Papa Leone XIV, le persone LGBTQ+ e la pastorale dell’accoglienza
Riflessioni di Paolo Spina*
In una recente intervista, già ampiamente commentata, papa Leone XIV ha pronunciato parole significative sul tema delle persone LGBTQ+, indicando un orientamento che, pur non modificando la dottrina morale della Chiesa, mette l’accento su un cambiamento di atteggiamento e di pastorale.
Apprezziamo, innanzitutto, che Leone XIV abbia usato esplicitamente l’acronimo LGBTQ nelle sue dichiarazioni, qualcosa che in precedenza nella gerarchia cattolica è stato pronunciato assai raramente (e solo una volta in un documento magisteriale, nel 2016, a proposito del Sinodo sui giovani).
Questo, anche se potrebbe sembrare solo una sfumatura, rappresenta un segnale importante: riconoscimento – e non solo accoglienza – della realtà delle identità LGBT+, come una delle componenti della comunità umana ed ecclesiale.
Considerare l’utilizzo dell’acronimo LGBTQ come vezzo semantico non ne comprende tutta la potenza e carica simbolica: pronunciarlo significa riconoscere esplicitamente una realtà che molte persone vivono, non più solo implicita o negletta. È parte del linguaggio pubblico, e il linguaggio cambia il modo in cui le cose vengono percepite.
Fanno da contraltare le parole del cardinale Müller che, recentemente e in altre occasioni, si è fatto portavoce di affermazioni contro la comunità LGBT+, criticando ciò che ha chiamato “promozione dello stile di vita omosessuale” e opponendosi ad aperture sull’unione tra persone dello stesso sesso, appellandosi a una interpretazione letterale della Bibbia (contenuta nel libro della Genesi e nelle lettere di Paolo, peraltro ampiamente superata da una esegesi recente e attualmente insegnata nelle facoltà teologiche) e del magistero cattolico.
Le voci dei pastori in merito, però, sanno avere accenti anche molto diversi: a pochi giorni di distanza il nuovo vescovo di Malaga, José Satúe, ha invece pronunciato parole di accoglienza già nell’omelia all’inizio del suo ministero, sottolineando il valore dell’ascolto, del rispetto e del riconoscimento umano delle persone LGBTQ come interlocutori della Chiesa, non come problemi da risolvere, dichiarando apertamente di promuovere “processi di liberazione, giustizia e santità tra le persone che si trovano ai margini della società e della Chiesa”.
Nella ormai celebre prima intervista rilasciata, Leone XIV ha ribadito che è “improbabile, certamente nel prossimo futuro, che la dottrina della Chiesa, in ciò che insegna sulla sessualità, cambi”, ma non ha detto che non cambierà mai o sia impossibile che cambi nel lungo termine.
Questa sfumatura è significativa: lascia uno spazio al cambiamento, seppure attraverso processi lenti, riconoscendo che i mutamenti negli atteggiamenti pastorali possono generare mutamenti nella recezione e nella pratica ecclesiale.
A questo proposito, in occasione dell’apertura dell’anno pastorale nella sua diocesi di Roma, Leone XIV sostiene: “Mi pare urgente impostare una pastorale solidale, empatica, discreta, non giudicante, che sa accogliere tutti, e proporre percorsi il più possibile personalizzati, adatti alle diverse situazioni di vita dei destinatari”.
Non si tratta di rompere con la dottrina, ma di modificare il modo in cui essa viene vissuta e comunicata, togliendo ogni forma stigmatizzazione, e di farlo subito!
Le parole del papa segnalano bene come non tutto si possa facilmente risolvere, nemmeno dopo il pontificato di Francesco che, per certi versi, ha rappresentato un vero e proprio tsunami di accoglienza e misericordia: la dottrina morale rimane – per ora – invariata su temi come matrimonio, unione tra persone dello stesso sesso, comportamenti sessuali, e le persone LGBTQ continuano a trovarsi in una posizione precaria, strettamente dipendente da interpretazioni locali, sensibilità di vescovi e di comunità.
Sappiamo bene – e lo ricorda lo stesso Leone XIV – che la Chiesa ha riconosciuto cambiamenti dottrinali derivanti da mutamenti di mentalità e cultura (pensiamo a schiavitù, diritti civili, ruolo delle donne): allo stesso modo, pur più lenti, gli stessi cambiamenti potrebbero avvenire anche su questi temi.
Senza riformulare la dottrina in modo drastico, papa Leone ha aperto una finestra pastorale: l’uso di “LGBTQ”, l’appello a un approccio empatico e non giudicante, la disponibilità a seguire l’eredità di Francesco mostrano che, anche sotto il suo pontificato, la Chiesa desidera continuare a camminare sulla via dell’accoglienza.
Ricordo – letteralmente “riporto al cuore” – le parole di una mamma: “Penso a tutte le volte in cui mi sono sentita dire, anche da vescovi sensibili: ‘Io vi capisco, ma i tempi non sono maturi, molti non sono pronti, vi chiedo pazienza’.
La mia risposta era che nemmeno io ero pronta quando mio figlio ha fatto coming out, ma ho dovuto esserci, come ero capace”. Se anche il magistero cambiasse domani, ma restassero insensibili i cuori, vano sarebbe un passo che pur definiremmo storico.
La pazienza non è mai mancata a chi, con sguardo e agire profetico, ha cercato di seminare Vangelo nel campo della Chiesa cattolicae del mondo: forse anche noi non ci sentiamo pronti, ma vogliamo esserci, vogliamo provarci.
Non sappiamo se siamo capaci, ma sappiamo molto bene di non essere soli.
* Paolo Spina è un medico, appassionato di Sacra Scrittura e teologia femminista e queer. Laureato in Scienze religiose, collabora con il Progetto Cristiani LGBT+ e con La tenda di Gionata scrivendo su temi di attualità e cristianesimo. Le sue riflessioni le trovi raccolte qui.

