamo pieni delle nostre certezze, non resta posto per lo Spirito. L’oscurità, invece, ci svuota, ci prepara, ci rende capaci di trasformazione. È in quell’oscurità che Saulo comprende chi è stato e accetta di cambiare.
La conversione di Saulo non è solo una storia di grazia o di perdono. È un racconto di identità. È la storia di una persona che, accogliendo la verità di sé, rinuncia ai privilegi e ai ruoli che lo tenevano prigioniero. Scopre che la vera forza non sta nel potere, ma nella vulnerabilità, nella comunità, nella fiducia reciproca.
Da quel momento, Saulo non è più lo stesso. La sua autorità di cittadino romano non conta più. La sua identità si ricostruisce nell’abbraccio di una comunità che un tempo perseguitava. È da quella comunità che riceve la forza di ricominciare, fuori dai confini della società dominante.
Così è anche per noi, persone queer. Il nostro potere non nasce dal controllo o dall’approvazione degli altri, ma dal coraggio di esistere comunque, dal desiderio di vivere pienamente, dall’amore che ci abita.
La nostra forza è nel continuare a credere che abbiamo un posto nel mondo, anche quando ci viene negato. Siamo resilienti perché dobbiamo esserlo, ma dentro questa resilienza c’è anche la dolcezza del perdono verso noi stessi.
Nelle nostre comunità impariamo a rinascere, come Saulo. A cadere, ad aspettare, e poi ad aprire gli occhi. E ogni volta che lo facciamo, anche solo un po’, ci avviciniamo a quella luce che non ci acceca più, ma ci restituisce alla vita.
*Taj M. Smith è fondatore di Rooted Respite, una comunità online di sostegno per attivisti, operatori della giustizia sociale e persone impegnate nella costruzione di un mondo più equo. Nero e transgender, Taj lavora per aiutare le persone a ritrovare relazione con se stesse, con gli altri e con la terra. La sua storia di transizione è raccontata nel libro di Austin Hartke Transforming: The Bible and the Lives of Transgender Christians.
Testo originale: Acts 9

