Papa Leone XIV, la dignità umana e i cattolici LGBTQ nella Repubblica Dominicana
Articolo di Frank Abate* pubblicato sul sito di Outreach (USA) il 13 agosto 2026, tradotto liberamente da Luigi e Valeria de La Tenda di Gionata
Nel 1991, a Washington, D.C., ho fatto coming out. Ho finalmente ammesso ciò che quasi tutti intorno a me sapevano (senza dirlo) da anni: ero gay.
La mia presa di coscienza è avvenuta nel contesto di una autentica formazione cattolica e di una comunità di fede che era stata allontanata da qualsiasi connessione ecclesiale dal cardinale Joseph Ratzinger.
Tutto ciò mi ha permesso di apprezzare una comunità di credenti che rimaneva profondamente fedele a una Chiesa che li respingeva nei modi più evidenti e percepibili. Questa fede, ereditata da alcuni, scoperta da altri, era parte integrante della loro identità. Nel mio caso, questa nuova comprensione di me stesso ha presto trovato espressione nella cura pastorale.
Ogni domenica, insieme ad altri membri della comunità, portavamo la comunione ai pazienti della Whitman-Walker Clinic, il centro dell’assistenza durante la crisi dell’HIV/AIDS a Washington.
Per loro, la diagnosi della malattia era praticamente una condanna a morte. La paura del contagio portava molti all’interno della Chiesa a sottrarsi silenziosamente all’assistenza pastorale tra quelle anime così tanto sofferenti. Le scene a cui assistevamo ogni settimana erano degne dell’Inferno di Dante.
Non le dimenticherò mai, né voglio farlo. Lì ho imparato che, di fronte alla paura, al rifiuto e all’esclusione, bisogna confidare in Dio e costruire ponti.
È proprio dal ricordo e dall’eco di quelle esperienze, e alla luce delle recenti parole di papa Leone XIV durante la sua visita in Spagna, che mi ritrovo a riflettere sulla Chiesa in America Latina e, in particolare, nella Repubblica Dominicana.
Percepisco chiaramente che la Chiesa è chiamata con insistenza dalla realtà stessa a cercare le persone ferite ed emarginate. E non posso dimenticare né ignorare i momenti in cui questa Chiesa ha fallito, perché non è riuscita a rispondere alla propria chiamata. Poche realtà dimostrano in maniera più evidente questo fallimento del rapporto, o meglio della assenza del rapporto, tra la nostra gerarchia ecclesiastica e le persone LGBTQ che appartengono alla Chiesa stessa.
Le esperienze delle persone LGBTQ in America Latina sono diverse. Argentina, Uruguay, Colombia, Brasile e Porto Rico offrono un ampio riconoscimento giuridico e tutele relativamente solide.
Al contrario, Cile, Cuba, Costa Rica, Messico ed Ecuador hanno compiuto progressi giuridici significativi, anche se è necessario ancora lottare per garantire che tali diritti siano pienamente realizzati nella vita quotidiana. Infine, nella Repubblica Dominicana, in Nicaragua, ad Haiti, in Giamaica, in Honduras, in Paraguay, in Guatemala e in El Salvador permangono gravi lacune e ambiguità giuridiche e sociali.
Questa classificazione non costituisce una misura oggettiva di dignità, accettazione o umanità. L’esperienza umana raramente si adatta perfettamente a categorie giuridiche ben definite. Il Brasile possiede una delle normative giuridiche più avanzate della regione, eppure in questo paese si continuano a registrare livelli allarmanti di violenza contro le persone LGBTQ.
Porto Rico gode di ampie tutele giuridiche grazie alla connessione con il sistema federale statunitense, eppure la denigrazione sociale e il rifiuto familiare per le persone LGBTQ rimangono comuni. Il Cile ha compiuto notevoli progressi legislativi, ma le situazioni reali dipendono ancora fortemente dalla geografia e dalla classe sociale.
La legge è importante. Tuttavia, come ci ricorda San Paolo in Romani 13, 8–10, «l’amore è il compimento della legge». La realtà morale non può essere ridotta a norme giuridiche; raggiunge la sua pienezza nell’amore per sé stessi e per il prossimo. La legge non abbraccia l’intera esperienza umana. L’amore sì.
