Per la prima volta i cattolici LGBTQ+ in pellegrinaggio con il sostegno di due Papi
Articolo di Hendro Munsterman pubblicato sul sito cristiano ND.nl – Nederlands Dagblad (Paesi Bassi) il 6 settembre 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
A Roma la monumentale chiesa del Gesù, chiesa madre dei gesuiti, sabato mattina 6 settembre 2025 era gremita di cattolici LGBTQ+ provenienti da tutto il mondo. Unica eccezione: l’Africa. Le persone LGBTQ+ cattoliche di quel continente non hanno ottenuto il visto dalle autorità italiane.
Prima della celebrazione eucaristica, una dozzina di sacerdoti si trovavano nelle cappelle laterali della chiesa del XVI secolo, disponibili per colloqui pastorali o per le confessioni, in varie lingue.
“Ci era stato chiesto in anticipo di non portare bandiere arcobaleno o striscioni”, racconta padre Harry Notermans, sacerdote della provincia olandese del Limburgo. “Siamo qui per pregare. È un gesto devoto e quindi convincente”, aggiunge.
Molti indossano comunque un distintivo. Alcuni portano una spilla con una pecora dai colori dell’arcobaleno. “Da pecore nere stiamo diventando pecore arcobaleno nella Chiesa”, sorride uno dei presenti. Un piccolo segno del valore storico di questo momento, secondo chi è lì.
Il pellegrinaggio per persone LGBTQ+ non è stato organizzato direttamente dal Vaticano, ma compare — con il sostegno di papa Francesco e del suo successore, Leone XIV — nel programma ufficiale dell’Anno Santo.
Steven Jacobs, di Bruxelles, ha saputo del pellegrinaggio tramite un amico: “In Belgio sento molto accoglimento nei nostri confronti”, racconta. “Anche nelle aree rurali, come nella parrocchia dei miei genitori. Ma non è così dappertutto. Qui a Roma vedo quanto bisogno c’è, tra altri pellegrini, di comprensione e accettazione. È triste che sia ancora necessario. Dovrebbe essere scontato che davanti a Dio siamo tutti uguali.”
Accoglienza e comprensione sono i temi centrali dell’omelia del vescovo Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, che pronuncia un’omelia insolitamente lunga per gli standard cattolici: ben 23 minuti.
“Siamo un popolo di volti che si guardano l’un l’altro, ognuno con la propria storia, ognuno con le proprie ferite, ma anche con la propria bellezza – quella bellezza che vive in ciascuno di noi, nonostante la nostra fragilità”, dice rivolgendosi ai pellegrini LGBTQ+.
L’emozione del vescovo
Savino ricorda il significato del Giubileo nell’Antico Testamento: “Il Giubileo ebraico significava: restituzione della terra, remissione dei debiti, liberazione degli schiavi e dei prigionieri. Era il tempo per restituire la libertà agli oppressi e ridare dignità a chi l’aveva perduta.”
Poi continua: “Fratelli e sorelle, lo dico con commozione: è questo il tempo per restituire dignità – a tutti, ma soprattutto a coloro ai quali è stata tolta.”
L’emozione del vescovo contagia l’intera assemblea. L’applauso è lungo, lunghissimo. Scorrono lacrime. Tutti si alzano in piedi.
“Apriamo nuove porte, adottiamo nuovi atteggiamenti pastorali che favoriscono la comprensione e ci aiutano a sentirci tutti pellegrini di speranza”, prosegue il vescovo. Poi racconta che Papa Leone XIV lo ha incoraggiato personalmente, “con grande tenerezza e dolcezza”, a celebrare questo Anno Santo insieme a loro.
Padre Harry Notermans è visibilmente commosso: “L’omelia e la celebrazione sono state molto toccanti. A casa, con questo tipo di celebrazioni bisogna sempre stare attenti: si può fare? Ci saranno proteste? Dobbiamo forse farlo a porte chiuse? Sei già nervoso prima ancora di cominciare. E qui, invece, accade tutto apertamente, con l’approvazione del papa. Eravamo presenti e non avevamo nulla da temere, perché possiamo essere i credenti che siamo.”
“Senza tono stigmatizzante”
Antoine Borighem, anche lui di Bruxelles, conferma. “Durante l’omelia mi sono emozionato”, racconta nel pomeriggio, mentre cammina con il suo compagno Thibault Cardon e altri 1400 pellegrini LGBTQ+ verso la Porta Santa della Basilica di San Pietro.
“Se ne parlo ora, mi tornano le lacrime agli occhi. Non avrei mai pensato di poter vivere un momento del genere”, dice il 49enne.
Arrivati in piazza San Pietro, si allontanano per un momento dalla processione per scattarsi un selfie davanti alla basilica. “È un momento straordinario. Abbiamo sempre sentito parlare della dignità di ogni persona, ma spesso in un tono velatamente stigmatizzante. Stamattina, nell’omelia del vescovo, quel tono non c’era. Era un discorso davvero inclusivo.”
“Anche noi siamo la Chiesa”
Ma non è così ovunque nel mondo. Poco prima di attraversare la Porta Santa — molti la toccano visibilmente emozionati — Maritza Fuenzalida (Cile) e Leonor Pujol (Costa Rica) si abbracciano.
“Poter essere qui, durante l’Anno Santo, è un segno di speranza per le persone LGBTQ+ in America Latina”, dice Maritza. “Ci viene spesso chiesto perché ‘attacchiamo’ la Chiesa. Ma noi siamo battezzate, siamo parte della Chiesa. Anche noi siamo la Chiesa.”
Leonor annuisce: “In Costa Rica molti sacerdoti sono molto conservatori. Subiamo molta discriminazione e spesso dobbiamo sentire omelie in cui si parla di noi in modo doloroso e offensivo. È difficile, per molte persone LGBTQ+, vivere questo. Per questo abbiamo fondato un gruppo di ‘spazi sicuri’ per cattolici LGBTQ+. Sono importanti perché lì si può essere pienamente sé stessi. Non esiste discriminazione, ci si sente amati e si può condividere liberamente il proprio amore per Dio.”
Testo originale: “Voor het eerst katholieke lhbt+’ers in Rome voor het Heilig Jaar, met steun van twee pausen”

