Papa Leone XIV, la solidarietà e la comunità LGBTQ+
Articolo di Jason Steidl Jack* pubblicato sul sito di Outreach (USA) il 16 luglio 2025, liberamente tradotto da Diego de La Tenda di Gionata
Fin dall’elezione di papa Leone XIV, ho ripensato a un incontro che ho avuto nel 2015 con Gustavo Gutiérrez, OP, fondatore della teologia della liberazione, difensore dei poveri e, come il nuovo papa, cittadino peruviano. All’epoca ero dottorando alla Fordham University, dove il sacerdote domenicano aveva appena tenuto una conferenza pubblica e incontrato il dipartimento di teologia.
Un mio amico, un compagno di studi, si offrì volontario per dare un passaggio a padre Gutiérrez all’aeroporto JFK per l’ultima tappa del suo viaggio. Riempimmo la macchina di studenti laureati, entusiasti di trascorrere del tempo con uno dei nostri eroi.
Mentre il mio amico guidava, tempestammo di domande padre Gutiérrez. Com’è stato difendere il suo lavoro in Vaticano negli anni ’80? Cosa pensava di papa Francesco? Poi uno di noi gli chiese del futuro della teologia della liberazione: «Chi sono i poveri del XXI secolo?»
Sono rimasto sbalordito dalla sua schietta risposta: «La Chiesa deve comprendere meglio la difficile situazione delle persone LGBT».
All’epoca, padre Gutiérrez aveva circa ottantacinque anni, ma era ben consapevole della rapida evoluzione della percezione delle persone queer da parte della società e aveva familiarità con i movimenti LGBTQ-affirming nella teologia cattolica.
Per padre Gutiérrez, riconoscere la sofferenza delle persone queer significava vederle al centro del piano di Dio per il mondo in evoluzione e impegnarsi a soddisfare i loro bisogni più urgenti – quella che la dottrina sociale cattolica definisce “opzione preferenziale per i poveri”.
La preoccupazione di padre Gutiérrez per i poveri LGBTQ+ era in netto contrasto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa, che spesso ci descrive come egoisti e alla ricerca del proprio tornaconto. Il catechismo, per esempio, condanna gli atti omosessuali come “intrinsecamente disordinati” e “contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”.
Durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, i funzionari vaticani hanno rafforzato l’insegnamento ufficiale della Chiesa sull’omosessualità attraverso pronunciamenti su controversie ecclesiastiche e sociali. Ogni intervento ha rafforzato l’idea che l’omosessualità minacciasse l’ordine stabilito da Dio; ogni intervento ha stigmatizzato e danneggiato ulteriormente le persone LGBTQ+.
Nel 1986, la Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) pubblicò la sua Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla Cura Pastorale delle Persone Omosessuali. In nessun caso, sosteneva il documento, vescovi, sacerdoti, diocesi o parrocchie avrebbero potuto sostenere individui o gruppi che contraddicevano l’insegnamento della Chiesa. La Chiesa, affermava, aveva sempre insegnato che l’attività omosessuale “contraddice la vocazione a un’esistenza vissuta in quella forma di auto-donazione che, secondo il Vangelo, è l’essenza stessa della vita cristiana”
Gli omosessuali che spingevano per il cambiamento rappresentavano una minaccia per la fede cattolica, “ignorano l’insegnamento della Chiesa o cercano in qualche modo di sovvertirlo”. Per anni, sosteneva la Congregazione per la Dottrina della Fede, gli attivisti avevano manipolato i leader della Chiesa per renderli più accoglienti, ma i pastori dovevano essere consapevoli dei pericoli che gli attivisti rappresentavano: «Benché la pratica dell’omosessualità stia minacciando seriamente la vita e il benessere di un gran numero di persone, i fautori di questa tendenza non desistono dalla loro azione e rifiutano di prendere in considerazione le proporzioni del rischio, che vi è implicato».
Per tutti gli anni Novanta, il Vaticano ha ribadito i suoi timori nei confronti degli omosessuali. Quando l’Occidente ha iniziato ad estendere i diritti civili a gay e lesbiche, la Congregazione per la Dottrina della Fede si è opposta fermamente. Una delle dichiarazioni pubbliche più significative della congregazione risale al 1992. L’omosessualità, ha affermato la Congregazione per la Dottrina della Fede, non è “una qualità paragonabile alla razza, all’origine etnica, ecc. rispetto alla non discriminazione”, ma un disordine moralmente inaccettabile e oggettivo.
Per questo motivo, ha affermato, “non vi è un diritto all’omosessualità” e le limitazioni governative ai diritti civili degli omosessuali possono essere “non solo lecite ma obbligatorie”. Paragonando l’omosessualità alle malattie mentali e alle malattie contagiose, il Vaticano ha sostenuto che i governi dovrebbero limitare i diritti degli omosessuali perché minacciano il piano di Dio per il matrimonio, la famiglia e la società.
