Perché negli Stati Uniti si vuole “vietare” Platone? Per paura di far vedere ciò che ci rende umani
Riflessioni di Alex Bollinger* pubblicato sul sito LGBTQ Nation (Stati Uniti) il 15 gennaio 2026. Liberamente tradotte dai volontari del Progetto Gionata.
Quando ho letto che negli Stati Uniti alla Texas A&M University un professore di filosofia è stato bloccato perché voleva insegnare Il Simposio di Paltone, confesso che ho provato prima incredulità e poi un certo amaro in bocca. La motivazione ufficiale?
Quel testo conterrebbe riferimenti alla cosiddetta “ideologia di genere”. Ora, è chiaro a chiunque che Platone è una lettura centrale in qualsiasi corso di filosofia e che politici e amministratori non dovrebbero mettere il naso nei programmi universitari. Però, a voler essere onesti fino in fondo, c’è un dettaglio che spiega perché proprio quel testo dia così fastidio: Il Simposio parla apertamente di amore tra uomini.
Se l’obiettivo di queste scelte è far sentire le persone LGBT più sole, più sbagliate, più fuori posto, per spingerle a rientrare nei ranghi e a fingere di essere eterosessuali e conformi, un singolo divieto non basterà. Ma è comunque un tassello dentro una strategia più ampia, che va tutta nella stessa direzione.
Per capire perché questa storia mi tocca così tanto, devo tornare indietro. Sono cresciuto negli anni Novanta, in una zona molto conservatrice dell’Indiana centrale. Appena ho potuto, sono scappato dall’altra parte degli Stati Uniti per andare all’università. Volevo respirare un’aria diversa e, soprattutto, volevo vivere la mia vita senza dovermi nascondere. Nel mio primo semestre, avevo diciott’anni, seguii un corso obbligatorio sulla storia della civiltà occidentale. Tra le letture c’era anche Il Simposio di Platone.
Ricordo benissimo il professore che, la lezione prima, ci mise in guardia: quel testo parlava di amore e, per Platone, l’amore includeva anche l’amore tra uomini. Era il 2001. In molti Stati americani l’omosessualità era ancora considerata un reato, e sentir parlare apertamente di relazioni tra persone dello stesso sesso era qualcosa di raro. Così, quella che oggi chiameremmo una “avvertenza”, allora suonava quasi come un atto di coraggio: preparatevi, perché leggeremo qualcosa che parla anche di omosessualità.
È difficile spiegare quanto sia stato importante per me. A scuola, dove ero cresciuto, l’omosessualità esisteva solo come insulto. Era una parola usata per ferire, per ridicolizzare. Ogni tanto spuntava qualche predicatore o qualche compagno di classe particolarmente religioso a dire che era un peccato. E non mancavano nemmeno discorsi violenti, buttati lì con una leggerezza spaventosa. Io sono cresciuto in un’epoca in cui c’era chi scherzava sull’idea di eliminare tutte le persone gay come se fosse una battuta qualsiasi.
Poi, all’università, mi sono trovato seduto in un’aula piena di adulti, a discutere di un filosofo considerato uno dei pilastri del pensiero occidentale. E quel filosofo parlava di uomini che amano altri uomini. Non nel linguaggio moderno, certo, ma parlava di amore, desiderio, legame. Per la prima volta ho sentito, quasi fisicamente, che quello che avevo sempre pensato di dover nascondere faceva parte della storia dell’umanità, della cultura, del pensiero.
Uno dei passaggi oggi contestati è il celebre mito raccontato da Aristofane. In poche parole: all’inizio gli esseri umani non erano come noi, ma esseri completi, rotondi, con quattro braccia, quattro gambe e due volti. Alcuni erano composti solo da maschi, altri solo da femmine, altri ancora da una parte maschile e una femminile. Erano così potenti che gli dèi, per paura, li tagliarono in due. Da allora, ciascuno di noi passa la vita a cercare la propria metà perduta e, quando la trova, cerca di non lasciarla mai più.
Il senso del racconto non è dare una spiegazione scientifica dell’orientamento sessuale. Ma è impossibile non coglierne il messaggio: l’amore tra persone dello stesso sesso nasce dallo stesso bisogno profondo di completezza e di relazione dell’amore tra persone di sesso diverso. Non è una deviazione, non è un errore. È una possibilità pienamente umana. E, cosa forse ancora più sorprendente, nel dialogo nessuno sembra scandalizzarsi per questo. L’amore tra uomini è trattato come una forma legittima di amore, punto.
Nel testo ci sono voci diverse, opinioni differenti su cosa sia l’amore. Ma non c’è condanna. Non c’è disprezzo.
Negli anni ho scoperto di non essere l’unico ad aver trovato conforto e riconoscimento in quelle pagine. Quel mito viene citato spesso da persone queer, è entrato nel nostro linguaggio, nel nostro modo di raccontarci. È arrivato perfino nel teatro e nel cinema. Segno che quelle parole antiche continuano a parlare anche oggi.
Un commentatore ha scritto che questa presunta “ideologia di genere” non è affatto una moda recente, ma arriva direttamente dal quarto secolo prima di Cristo. Il Simposio continua a essere studiato non solo per capire la Grecia antica, ma per aiutarci a riflettere su sesso, amore e desiderio oggi. In fondo, è un testo che prova a rispondere a una domanda semplice e enorme allo stesso tempo: che cosa significa essere umani?
Ed è qui che il discorso si allarga. Il tentativo di ripulire i testi, di censurare, di mettere a tacere certe parole, non è casuale. È parte di una visione del mondo in cui conta solo la forza, il dominio, il controllo. Essere umani, però, è molto di più. Non siamo solo corpi da disciplinare o ingranaggi da far funzionare.
Quando si attaccano i diritti delle persone LGBT in nome della natalità o della produttività, quando si svalutano le discipline umanistiche perché “non servono”, quando si ridicolizza l’arte e si investe senza battere ciglio in armi, si sta dicendo una cosa precisa: la felicità, la ricerca di senso, la libertà personale vengono dopo. Se vengono.
[…] Eppure, proprio dopo le grandi tragedie del Novecento, i diritti delle persone LGBT+ e i diritti umani in generale hanno iniziato a fiorire. Perché, quando smetti di pensare solo a conquistare e dominare, inizi a chiederti come vivere meglio, insieme. Inizi a prendere sul serio l’idea che ogni vita abbia valore.
Per questo Platone fa paura. Perché leggere filosofia, studiare testi come Il Simposio, aiuta a farsi domande, ad allargare lo sguardo, ad immaginare una vita diversa. A me, da ragazzo, ha aperto una porta. Mi ha fatto capire che non ero solo, che il mio desiderio non era fuori dalla storia, ma dentro una lunga tradizione umana.
Nella guerra contro l’umanità, le persone LGBT+ sono sempre tra le prime a pagare il prezzo. Ed è anche per questo che qualcuno vorrebbe impedirci di leggere, di conoscere, di riconoscerci nelle parole di chi ci ha preceduto.
*Alex Bollinger è un giornalista statunitense ed è direttore editoriale di LGBTQ Nation. Da molti anni si occupa di informazione e commento su diritti civili e vite delle persone LGBT.
Testo originale: “Why the right wants to ban Plato: It’s part of their war on being human”