E mentre in tutta l’America Latina esiste spesso un divario significativo tra i diritti riconosciuti e la dignità nella vita reale, è proprio questo divario che, ironia della sorte, unisce l’esperienza di fede di molti credenti LGBTQ in tutta la regione.
Nella Repubblica Dominicana, le relazioni tra persone dello stesso sesso non sono considerate reati penali. Tuttavia, durante la recente revisione del Codice Penale, una legislatrice si è particolarmente data da fare per eliminare qualsiasi formulazione che avrebbe protetto la comunità LGBTQ dalla discriminazione.
Al di là di una semplice posizione legislativa, si è trattato di un atto evidente ed esplicito di ostilità e rifiuto, reso ancora più preoccupante dal fatto che, mentre discriminava una parte significativa della popolazione, ella stava discriminando anche alcuni membri della propria famiglia.
Le conseguenze pratiche di tale atto vanno oltre la negazione delle tutele giuridiche fondamentali ai membri della stessa Chiesa che li rivendica come propri fedeli. Ancora più scandaloso, tuttavia, è il fatto che tali azioni sembrano godere della silenziosa ma convinta approvazione di alcuni rappresentanti della Chiesa: e questo lascia molte persone credenti con un profondo senso di abbandono e disperazione. Il problema che i cattolici dominicani devono affrontare va oltre le questioni di tutela giuridica e riguarda l’amore di Cristo.
Sebbene questa riflessione si concentri sulla comunità LGBTQ, è importante riconoscere che dinamiche simili interessano anche altri gruppi: i migranti, in particolare gli haitiani; i dominicani di origine haitiana; e le donne, specialmente quelle povere, giovani e/o vittime di discriminazione razziale.
Le persone cattoliche dominicane gay, bisessuali, intersessuali e transgender hanno storicamente subito varie forme di rifiuto, alcune delle quali particolarmente crudeli. Nella maggior parte dei casi, la Chiesa non è riuscita a fornire né un riconoscimento istituzionale né un’autentica assistenza pastorale.
In termini pratici, ciò costringe i cattolici LGBTQ a scegliere tra due grandi percorsi: vivere apertamente la propria identità, subendo scherno, esclusione e umiliazioni in contesti che dovrebbero invece offrire accoglienza; oppure nascondersi per evitare il giudizio pubblico e la vergogna. Chi dispone di mezzi economici spesso lascia il Paese.
Altri scivolano in vite segnate dallo sfruttamento sessuale, usando la necessità di denaro come scusa per vivere la propria verità. Eppure, tutti questi percorsi alla fine convergono nello stesso punto: la profonda interiorizzazione del rifiuto.
Per quanto mi riguarda, non appena ho preso coscienza della mia realtà, il mio percorso è diventato chiaro: vivere apertamente. Ma non mi faccio illusioni sul prezzo alto e amaro che ho pagato per quella decisione.
Quando il rifiuto non proviene più dall’esterno, ma si insedia dentro di noi, le conseguenze sono devastanti fin nel profondo. La dignità cessa di essere percepita come un proprio diritto. La libertà promessa nel battesimo diventa irraggiungibile.
La persona impara a guardarsi attraverso gli occhi di chi la disprezza. A questo punto, l’ostacolo principale alla grazia non è più il peccato, ma una menzogna creduta così profondamente da portare al disprezzo di sé e alla totale mancanza di consolazione. La questione cessa di essere meramente sociale e diventa spirituale.
La domanda fondamentale è semplice: Quale dovrebbe essere il rapporto tra la Chiesa e le persone LGBTQ?
Questa domanda non è nuova. La Chiesa universale si interroga su questo esplicitamente da generazioni. E, a mio avviso, anche la risposta non è del tutto nuova.
Durante la sua visita in Spagna, Papa Leone XIV è tornato più volte sullo stesso tema. Rivolgendosi ai vescovi spagnoli, ha ricordato loro: «La vostra missione vi chiama a salvaguardare l’unità, a promuovere il dialogo, a sanare le divisioni e ad accompagnare il cammino delle persone affidate alle vostre cure».
