Preti che lasciano. La storia di don Giulio Mignani
Dialogo di Katya Parente con Giulio Mignani
A ridosso della morte di papa Francesco nella Chiesa succedeva anche altro, ad esempio che don Giulio Mignani lasciasse la tonaca e rompesse definitivamente i ponti chiedendo lo sbattezzo. Perché questo atto clamoroso? Lo chiediamo direttamente a lui.
Idee simili alle tue sono (state) espresse da suor Teresa Forcades. Perché tu sei stato sospeso “a divinis” e lei non è stata nemmeno ammonita?
Credo che tutto sia dipeso dalla diversità tra i nostri superiori. Leggendo il libro di suor Teresa Forcades (“Siamo tutti diversi! Per una teologia queer”) ho infatti saputo che anche lei, in relazione alla sua posizione sull’aborto, è stata in realtà richiamata dal Vaticano, dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica: “alla badessa arrivò una lettera di ammonimento da Roma, nella quale le si chiedeva di punirmi per quel che avevo detto, costringendomi a ritrattare pubblicamente” (op. cit. p. 110).
La badessa permise però a suor Teresa di rispondere a Roma, “dopo aver sottoposto il testo da lei elaborato alle altre loro consorelle, le quali, pur non essendo tutte d’accordo con la posizione di suor Teresa, comunque tutte concordavano nell’affermare di volere una Chiesa e una società in cui la gente possa dire ciò che pensa. Le une e le altre, quindi, desideravano che io potessi esprimere liberamente il mio pensiero scrive suor Teresa, ritenendo ingiusto che una persona cui venga richiesta un’opinione debba tacere per paura di un castigo” (op. cit. p. 112).
Per quanto attiene invece ciò che è accaduto a me, l’inizio è stato il medesimo: anche il mio superiore, nel mio caso il vescovo, a seguito delle esternazioni da me fatte ha ricevuto una lettera da Roma, nel mio caso da parte della Congregazione per il clero. Il seguito è stato però differente: il mio vescovo infatti, a differenza della superiora di suor Teresa, ha fatto suo il rimprovero espresso dalla Congregazione e ha accolto la richiesta di punirmi, nel caso io non avessi ritrattato, ritenendo, a differenza della badessa e delle altre consorelle di suor Teresa, che non fosse affatto lecito che io potessi esprimere delle opinioni diverse da quelle del Magistero della Chiesa cattolica.
Il mio vescovo ha pertanto deciso di intraprendere quel processo giuridico che, prima con l’emissione di un precetto penale e poi con la sospensione “a divinis”, ha determinato il mio essere allontanato dalle parrocchie di cui ero parroco.
La tua avversione è contro l’istituzione ecclesiastica o è anche dogmatica?
Certamente ritengo che anche l’istituzione ecclesiale abbia bisogno di mettersi in discussione e di cambiare la propria struttura: penso ad esempio all’eccessiva ricchezza che la caratterizza, alla mancanza al suo interno di una reale parità di genere, alle responsabilità che ha avuto e che continua ad avere nella gestione dei reati relativi agli abusi sessuali e alla pedofilia perpetrati da suoi membri. Così come penso anche al fatto che il modo stesso con cui essa è strutturata incida negativamente sulla possibilità di un dialogo reale tra tutti i suoi membri, laici compresi. Se non acconsentirà a modificare la propria struttura così rigidamente gerarchica, rimarrà infatti sempre illusorio pensare ad una seria possibilità di dialogo; là dove vige il principio di autorità il dialogo non può essere altro che rituale e di facciata.
Ritengo però che sia necessario che la Chiesa cattolica metta mano anche al suo intero sistema dottrinale. Un sistema che è stato elaborato in tempi ormai lontani e non è mai stato seriamente rivisitato in chiave critica, alla luce dei saperi, della sensibilità e delle reali domande della contemporaneità. Non mi riferisco soltanto alla dottrina legata alla teologia morale, in particolare a quei temi che hanno determinato la mia sospensione: i diritti della comunità LGBTQ, l’eutanasia o l’aborto.
E non mi riferisco nemmeno soltanto a quei dogmi che classicamente risultano maggiormente controversi, come quelli relativi all’Immacolata Concezione, alla Verginità di Maria, alla sua Assunzione in corpo e anima al cielo, o al dogma dell’infallibilità papale: dogmi che, in compagnia di non pochi credenti anche praticanti, ritengo non solo non credibili, ma anche del tutto inutili al fine di una matura esperienza di fede. Penso proprio all’intero sistema dottrinale, per così dire, alla spina dorsale del credo cattolico. Mi riferisco cioè anche ai dogmi relativi al peccato originale, alla divinità di Gesù, alla sua morte redentrice, intesa come sacrificio espiatorio offerto in riparazione dei peccati degli esseri umani, fino ad arrivare all’idea della risurrezione della carne.
Per spiegarmi meglio, faccio un solo semplice esempio relativo ad un’affermazione del patrimonio dogmatico che si rivela incompatibile con le acquisizioni del sapere scientifico e che quindi oggi non può più essere accettata: quella che troviamo al n. 400 del Catechismo della Chiesa cattolica, il ritenere cioè che la corruzione della materia e la morte siano entrate nel mondo a causa del peccato dell’uomo.
