Parole che feriscono: quando anche il dolore diventa bersaglio
Riflessioni di Innocenzo Pontillo, volontario del Progetto Gionata
Tra le tante email ricevute in questi giorni al Progetto Gionata, ce n’è una che mi ha particolarmente colpito.
«Come sciacalli, subito vi siete tuffati sulla preda… il ragazzo ucciso dal padre perché non lo accettava in quanto gay… E via con le solite letture faziose… Tutto sommato questi episodi vi fanno piacere, perché vi permettono di continuare a sentirvi discriminati. Auguri.» Roberto65
Leggere parole come queste fa male. Si rimane davvero ghiacciati. Non perché esprimano un’opinione diversa dalla nostra – il confronto è sempre possibile – ma perché sono state scritte davanti all’uccisione di un ragazzo e di sua madre.
Mi colpisce leggere queste frasi davanti a una tragedia in cui hanno perso la vita due persone.
Non provo alcuna soddisfazione quando accadono fatti come questo. Anzi, ogni volta è una ferita che si riapre. Una ferita per una famiglia distrutta, per un ragazzo che non potrà più vivere la sua vita e per una madre che ha perso la vita in circostanze così drammatiche.
Nessuno dovrebbe usare un delitto per confermare le proprie idee, da qualunque parte stia. Ma nemmeno dovremmo chiudere gli occhi davanti al fatto che, in alcune famiglie, il rifiuto dell’orientamento sessuale di un figlio può diventare una fonte di violenza, di odio e, nei casi più estremi, di tragedia.
Da quasi vent’anni, attraverso il Progetto Gionata, ascoltiamo le storie di persone LGBTQ+, dei loro genitori e delle loro famiglie. Conosciamo le riconciliazioni, gli abbracci ritrovati, ma anche le paure, i rifiuti e le ferite che tante persone portano nel cuore. Per questo sappiamo che le parole non sono mai innocenti: possono aiutare a costruire ponti oppure scavare solchi ancora più profondi.
Chi accompagna ogni giorno persone LGBTQ+ e le loro famiglie sa anche che la maggior parte dei genitori ama profondamente i propri figli. Proprio per questo, quando succede qualcosa di così terribile, non c’è nulla da festeggiare e nulla da strumentalizzare.
C’è solo da piangere due vite spezzate e da chiederci tutti, con umiltà, come costruire famiglie e comunità in cui nessun figlio debba temere di essere rifiutato per quello che è.
Davanti a una vicenda come questa, prima di ogni discussione, dovrebbero esserci il rispetto e la compassione. Perché quando viene meno la compassione, perdiamo tutti qualcosa della nostra umanità.