Più tardi, presso l’Abbazia di Nostra Signora di Montserrat, ha pregato: «Chiediamo a Maria, Regina della Pace, di insegnarci a rinunciare alle parole offensive, ai giudizi affrettati, al pettegolezzo e alla calunnia. E impariamo a coltivare l’amore all’interno delle famiglie, tra amici, sul posto di lavoro, sui social media, nel dibattito politico e all’interno delle comunità cristiane, affinché l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace».
Il suo messaggio ha fatto risuonare le inconfondibili note del pastore ed è risuonato di speranza. E, sebbene non fosse rivolto specificamente alle persone LGBTQ, la sua rilevanza per noi è evidente.
Il Santo Padre affronta le questioni pastorali: come trattiamo effettivamente gli esseri umani? Come dovrebbe agire pastoralmente la Chiesa in una società afflitta da polarizzazione, paura ed esclusione?
Con saggezza e autorevolezza, egli non impone nulla. Ci invita, con parole gentili, a riconoscere una semplice verità proclamata con forza da san Giovanni Paolo II e ribadita più volte dal magistero della Chiesa, alla quale alcuni ambienti ecclesiali continuano a opporre resistenza a quasi mezzo secolo di distanza: «A ogni persona umana spetta una dignità infinita, fondata sulla sua stessa identità, al di là di ogni circostanza e in qualunque condizione o situazione si trovi».
Nessuna considerazione può eclissare la dignità umana, afferma il Papa. Egli insiste sul fatto che la dignità umana non dipende da alcuna condizione esteriore, né esplicitamente dall’età, dall’origine, dalla razza o dallo status sociale, né implicitamente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.
Le sue parole ci ricordano che nel Vangelo l’incontro precede la conversione. Ci insegnano che è imperativo non escludere nessuno da una comunità cristiana finché non sia stato ascoltato e non si sia sentito ascoltato.
Partendo dalla semplicità di questa riflessione, prego affinché la Chiesa possa ascoltare questa supplica. Affinché comprenda che riconoscere l’umanità e, di conseguenza, la dignità delle persone emarginate non richiede di abbandonare le proprie convinzioni o di abbracciare idee estranee al proprio credo.
Richiede semplicemente di creare spazi in cui tutte le persone possano parlare senza paura, ascoltare senza pregiudizi e accompagnarsi a vicenda senza preconcetti. Richiede di costruire ponti di riconciliazione tra Dio e tutto il suo popolo.
In assenza di tali ponti, la dignità si riduce a un’astrazione e la libertà a una promessa vuota. Eppure, tutte le volte che in una comunità si impara ad avvicinarsi gli uni agli altri senza giudicare, si rivela il miracolo della Chiesa: le differenze cessano di essere viste come minacce e si trasformano in espressioni concrete dell’unione universale di Dio.
Più di trentacinque anni fa, mi trovavo in mezzo a persone in fin di vita. Alcuni erano convinti della propria indegnità. Alcuni erano pieni di odio verso se stessi. Altri rivolgevano il proprio odio verso l’immagine che si facevano di un Dio che stavano per incontrare. Tutti erano stati privati delle cure, della consolazione e persino della presenza di una Chiesa chiamata a essere immagine di Cristo nel mondo.
Eppure, è stato proprio in quel contesto che ho imparato che la fede trova il suo significato più pieno solo quando ci conduce verso un incontro con Dio fondato sulla dignità della persona umana.
L’invito rivolto da Papa Leone XIV dalla Spagna alla Chiesa universale è antico e ben noto: che la Chiesa incarni, attraverso una cura pastorale concreta e compassionevole, il vero mistero della croce: che nulla può sminuire la dignità infinita e incondizionata, donata da Dio, di ogni essere umano.
* Frank Abate vanta oltre 30 anni di esperienza internazionale nella gestione di organizzazioni no profit in ambito socio-politico, con un impegno di lunga data a favore dei diritti umani e della comunità LGBTQ. Ha conseguito titoli di studio in giurisprudenza, finanza e responsabilità sociale d’impresa e attualmente ricopre a titolo volontario la carica di tesoriere presso diverse organizzazioni no profit e religiose dominicane.
Testo originale: Pope Leo XIV, human dignity and LGBTQ Catholics in the Dominican Republic

