“Preghiamo per essere sempre più benedizione gli uni per gli altri”. Dalla veglia diocesana di Fano





Testimonianza della coppia di genitori Maria e Paolo fatta nella Veglia per il superamento dell’omotransbifobia celebrata nella chiesa di San Paolo Apostolo al Vallato a Fano il 29 maggio 2026, presieduta dal vescovo diocesano Andrea Andreozzi e l’arcivescovo Sandro Salvucci.
Maria: All’inizio dell’inverno del 2017 io e Paolo, dopo un incontro sinodale in cui ci era stato spiegato l’invito di Papa Francesco a essere una “Chiesa in uscita”, ci stavamo interrogando verso quali periferie il Signore ci chiedesse di andare. Di lì a poche settimane questo ci sarebbe risultato più chiaro.
Quando Giacomo invita i cristiani a essere “perfetti”, invita a essere persone compiute, con una fede capace di capire come vanno affrontate le situazioni difficili, capaci di rielaborare quanto ricevuto per rispondere a sfide nuove.
Una sfida nuova per noi è stata imparare come affrontare la situazione nel momento del coming out di nostra figlia. Ecco quale era la “periferia” che dovevamo esplorare.
Questa rivelazione inattesa ci ha trovati impreparati e ha causato molto dolore. Se per noi sono state una “bussola” di riferimento le parole della Scrittura: “Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo”, che sentivamo certamente rivolte anche a lei, questo non ci ha risparmiato la fatica di attraversare e superare tutto ciò che si muoveva nel nostro animo.
La delusione delle attese che inevitabilmente, come ogni genitore, avevamo sul suo futuro; la paura che nostra figlia non avrebbe potuto essere pienamente felice perché oggetto di discriminazione e di offese; il dispiacere perché per lei sarebbe stato difficile dimostrare liberamente in pubblico l’amore per la sua compagna; la paura di aver sbagliato noi qualcosa nella sua educazione, con relativi sensi di colpa; il dispiacere di non aver colto prima il suo disagio e di non aver saputo aiutarla nel travaglio che sicuramente aveva attraversato; la sensazione di vergogna nel dover affrontare la comunicazione della sua situazione al resto della famiglia e alla nostra comunità.
Tutto originava dalla nostra non conoscenza diretta di questo mondo, verso cui avevamo tanti pregiudizi, indotti anche dalla lettura acritica dei documenti magisteriali, che ci facevano sembrare inconciliabile la sua situazione con tutto ciò che per decenni avevamo creduto e testimoniato con la nostra vita.
Ho dovuto ripartorire mia figlia nella sua reale condizione, lasciando da parte attese e sogni errati. C’è voluta una fatica immensa per toglierci di dosso i pregiudizi che etichettano le persone secondo categorie giudicanti: immorali, perverse, amanti della trasgressione. E c’è voluta una fatica immensa per avvicinarci alle persone in sincero ascolto delle loro esperienze di vita.
Le “norme”, il catechismo, le dichiarazioni della chiesa cattolica ufficiale sono state causa di una sofferenza aggiuntiva, hanno acuito la distanza verso nostra figlia, hanno reso più difficile il cammino.
Abbiamo cominciato a leggere e studiare e abbiamo compreso come l’essere omoaffettivi non sia una scelta, ma una condizione che fin dal 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato essere una normale, non patologica, variante dell’affettività umana.
Paolo: Il nostro percorso ha comportato una preghiera intensa, il mettersi in ricerca per capire, rivolgendosi a formatori esperti. Ma soprattutto lo scambio di esperienze con altri genitori della Rete 3VolteGenitori ci ha aiutato a cambiare il nostro sguardo, a vedere i nostri figli e le nostre figlie con gli occhi di Dio: amati da Lui come ogni altra persona, capaci di accogliere in sé l’amore di Cristo e capaci di vivere le loro relazioni nel rispetto, nella cura, nell’accoglienza, nell’amore, nella donazione di sé secondo l’esempio di Cristo.
Abbiamo avuto il dono di guardare i nostri figli e le nostre figlie come “preziosi” agli occhi di Dio, non “nonostante” quello che sono, ma proprio così come sono, nella loro singolare e unica dignità, come parte luminosa di un immenso arcobaleno di diversità uscite dalle sue mani.
La situazione inaspettata di nostra figlia ci ha aperto un luogo di frontiera sconosciuto, che si è rivelato un accesso privilegiato per la crescita della nostra fede. Il Vangelo ci racconta che Gesù vede e si avvicina a chi sta nelle frontiere ritenendosi indegno o inferiore, lo chiama a sé, lo fa uscire dall’anonimato, lo riconosce nella sua vera identità di figlio o figlia di Dio.
Gesù entra in contatto con noi attraverso i nostri desideri, i nostri bisogni, e li ascolta, li valorizza. Non giudica, non chiede di rientrare negli schemi, rilegge le storie umane senza imporre regolette, ma dando alle persone nuove prospettive per una vita che fiorisce in pienezza e gioia.
Questo percorso di riascolto del Vangelo, che abbiamo fatto per anni in questa nuova situazione di vita insieme a tanti altri genitori e formatori, ha aperto i nostri orizzonti, ha cambiato il nostro cuore e ci ha fatto intravedere un po’ di più l’ampiezza del cuore di Dio.
Questo ci ha dato la consapevolezza di essere veramente genitori fortunati. Per noi hanno assunto un significato molto più profondo le parole che Pietro dice negli Atti degli Apostoli: “Sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (Atti 10,34-35).
Maria: In questo percorso di anni “preziosamente sconvolgenti”, abbiamo avuto il dono di conoscere tante persone omoaffettive e transgender e di apprezzarle per la loro bontà, rettitudine, fede intensa e profonda, fortezza, perseveranza nelle incomprensioni e talora anche nelle persecuzioni.