Secondo questi documenti storici della Congregazione per la Dottrina della Fede, la discriminazione sancita dal governo è necessaria per impedire alle coppie dello stesso sesso di raggiungere l’uguaglianza in ambiti della vita come il reclutamento militare, il lavoro, l’adozione, il matrimonio e persino l’alloggio. L’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità ha incoraggiato condizioni legali e sociali che hanno portato all’impoverimento spirituale, relazionale e materiale delle vite queer.
Dodici anni di leadership di papa Francesco hanno affrontato l’eredità di queste affermazioni. Papa Francesco dialogava regolarmente con cattolici LGBTQ+ e alleati e ha pubblicamente dichiarato la sua amicizia con persone apertamente gay. Ha affermato che le persone queer “hanno il diritto di essere in una famiglia ” e ha scoraggiato i genitori dal rinnegare i propri figli LGBTQ+.
Nel 2023, papa Francesco ha persino chiesto la depenalizzazione dell’omosessualità, una mossa che ha avuto risonanza in tutto il mondo. Sotto la sua guida, le persone transgender potevano essere battezzate e fungere da padrini in determinate situazioni. Il suo ministero ha dato una nuova direzione al rapporto della Chiesa universale con la comunità LGBTQ+.
Tuttavia, la sofferenza, l’esclusione e la persecuzione LGBTQ+ persistono ancora oggi in gran parte del mondo. Nel 2025, la condotta omosessuale è punita con la morte in sette nazioni, e almeno sessantatré nazioni criminalizzano l’omosessualità con pene che vanno da decenni di carcere a fustigazioni pubbliche. Negli Stati Uniti, le persone LGBTQ+ hanno cinque volte più probabilità rispetto alle persone non LGBTQ+ di essere vittime di crimini violenti.
Le conseguenze dell’omofobia e della transfobia sono più visibili tra i giovani vulnerabili. Secondo il Trevor Project, il 52% dei giovani LGBTQ+ delle scuole medie e superiori dichiara di essere stata vittima di bullismo nell’ultimo anno. Rispetto ai loro coetanei eterosessuali cisgender, i giovani LGBTQ+ hanno una probabilità più di quattro volte maggiore di tentare il suicidio. Forse ancora più significativo è il fatto che i giovani LGBTQ+ che crescono in comunità religiose hanno una probabilità più del doppio di tentare il suicidio rispetto ai loro coetanei non religiosi.
Questi fatti e cifre sono un pallido riflesso delle complesse e strazianti realtà che le persone LGBTQ+ affrontano, e le statistiche non potranno mai rendere giustizia al danno irreparabile che le persone queer subiscono a causa dell’odio e dell’esclusione. Il dolore LGBTQ+ esige l’attenzione di tutti i leader morali e religiosi seri.
E questo ci porta al momento attuale.
Nelle ultime settimane, insieme a molti altri cattolici LGBTQ+, ho osservato attentamente le parole e le azioni di papa Leone XIV per cercare indizi sul suo rapporto con la nostra comunità. Tornerà al trattamento riservato alle persone queer da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, considerandole una minaccia per la società e la Chiesa, o intende proseguire l’eredità di inclusione e dialogo di papa Francesco?
Finora possiamo solo fare delle supposizioni, ma sono rincuorato dalla sua iniziale retorica sulla sofferenza e sui poveri.
Nel suo primo saluto in Piazza San Pietro, Leone XIV sostenne «una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono». Nove giorni dopo, in un discorso alla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, illustrò il ruolo dei poveri nello sviluppo della tradizione della dottrina sociale della Chiesa:
«Fondamentali dunque sono l’approfondimento e lo studio, e ugualmente l’incontro e l’ascolto dei poveri, tesoro della Chiesa e dell’umanità, portatori di punti di vista scartati, ma indispensabili a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Chi nasce e cresce lontano dai centri di potere non va semplicemente istruito nella Dottrina Sociale della Chiesa, ma riconosciuto come suo continuatore e attualizzatore […] Vi raccomando di dare la parola ai poveri».
Come padre Gustavo Gutiérrez, papa Leone XIV ha incarnato la solidarietà con le comunità emarginate attraverso il suo insegnamento e la sua vita. Dal suo periodo come missionario nelle zone rurali di Chulucanas alla sua elezione a Vescovo di Roma, i poveri sono stati al centro del suo ministero. Con l’avanzare del papato di Leone XIV, abbiamo ogni motivo di credere che continuerà a dare voce alle esperienze di chi soffre e di chi è indigente. La mia preghiera è che l’esercizio del ministero petrino da parte di Leone XIV includa anche incontri con i poveri LGBTQ+ – incontri che trasformeranno la comprensione della Chiesa delle persone queer e rivitalizzeranno il suo impegno ad amare e prendersi cura degli “ultimi”.
*Steidl Jason Jack è professore associato di studi religiosi presso la St. Joseph’s University di Brooklyn, New York.
Testo originario: Pope Leo XIV, solidarity and the LGBTQ community

