Pier Paolo Pasolini e “La Terra vista dalla Luna”
Riflessioni di Luciano Ragusa, curatore del Guado Cinema
Dopo l’esperienza di Uccellacci e uccellini, Pasolini decide di realizzare un film a episodi con gli stessi protagonisti: Totò e Ninetto Davoli. L’intento è quello di approfondire la sua “vena comica” e di proporre un punto di vista disincantato sul mondo. Il progetto, che avrebbe dovuto chiamarsi Che cos’è il cinema? oppure Smandolinate, viene ridimensionato quando il produttore Dino De Laurentis gli propone di partecipare ad un film collettivo dal titolo Le streghe, accanto ai registi Bolognini, Rosi, Visconti e De Sica.
L’idea del film è quella di far ruotare le storie attorno al tema della donna strega, argomento distante dalle tematiche del regista, che però, risponde alla proposta ripescando una sorta di fumetto da lui stesso disegnato che avrebbe dovuto intitolarsi Il buro e la bura.
Nasce così La terra vista dalla luna, che narra le gesta di Ciancicato Miao (Totò) e del figlio Baciù (Ninetto Davoli) alla ricerca della moglie e madre ideale per la propria surrealista famiglia: protagonista femminile assoluta, non solo di questo episodio ma dell’intero film, è Silvana Mangano, a cui spetta il compito di rappresentare, in diverse sfumature, il concetto di strega.
Sebbene il mediometraggio sia stato visto da molti critici come una parentesi nella filmografia pasoliniana, in realtà, si può riconoscere una certa continuità con Uccellacci e uccellini. Certamente il nucleo fondamentale di Uccellacci e uccellini è l’ideologia, che in La terra vista dalla luna rimane vaporizzata dal copione fiabesco della vicenda; resta però il clima generale: in primo luogo l’allegra tristezza di Totò e di Davoli; in seconda istanza la frase di Ciancicato Miao (Totò) per cui “gli ideali, ormai, stanno sotto le scarpe”, che sa tanto di corvo pluridigerito.
Da un punto di vista formale il modello dichiarato dall’autore è quello delle prime comiche di Chaplin che, essendo mute, dovevano contenere già nell’immagine tutta la forza espressiva, motivo per il quale, Pasolini disegnò l’episodio prima di giungere ad una sceneggiatura.
Ma cosa bisogna leggere dietro questa scelta stilistica? Fa parte di una ricerca linguistica nuova? La risposta è probabilmente affermativa, in quanto rappresenta il primo passo del regista verso l’elaborazione concreta di un linguaggio filmico che deve fare a meno della concettualizzazione borghese del discorso, e che non può essere compreso se affrontato con i soli parametri del senso comune (ecco perché la Terra deve essere vista dal satellite lunare).
Ciò che in maniera più esplicita parla nel film è il colore, volutamente sovraccarico (non dobbiamo dimenticare che questo è il primo film interamente a colori di Pasolini), che conferisce al girato un’immagine grottesca e surreale, come se al colore, il regista, avesse affidato il compito di costruire un senso, visto che il parlato non esprime più nulla se non il vuoto della società di massa; è da leggere in questi termini l’ultima frase del film: “essere vivi o morti è esattamente la stessa cosa”.
Scrive Serafino Murri nel suo bellissimo libro dedicato al cinema di Pier Paolo Pasolini a proposito di questo mediometraggio: “La morale del film, che l’autore dice di essere tratta dalla filosofia indiana, non è, come parte della critica militante fu portata a scrivere, “rinunciataria” o “nichilistica”, poiché non c’è nessuno accenno di pessimistico consenso con quella affermazione: semmai, con fin troppa ironia, vi si ritrova un malcelato invito a non accettare la logica imperante, ad essere lunari quel tanto che basta per prendere le distanze dai tentacoli mostruosi del nonsenso sociale e dei suoi schematismi da marionette.
La forma fiabesca stigmatizza dunque la falsità della vita, una vita perduta, sepolta in un mare di grotteschi comportamenti e necessità secondarie” (cfr Serafino Murri, Pier Paolo Pasolini, Il Castoro, Milano 1994, pag. 77).
Scheda del film
Terzo episodio del film Le streghe (gli altri episodi sono: La siciliana di Francesco Rosi; Senso civico di Mauro Bolognini; La strega bruciata viva di Luchino Visconti; Una serata come le altre di Vittorio De Sica.
Soggetto e sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini.
Regia: Pier Paolo Pasolini.
Aiuto alla regia: Sergio Citti.
Fotografia: Giuseppe Rotunno.
Scenografia: Mario Garbuglia, Piero Poletto.
Costumi: Piero Tosi.
Musiche originali: Ennio Morricone.
Montaggio: Nino Baragli.
Interpreti e personaggi: Totò (Ciancicato Miao); Ninetto Davoli (Baciù Miao); Silvana Mangano (Assurdina Caì); Mario Cipriani (un prete); Laura Betti (turista); Luigi Leoni (moglie del turista).
Produzione: Dino De Laurentis Cinematografica, Roma / Les Productions Artistes Associés, Parigi.
Produttore: Dino De Laurentis.
Riprese: novembre 1966.
Esterni: Roma, Ostia, Fiumicino.
Durata: 31 minuti.

