Porte aperte al vento dello Spirito. Dalla veglia ecumenica LGBTQIA+ di Roma

Chi è entrato la sera del 20 gennaio 2026, nella chiesa battista di via del Teatro Valle di Roma, ha avuto subito la percezione di trovarsi davanti a qualcosa di insolito. Non per la forma, ma per il significato.
Dentro la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, si stava vivendo, come scrive la REFO+, “una prima assoluta nel panorama ecclesiale italiano”, “il primo incontro di preghiera per l’unità dei cristiani promosso insieme da gruppi LGBTQ+ appartenenti a diverse confessioni cristiane”.
Il senso dell’incontro era già dichiarato visivamente nel manifesto della veglia, che riportava come guida della preghiera il versetto di Galati 3,28, chiave di lettura dell’intera celebrazione. Quel “voi tutti siete uno in Cristo Gesù” non veniva usato per appiattire le differenze, ma per orientare un cammino condiviso.
Una momento ecumenico che “ha intrecciato fede, esperienza e desiderio di comunione, mostrando in modo concreto che l’ecumenismo non è solo un tema teologico, ma una pratica vissuta”
La veglia è stata promossa da REFO+ Rete Evangelica Fede Orientamenti e Generi, dalla realta cattolica LGBT+ Il Ramo del Mandorlo e dalla chiesa episcopale anglicana di San Paolo entro le Mura, con il coinvolgimento delle chiese metodiste, valdesi e battiste.
Non un’alleanza costruita a tavolino, ma un incontro reale tra cammini ecclesiali differenti. Come sottolinea la REFO+, “alla preghiera hanno preso parte persone LGBTQ+ e altre e altri credenti, uniti dal desiderio di vivere un momento ecumenico senza rimuovere le differenze, ma attraversandole insieme”.
Il luogo ha avuto un peso simbolico forte. L’incontro “è stato ospitato dalla chiesa battista di via del Teatro Valle” a Roma, uno spazio che nel tempo ha saputo farsi casa per esperienze di dialogo e accoglienza. Una chiesa essenziale, nel cuore della città, che ben si presta a ricordare che l’unità cristiana non nasce dalla monumentalità, ma dalla disponibilità ad aprire le porte e condividere la preghiera
L’introduzione della celebrazione ha chiarito subito l’orizzonte: “l’unità non come dato acquisito, ma come promessa e responsabilità condivisa”. Un’unità che, come viene ricordato dagli organizzatori, “non coincide con l’uniformità, ma che nasce dall’azione dello Spirito, capace di tenere insieme storie, differenze e percorsi ecclesiali diversi in un unico corpo vivo”.
Anche la liturgia ha parlato questo linguaggio. “Pensata in chiave profondamente interconfessionale”, ha alternato “momenti di canto dalla tradizione ecumenica ad altri propri delle singole confessioni”, creando “un clima di ascolto reciproco e di riconoscimento”. Non una somma di pezzi, ma una tessitura comune.
Il cuore della veglia sono stati i tre momenti di meditazione, affidati ai gruppi presenti. Tutti hanno lavorato a partire da Galati 3,28, scegliendo ciascuno “di concentrarsi in modo esclusivo su uno dei binomi contenuti nel testo paolino: ‘giudeo e greco’, ‘schiavo e libero’, ‘uomo e donna”.
Un lavoro svolto separatamente che ha portato a una sorpresa condivisa: “Pur non conoscendo in anticipo il lavoro degli altri gruppi, con sorpresa e commozione le tre meditazioni si sono rivelate profondamente complementari”.
Per chi era presente, questo è stato forse il segno più eloquente della serata. Scrive la REFO+, erano “prospettive diverse che, accostate, hanno dato forma a un’unica riflessione sull’annuncio paolino di un’appartenenza che non si fonda sulle differenze, ma sull’essere in Cristo”, “segno concreto di come la diversità non sia un ostacolo all’unità, ma possa diventarne una via autentica e feconda”.
In un tempo segnato da chiusure e da contrapposizioni questa piccola veglia ha mostrato che “è possibile pregare insieme, ascoltarsi e riconoscersi fratelli e sorelle, anche partendo da storie personali ed ecclesiali profondamente differenti”.
Non un traguardo, ma “un piccolo passo, forse, ma carico di una promessa”: quella di una comunione che non nasce dall’imposizione, ma pian piano dall’ascolto reciproco e dalla fiducia nello Spirito che soffia attraverso le vite, le storie e le chiese che si espongono al rischio dell’incontro, lasciando allo Spirito la libertà di aprire strade inattese.

