Perché adulti e giovani discutono spesso senza capirsi
Riflessioni di Marcus del Progetto Gionata
Immaginiamo una riunione parrocchiale. Si discute se organizzare un incontro sull’accoglienza delle persone LGBT+. Un adulto osserva: «Dobbiamo stare attenti a non mettere in discussione la visione cristiana della famiglia». Una ragazza risponde: «Ma voi conoscete Andrea? Dopo quello che ha vissuto in parrocchia dopo il suo coming out, non entra più in chiesa».
Il primo sta pensando a un sistema di valori, alla continuità della comunità e alle possibili conseguenze culturali di una scelta. La seconda sta pensando a un volto, a un amico che forse ha pianto davanti a lei.
Entrambi stanno parlando di qualcosa di importante. Il problema è che non stanno ancora parlando della stessa cosa. E così, partendo da Andrea, dopo tre minuti ci si ritrova già a discutere del tramonto dell’Occidente.
Due modi diversi di guardare la realtà
La distanza tra adulti e giovani non coincide necessariamente con quella tra conservatori e progressisti. Prima ancora delle opinioni, cambia spesso il punto dal quale si osserva la realtà.
Molte persone adulte affrontano le questioni legate alla sessualità e all’identità da una prospettiva politica, culturale o educativa. Sentono di aver ricevuto un patrimonio da custodire e si domandano che cosa potrebbe accadere alla famiglia, alla scuola o alla Chiesa se alcuni riferimenti venissero modificati. Il loro sguardo parte spesso dalle strutture e arriva alle persone.
Molti giovani compiono invece il percorso opposto. Non cominciano da una teoria antropologica, ma dall’amica presa in giro, dal cugino che ha fatto coming out, dal compagno di classe che ha smesso di frequentare la parrocchia o dalla propria fatica nel comprendere chi sono. Partono dalle persone e, soltanto dopo, arrivano alle strutture.
Non è naturalmente una legge universale. Ci sono adulti capaci di grande empatia e giovani molto ideologici: la carta d’identità non garantisce automaticamente né la saggezza né l’apertura mentale. Questa differenza, però, aiuta a capire molti conflitti.
Lo sguardo adulto porta memoria, prudenza e attenzione alle conseguenze. Diventa problematico quando la persona concreta scompare dietro una categoria: “gli omosessuali”, “i trans”, “i giovani di oggi”.
Lo sguardo giovanile porta immediatezza, empatia e insofferenza verso le ingiustizie. Rischia però di considerare l’esperienza individuale come l’unico criterio, liquidando troppo velocemente la storia, le responsabilità educative e la complessità delle istituzioni.
Nessuno dei due sguardi basta da solo.
Le stesse parole, ma due dizionari
La distanza aumenta quando adulti e giovani utilizzano gli stessi termini attribuendo loro significati diversi. Hanno le stesse parole, due dizionari e, di solito, nessuno ha pensato di portare il traduttore.
Quando una persona adulta sente parlare di “inclusione”, può temere che le venga chiesto di approvare qualsiasi comportamento o teoria. Un giovane, usando la stessa parola, potrebbe semplicemente chiedere che il proprio amico non venga deriso, escluso o considerato un problema da risolvere.
Quando un adulto pronuncia la parola “tradizione”, può pensare a una memoria ricevuta e a una saggezza attraversata da generazioni. Un giovane può invece ricordare tutte le volte in cui quella parola è stata usata per impedirgli di fare domande.
Anche “libertà” può indicare realtà differenti. Per alcuni adulti richiama il rischio di un individuo senza legami, convinto di poter decidere tutto da solo. Per molti giovani significa poter respirare, raccontarsi e non vivere nascosti.
Prima di stabilire chi abbia ragione, bisognerebbe quindi chiedere: «Che cosa intendi quando usi questa parola? Quale esperienza c’è dietro? Che cosa temi di perdere? Che cosa stai cercando di proteggere?».
Non sono domande decorative. Sono il punto in cui una discussione può smettere di essere un duello e diventare un incontro.
Un terreno comune, ma non una terra di nessuno
Cercare un terreno antropologico comune non significa inventare una posizione intermedia abbastanza vaga da non disturbare nessuno. Non vuol dire neppure mettere tutte le opinioni in un frullatore e sperare che ne esca il dialogo.
Significa scendere sotto gli schieramenti, fino alle domande umane che li precedono:
Chi sono? Posso essere amato senza nascondermi? Posso appartenere a una famiglia o a una comunità senza rinunciare a me stesso? Come si protegge chi è fragile? Che cosa rende una relazione buona, fedele e responsabile? Come si trasmettono dei valori senza soffocare la libertà?
Su queste domande adulti e giovani possono riconoscersi. Non perché daranno immediatamente le stesse risposte, ma perché scopriranno di abitare la medesima condizione umana: tutti abbiamo bisogno di riconoscimento, appartenenza, libertà, responsabilità e relazioni capaci di custodirci.
Martin Buber distingueva il rapporto “Io-Tu”, nel quale l’altro viene incontrato come una presenza viva e irriducibile, dal rapporto “Io-Esso”, nel quale diventa un oggetto da classificare. Nei conflitti culturali ed ecclesiali il passaggio decisivo avviene quando una persona smette di essere “un caso” e torna a essere un “tu” (Martin Buber, Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, 2014).
