“Porte aperte per far entrare, non per tenere fuori”. Dalla veglia di Genova la voce di don Dellera
Intervento di don Massimo Dellera, prete della diocesi di Genova, tenuto durante la veglia per il superamento dell’omobitransfobia celebrata nella Chiesa di San Pietro in Banchi di Genova il 14 maggio 2026.
Siamo chiamati per nome. Il nome dà dignità, il nome descrive.
“Sei prezioso ai miei occhi” (Isaia 43,4). Tante volte abbiamo usato queste parole, ma poche volte le abbiamo davvero messe in pratica. Essere preziosi vuol dire essere unici. E vuol dire anche che non ci sono figli di serie A e figli di serie B, ma che siamo tutti figli, tutti con la stessa dignità, tutti con le stesse possibilità di vivere dentro la chiesa cattolica.
Una persona è eterosessuale, una persona è omosessuale, una persona è transessuale: certo, questo dice qualcosa di lei. Ma nulla, da solo, descrive totalmente una persona. Tutti gli elementi della nostra vita ci raccontano, ma nessuno basta a dire tutto di noi. Invece, spesso, sembra che una sola cosa ci definisca interamente. E non è così.
Noi siamo persone amate dal Signore per quello che siamo. Ci ha creati Lui, e Lui non può aver sbagliato con noi. Ci ha creati belli e unici ai suoi occhi. Tu sei figlio, figlia, figliǝ predilettǝ, che Dio ama. Predilettǝ per quello che sei.
Abbiamo sempre parlato di accoglienza, abbiamo sempre parlato di predilezione, ma poi abbiamo messo paletti e schemi. E chi non rientrava in quegli schemi sembrava non andare bene. “Sono sbagliato”. Quanti sensi di colpa inadeguati sono stati messi sulle spalle delle persone.
L’ho scritto anche sui social, presentando questa veglia: io credo in una chiesa cattolica con le braccia aperte per accogliere, con le porte aperte per far entrare e non per tenere fuori. Una porta da cui possiamo entrare tutti. E forse l’unica cosa che ti verrà chiesta sarà: “Come ti chiami?”. Te lo chiedo perché mi piace poterti chiamare per nome. Il tuo nome è bello e ti identifica anche nel tuo cambiamento di genere.
Tutti entriamo nel nome grande di Dio, e per tutti c’è posto in questo nome.
Lo dico sempre ai miei ragazzi: dobbiamo essere aperti ad accogliere chiunque voglia entrare nel gruppo. Non ci interessa nulla, se non la persona che abbiamo davanti. Non ci interessano gli sbagli che ha compiuto, i peccati che ha commesso, se crede o non crede. Non ci interessa nemmeno il suo orientamento sessuale, perché quello non importa e non serve saperlo per costruire una relazione. Poi, quando si sentirà a suo agio, quando si sentirà accolta, sarà la persona a condividere questa parte di sé, se lo vorrà.
Una volta una persona mi ha rimproverato perché avevo usato la parola “includere” e non “riconoscere”. Tornando a casa da quell’incontro ci ho riflettuto, e ho dato ragione a quella persona. Inclusione vuol dire includere qualcuno che è fuori. Riconoscere, invece, vuol dire ammettere una realtà che già esiste.
Anche nei nostri gruppi parrocchiali non bisogna includere, ma riconoscere e accettare una realtà che è già presente.

