Papa Francesco un pastore che ha voluto una Chiesa aperta a tutti
Testo di Camillo Barone, Soli Salgado e Olivia Bardo*, pubblicato su Global Sisters Report (Stati Uniti) il 25 aprile 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Centinaia di migliaia di persone, arrivate da ogni parte del mondo, si sono strette sabato 26 aprile in piazza San Pietro, in Vaticano, per dare l’ultimo saluto a papa Francesco, il pastore che, in dodici anni di pontificato, ha aperto le porte della Chiesa cattolica a tutti, irradiando speranza, misericordia e amore soprattutto verso gli ultimi.
Era morto lunedì 21 aprile, lunedì di Pasqua, a 88 anni, dopo mesi segnati da una malattia respiratoria. E oggi, in una giornata mite e luminosa, è stato accompagnato verso la sua ultima dimora, la Basilica di Santa Maria Maggiore, da un fiume di persone. Circa 250.000 fedeli hanno riempito la piazza e la Città del Vaticano; altre 150.000 si sono disposte lungo il percorso fino alla basilica.
Insieme alla folla c’erano decine di capi di Stato e dieci sovrani in carica, provenienti da ogni parte dello spettro politico: dall’ex presidente statunitense Donald Trump con la moglie Melania, al presidente Joe Biden e alla moglie Jill. Tutti hanno assistito alla messa funebre, presieduta dal cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, che ha guidato la celebrazione iniziata alle 10.00.
Quando il feretro è uscito dalla Basilica di San Pietro per essere portato nella piazza, un applauso lunghissimo si è levato da migliaia di mani e cuori.
Un papa con le porte sempre aperte
Nella sua omelia, il cardinale Re ha ricordato il tratto più profondo del pontificato di Francesco: «L’evangelizzazione è stata la chiave della sua missione. Con una visione missionaria chiara, ha diffuso la gioia del Vangelo».
E ha aggiunto: «Il filo conduttore della sua vita è stato la convinzione che la Chiesa è la casa di tutti, una casa con le porte sempre aperte. Una Chiesa che si china su ogni persona, senza badare a credenze o condizioni, per curare le ferite. Una Chiesa attenta ai problemi reali delle persone e alle grandi angosce che lacerano il mondo contemporaneo».
Re ha ricordato un papa che si è dato senza misura, con «il cuore aperto verso tutti», che ha costruito ponti, non muri; che ha scelto di stare vicino ai migranti, ai rifugiati, ai poveri e agli esclusi.
“Era un fratello per tutti”
Nella folla, accanto ai leader mondiali, c’erano pellegrini venuti da ogni latitudine: bambini con lo zaino e anziani col bastone, famiglie con poche risorse che avevano dormito all’aperto per essere lì.
Come la famiglia Chafla, arrivata dall’Ecuador: «Eravamo in Francia quando abbiamo saputo della sua morte. Abbiamo preso lo zaino e siamo venuti qui. Non potevamo non salutarlo un’ultima volta», ha detto Alexanda Chafla. E José Luis Alargón ha aggiunto: «Era un papa del popolo. Non amava le ricchezze».
Evelia González, da Los Angeles, ha raccontato di aver deciso all’ultimo di partire: «Ma ne è valsa la pena. Era un fratello per tutti».
Parole che nutrivano il cuore
Le letture scelte per la messa – le stesse usate per san Giovanni Paolo II – includevano il passo di Giovanni (21, 15-19) in cui Gesù affida a Pietro le sue pecore. La liturgista Rita Ferrone ha commentato: «Non potevano esserci parole più appropriate. Francesco ha nutrito il gregge di Cristo per amore».
Dal primo giorno, aveva espresso il desiderio di una “Chiesa povera e per i poveri”. Per questo ha voluto essere sepolto in una semplice bara di legno. E quando il corteo è arrivato a Santa Maria Maggiore, ad accoglierlo non c’erano autorità, ma i poveri di Roma.
Tra la folla c’erano migranti, che ricordavano il suo primo viaggio a Lampedusa, e persone trans, con cui si era incontrato più volte in privato, fedele al suo “Chi sono io per giudicare?”.
Un addio lungo le strade di Roma
Dopo la messa, il corteo ha attraversato la città per sei chilometri, toccando luoghi simbolici come il Colosseo e il Foro Romano. Centinaia di migliaia di persone hanno salutato il passaggio della bara. Uno dei momenti più toccanti è stato davanti alla chiesa del Gesù, casa madre dei gesuiti e luogo di sepoltura di sant’Ignazio di Loyola.
Sul marmo che segna il luogo della sua sepoltura, in uno spazio semplice che un tempo era un deposito, è inciso in latino: Franciscus.
E come concludeva sempre i suoi discorsi, il cardinale Re ha chiuso l’omelia così: «Caro papa Francesco, ora ti chiediamo di pregare per noi. Benedici la Chiesa, Roma e il mondo intero dal cielo, come hai fatto domenica scorsa dal balcone di questa basilica in un ultimo abbraccio al popolo di Dio e all’umanità che cerca la verità e tiene alta la fiaccola della speranza».
* Camillo Barone è giornalista, collabora con il National Catholic Reporter e il Global Sisters Report, occupandosi di Vaticano e attualità internazionale. Soli Salgado è reporter per il Global Sisters Report, specializzata in questioni sociali, diritti umani e vita religiosa. Olivia Bardo è fotografa e giornalista, documenta eventi ecclesiali e sociali a Roma e in Italia.
Testo originale: El papa Francisco, aclamado como pastor por su visión de una Iglesia abierta a todos