Martha Nussbaum ha mostrato come l’immaginazione letteraria possa aiutare a vedere le persone non come semplici categorie sociali, ma come esseri umani dotati di una vita interiore, di desideri e di dignità. Non è sentimentalismo: è un modo per rendere più giusto anche il ragionamento pubblico (Martha C. Nussbaum, Giustizia poetica. Immaginazione letteraria e vita civile, Mimesis, 2012).
Tre esempi molto concreti
Pensiamo a una comunità cristiana che discute se accogliere una coppia formata da due uomini in un incontro dedicato alle famiglie. Alcuni adulti partono dalla definizione teologica del matrimonio; alcuni giovani dalla solitudine concreta di quelle due persone.
Il dialogo non richiede di cancellare le domande teologiche. Richiede però di chiarire che cosa significhi “accogliere”, di ascoltare la storia delle persone coinvolte e di distinguere l’ospitalità pastorale dall’approvazione di ogni posizione. Le persone non dovrebbero diventare note a piè di pagina di una disputa dottrinale.
Un secondo esempio riguarda un progetto scolastico contro il bullismo omotransfobico. Un genitore può temere che venga trasmessa una determinata concezione dell’identità; uno studente pensa invece al compagno insultato ogni giorno nel corridoio. Entrambi parlano di “protezione”, ma stanno cercando di prevenire pericoli diversi.
Il terreno comune si trova esaminando concretamente il progetto, senza agitarlo come uno spaventapasseri, e riconoscendo un principio elementare: nessun ragazzo dovrebbe essere umiliato, isolato o aggredito.
Infine c’è il momento in cui un figlio comunica ai genitori la propria omosessualità. Il genitore dice: «Ho bisogno di tempo», pensando di esprimere disorientamento. Il figlio ascolta: «Non ti accetto». Il figlio dice: «Questa è la mia vita», cercando di affermare la propria verità. Il genitore può sentire: «Tutto quello che mi hai trasmesso non vale nulla».
Qui occorre tradurre le frasi, distinguendo i fatti, i sentimenti, i bisogni e le richieste concrete. È il percorso indicato da Marshall Rosenberg nella Comunicazione nonviolenta: osservare senza giudicare, riconoscere i sentimenti, comprendere i bisogni e formulare richieste chiare. È semplice da riassumere; praticarlo mentre siamo arrabbiati è, come spesso accade, tutta un’altra faccenda (Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre oppure muri. Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Esserci, 2017).
Lasciare i carri armati fuori dalla stanza
Spesso diciamo di voler dialogare, ma arriviamo all’incontro già pronti alla battaglia. Ascoltiamo soltanto per individuare il punto debole dell’altro. Le domande diventano interrogatori e le testimonianze munizioni.
Andare al dialogo “con i carri armati” significa essere convinti in partenza che nulla di ciò che ascolteremo potrà toccarci. In queste condizioni si può forse negoziare una tregua, ma difficilmente incontrarsi. E comunque trovare parcheggio per un carro armato davanti alla sala parrocchiale rimane complicato.
Il sociologo Hartmut Rosa chiama “risonanza” una relazione nella quale l’altro riesce a raggiungerci, suscita una risposta e può trasformarci. Non significa essere sempre d’accordo, ma permettere che la sua voce non rimbalzi semplicemente sulla nostra corazza. La risonanza, proprio perché autentica, non può essere prodotta o controllata a comando (Hartmut Rosa, Indisponibilità. All’origine della risonanza, Queriniana, 2024).
Per creare questo spazio servono alcuni gesti concreti: partire da una storia e non da uno slogan; chiarire il significato delle parole; distinguere il piano personale da quello politico, pastorale o teologico; riconoscere il valore che ciascuno sta cercando di proteggere.
Un adulto potrebbe scoprire che il giovane non vuole distruggere la famiglia, ma desidera che nessuno venga cacciato dalla propria. Un giovane potrebbe capire che alcune esitazioni degli adulti non nascono necessariamente dall’odio, ma dalla paura di perdere riferimenti importanti.
Comprendere non significa approvare tutto. Significa rendere finalmente possibile una conversazione reale.
Una questione profondamente cristiana
Nei Vangeli Gesù non incontrava categorie astratte, ma persone concrete: la donna samaritana, Zaccheo, il ferito lungo la strada. Non eliminava le domande morali, ma impediva che esse cancellassero la storia, il corpo e il nome di chi aveva davanti (cfr. Gv 4,1-42; Lc 19,1-10; Lc 10,25-37, Bibbia CEI 2008).
Papa Francesco aveva descritto il dialogo come un processo fatto di avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi e cercare punti di contatto. Aveva anche messo in guardia dai “monologhi paralleli” dei social network, nei quali ciascuno parla soprattutto per confermare se stesso (Fratelli tutti, nn. 198-203).
Nella Christus vivit aveva invitato giovani e anziani a camminare insieme: gli anziani aiutano a leggere le stelle, i giovani remano immaginando ciò che si trova più avanti. Non si tratta di scegliere tra radici e futuro, ma di evitare che le radici diventino catene e che il futuro nasca senza memoria (Christus vivit, nn. 199-201).
Adulti e giovani, dunque, non sono necessariamente due eserciti contrapposti. Sono due modi parziali di osservare la stessa vita.
Il terreno comune nasce quando gli adulti accettano di incontrare i volti nascosti dietro le questioni e i giovani riconoscono che anche le strutture, la memoria e le responsabilità hanno un peso.
Quando nessuno pretende di entrare nel dialogo già vincitore. E quando, accanto alle nostre convinzioni, lasciamo almeno una sedia libera per l’altro.

