Perché i cattolici queer tedeschi hanno partecipato al pellegrinaggio alla porta Santa?
Articolo di Benedikt Heider*, pubblicato sul sito cattolico Katholisch.de (Germania) il 6 settembre 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
In occasione del Giubileo del 2025, per la prima volta i cattolici queer hanno partecipato ufficialmente a un pellegrinaggio a Roma. Più di mille fedeli provenienti da una trentina di Paesi si sono ritrovati in Vaticano nel fine settimana. Il pellegribaggio, nato su impulso dell’associazione italiana La Tenda di Gionata insieme al Global Network of Rainbow Catholics, è stata percepita da molti come un momento storico, anche se le opinioni sul suo significato sono rimaste diverse.
Nei giorni precedenti non erano mancati i dibattiti, soprattutto nei forum online: la domanda di fondo era se i cattolici non eterosessuali sarebbero stati davvero accolti nel cuore della chiesa cattolica, che ancora oggi insegna che gli atti omosessuali sarebbero “intrinsecamente disordinati” e che la sessualità è permessa solo all’interno del matrimonio tra un uomo e una donna. A creare ulteriore incertezza era stato anche il fatto che il pellegrinaggio fosse stato (all’inizio) temporaneamente rimosso dal programma ufficiale del Vaticano.
Due pastori tedeschi
Mentre alcuni cattolici queer avevano scelto di non partecipare in segno di protesta, due figure note in Germania hanno deciso di esserci: Gerhard Wachinger, referente pastorale e responsabile della cura pastorale per le persone queer a Monaco, e Armin Noppenberger, sacerdote della diocesi Baden-Württemberg. Entrambi hanno preso parte al pellegrinaggio per convinzione, anche se con sensibilità diverse.
Per Wachinger questa era “un’invito rivolto alle persone queer nell’Anno Santo”. Con una delegazione proveniente da Monaco e Colonia aveva vissuto i giorni a Romani. Ai suoi occhi, teologo e uomo dichiaratamente gay, il pellegrinaggio LGBTQ è stato un chiaro segno di apertura della chiesa cattolica: lo ha definito un “pietra miliare”.
Solo pochi anni fa non avrebbe mai immaginato di essere accolto in Vaticano insieme ad un gruppo di cattolici queer. Il fatto che nel programma ufficiale fosse menzionata solo La Tenda di Gionata, senza alcun riferimento esplicito al suo impegno per le persone LGBTQ, non lo aveva turbato: “Chi li conosce, sa bene per cosa si batte La Tenda di Gionata”.
Sia Wachinger che padre Noppenberger hanno voluto sottolineare che non si trattava di una Pride, ma di una testimonianza di fede. Per Wachinger al centro del fine settimana c’erano la preghiera e la comunità. Attendeva con gioia soprattutto la veglia, la messa e il tradizionale passaggio della Porta Santa. “Il pellegrinaggio non è una dimostrazione, ma una celebrazione della fede”, aveva detto. “Celebriamo il fatto che, come persone queer, non ci lasciamo respingere ma rivendichiamo il nostro posto nella Chiesa”. E ha aggiunto che a Roma si è davvero avviato un processo di cambiamento.
Padre Noppenberger, invece, è apparso più cauto. Era arrivato a Roma da solo, alcuni giorni prima dell’inizio del pellegrivaggio, e per lui l’esperienza è rimasta ambivalente.
“A dicembre l’evento era comparso per breve tempo nel calendario giubilare vaticano, ma poi era di nuovo sparito (e poi ritornato)”, ha osservato, leggendo in questo gesto un segnale delle tante esitazioni della chiesa cattolica nel rapportarsi ai fedeli queer.
Ammetteva che, senza questa occasione, probabilmente non sarebbe sceso a Roma. Ma lo aveva convinto proprio l’intreccio tra fede e vita quotidiana.
“La nostra identità non è peccato”
Per padrevNoppenberger il senso profondo della sua presenza stava nella solidarietà, nella visibilità e nella testimonianza di fede condivisa con le persone queer. E teneva a ribadire un messaggio chiaro: nessuno aveva attraversato la Porta Santa per chiedere il perdono della propria identità queer. “L’identità non è peccato”, ha affermato con forza.
Attivo anche in Germania nell’iniziativa Out in Church, conosce bene il rischio che la chiesa cattolica ricada nella sua vecchia “retorica del peccato”. Per questo ha proposto un’immagine diversa: “La porta Santa per le persone queer è ancora stretta dal punto di vista dottrinale. Ma insieme, attraversando la Porta Santa in San Pietro, possiamo mostrare dove gli argini si spezzeranno e dove le porte si apranno”. Per lui il pellegrinaggio è stato anche un gesto simbolico e un invito al dialogo con la gerarchia ecclesiale.
Nonostante le differenze di sensibilità, i due pastori tedeschi hanno condiviso un obiettivo comune: dimostrare che i cattolici queer non sono fedeli di seconda categoria. Il pellegrinaggio non è stato né un segno di colpa, né una protesta, ma l’affermazione di una presenza normale e consapevole. Guardando al futuro, entrambi hanno espresso la speranza che nel prossimo Anno Santo la chiesa cattolica mostri ancora una maggiore pluralità. “Se allora l’acronimo LGBTQ comparirà nel calendario ufficiale del giubileo, sarebbe il segno di una normalità visibile”, ha concluso padre Noppenberger.
* Benedikt Heider è giornalista dell’agenzia cattolica di stampa KNA (Katholische Nachrichten-Agentur), ed è specializzato in temi religiosi e di attualità ecclesiale.
Testo originale: Warum queere Katholiken aus Deutschland nach Rom pilgern