Abbiamo incontrato persone che desiderano essere accompagnate nel cammino di fede, piene di speranza e di desiderio di partecipare pienamente alla vita della loro comunità ecclesiale, dalla quale spesso sono state allontanate. Alcune, per questo, hanno abbandonato la fede. Altre, caparbiamente, continuano a pregare, a studiare la Bibbia, a cercare di comprendere sempre meglio quale possa essere il contributo che hanno da offrire alla chiesa cattolica.
Abbiamo ricevuto da loro la testimonianza di una fede rocciosa e imparato da loro una profondità e una delicatezza particolare nelle relazioni.
Abbiamo imparato a conoscere e apprezzare persone che si sono fatte carico della propria realtà, imparando a guardarla con gli occhi di benevolenza del Signore. Si sono così scoperte figlie e figli amati, desiderati, attesi e anche inviati a testimoniare la Parola del Vangelo che si è incarnata nella loro realtà, generando frutti inattesi, belli e abbondanti.
Abbiamo anche colto in varie coppie, che abbiamo seguito in un percorso di ascolto della Parola, un autentico desiderio di lasciarsi guidare dall’amore di Cristo, di mettersi in un cammino di formazione serio e impegnativo, confrontandosi con noi, con la nostra esperienza di coppia che, come loro, cerca di fare spazio, nella propria relazione, all’amore di Cristo: come luce che illumina e guida, come fiamma di cui il nostro amore è piccola scintilla.
Abbiamo imparato a toglierci i calzari di fronte al mistero di grazia presente in queste coppie. E questo per noi è stato davvero un dono prezioso da accogliere e da contemplare.
L’unità che Cristo dona non unisce “nonostante le differenze”, ma proprio nelle differenze. Noi siamo invitati ad assumere lo sguardo di Cristo, a riconoscere la varietà di vite benedette, attestandone la validità e la dignità.
Tutti e tutte abbiamo il compito di essere co-creatori e co-creatrici di uno spazio comune nel quale vivere con responsabilità e cura.
Paolo: Da quando abbiamo iniziato a raccontare la nostra esperienza ai nostri presbiteri, a persone della nostra comunità parrocchiale, al nostro vescovo e ad altri vescovi toscani, abbiamo trovato reazioni contrastanti.
A volte un sincero e aperto ascolto, con capacità di interrogarsi sulla realtà. A volte atteggiamenti di chiusura e di paura, difficoltà ad accogliere l’invito di Papa Francesco ad “allargare la tenda”, ripreso dalla chiesa cattolica universale e dalla chiesa cattolica italiana riunita nelle diverse fasi del Cammino sinodale.
Nel documento di sintesi si afferma chiaramente che: “La comunità ecclesiale vuole essere uno spazio nel quale ognuno può sentirsi compreso, accolto, accompagnato e incoraggiato, con una particolare attenzione a coloro che rimangono ai margini”.
E ancora, viene indicata la necessità di: “passare dalla logica escludente del dentro/fuori ad una di implicazione e riconoscimento”; e si ricorda che: “lo sguardo di fede rifugge le rigide categorie e domanda di accogliere le sfumature, comprese quelle che a occhio nudo non si vedono”, poiché i discepoli e le discepole sono in cammino verso una realtà “che ha posto per tutti e tutte”.
Nel raccontare la nostra esperienza abbiamo riscontrato che alcune persone hanno difficoltà a riconoscere nell’altro e nell’altra la ricchezza dei suoi carismi, della sua singolarità; difficoltà ad accogliere le esperienze di vita, preferendo le “certezze” delle regole e della dottrina; difficoltà a guardare l’altro con gli occhi di Dio, con il cuore di Dio che è aperto a “tutti, tutti, tutti”.
Vista questa permanente difficoltà all’ascolto senza pregiudizi, crediamo che sia urgente una formazione per i presbiteri e per tutta la comunità ecclesiale, per spegnere la tentazione della contrapposizione, del giudizio superficiale che non coglie la complessità dei problemi.
In un cammino comune di discernimento ci si deve accostare a questi fratelli e sorelle cercando di cogliere il progetto di salvezza che Dio ha su di loro, come su tutti i battezzati.
L’inclusione e il riconoscimento ecclesiale non sono “a senso unico”, ma chiedono una reciprocità e un’apertura all’azione dello Spirito. Infatti: “Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è qui né giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3,27-28).
Maria: Nella nostra diocesi di Firenze partecipiamo ancora con passione e con gioia alle attività sinodali che continuano. Perciò terminiamo con le parole di Papa Francesco, che ancora oggi sono un invito pressante: “Il Sinodo ci chiama a diventare una Chiesa che cammina con gioia, con umiltà e creatività in questo tempo, nella consapevolezza che siamo tutti vulnerabili e abbiamo bisogno gli uni degli altri.
Siamo invitati non per spegnere, ma per accendere i cuori dei nostri fratelli e sorelle e per lasciarci rischiarare a nostra volta dai bagliori delle loro coscienze che cercano la verità. Siamo chiamati a raccogliere le inquietudini della storia e a lasciarcene interrogare, a portarle davanti a Dio, a immergerle nella Pasqua di Cristo”.
La celebrazione del Giubileo dei cristiani LGBTQ+, dei loro genitori e degli operatori pastorali che li accompagnano, ci ha aperto il cuore alla speranza che tutta la chiesa cattolica senta l’invito ad accogliere “todos, todos, todos”, e così sappia ringraziare il Signore per i molteplici doni che ha fatto fiorire, pur attraverso molte sofferenze.
Preghiamo di essere sempre più capaci di cogliere la benedizione di Dio che c’è in ogni persona che sinceramente lo cerca, e di divenire pienamente benedizione gli uni per gli altri.