Si tratta di un’affermazione che oggi non è più sostenibile. Se l’uomo (intendendo homo sapiens sapiens) è arrivato su questo pianeta 150.000 anni fa e la vita su questo pianeta c’è invece da quasi 4 miliardi di anni e da quando c’è la vita c’è anche la morte, come si fa allora a sostenere che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato dell’uomo? Una teologia onesta deve per forza rivedere tale affermazione e molte altre ugualmente confliggenti con i saperi del nostro tempo, altrimenti ne è a rischio la sua credibilità.
Qual è stato il percorso spirituale che ti ha portato ad uscire dalla Chiesa cattolica?
Credo di poter individuare la svolta avvenuta nel mio percorso spirituale proprio nello stesso vocabolo “spirituale”. Affermo questo pensando a ciò che io intendo quando parlo di spirito e cioè al riferirmi a quell’energia libera che ci caratterizza, che è presente in ciascuno di noi. Infatti, una parte dell’energia che è in noi è certamente impegnata per mantenere la sostanza materiale di cui siamo fatti, così come un’altra parte è impegnata certamente per le nostre necessità riproduttive e di nutrimento.
Però c’è in noi un di più di energia che è invece totalmente libera. Pensiamo, ad esempio, alla capacità che c’è in noi, e che è totalmente gratuita cioè non necessaria (e dunque appunto libera), di gustare bellezza, ma anche di produrre bellezza; pensiamo alle diverse forme di arte, all’etica, tutte espressioni che sono appunto tipiche solo dell’essere umano. Facendo mia un’immagine utilizzata dal mio teologo di riferimento Vito Mancuso, trattandosi di una dimensione libera, in un certo senso è come se ognuno di noi contenesse uno spazio vuoto, caotico, paragonabile ad una misteriosa polvere esplosiva che, a seconda di come viene trattata, determina la sua consistenza e il suo destino.
La polvere può esplodere, rovinando la propria e l’altrui vita. Può rimanere inutilizzata, bagnarsi e trasformarsi in fanghiglia. Oppure può essere trattata in modo da diventare fonte permanente di energia e generare calore vitale per sé e per gli altri. Per questo ogni spiritualità, sia essa religiosa che laica, deve avere come obiettivo quello di aiutare la persona a gestire questa libertà, questo proprio caos interiore, e può farlo relazionandola ad una dimensione dell’essere più grande e più giusta, che può essere il bene, la verità, la giustizia, la divinità.
Ora, nel mio cammino personale ho sentito sempre più forte e urgente la volontà di relazionare la mia energia libera, il mio spirito, al bene, alla verità e alla giustizia. Non riuscendo però più a trovare espressione di tutto questo all’interno della dottrina della Chiesa cattolica, proprio a causa della sua impostazione dogmatica e della sua morale legalistica e non liberante, ho sentito allora la necessità di prenderne le distanze.
Nonostante tu non ti professi più cattolico, mi pare di capire che Gesù sia ancora importante nella tua vita…
Sì, nella lettera che ho inviato al mio vescovo affermo che non posso più definirmi cristiano, in quanto non riesco più ad avere come riferimento il Cristo così come è stato elaborato dalla Chiesa nel corso dei secoli, mentre potrei forse con più verità definirmi “gesuano”, nel senso che riconosco l’importanza che nella mia vita ha avuto ed ha la figura dell’uomo Gesù.
Chi è stato, infatti, l’uomo Gesù? É stato un profeta escatologico apocalittico. Egli cioè si è reso portatore di un messaggio ritenuto urgentissimo: annunciare che il mondo sarebbe diventato presto un dominio di Dio. Il mondo fatto di ingiustizia sarebbe finito perché Dio sarebbe intervenuto e ne avrebbe fatto il suo Regno, il suo dominio. Dio avrebbe finalmente fatto giustizia. Questa lettura del messaggio di Gesù non è solo una mia idea o di Vito Mancuso (a cui nuovamente mi ispiro nel condividere questa riflessione), ma tutti gli studiosi seri riconoscono che il concetto di Regno di Dio è il cardine del pensiero di Gesù.
Gesù proponeva dunque un’etica attraverso la quale invitava a farsi trovare pronti per il nuovo stato del mondo che presto sarebbe arrivato. Ovvero, come diceva lui, per entrare nel Regno di Dio.
Questo Regno stava per arrivare, era imminente, non sarebbe passata la sua generazione prima che tutto questo fosse avvenuto. È evidente che Gesù si sbagliò, era convinto che qualcosa di totalmente definitivo per la storia del mondo stesse per realizzarsi ed invece non capitò nulla.
Nonostante questo ritengo che il suo messaggio rimanga ancora attuale e sia ancora importante seguirlo. Cosa significa infatti parlare di Regno di Dio? Significa interrogarci su quale sia il valore più grande al quale desidero aderire. É questo mondo dominato dalla forza e dal potere? Oppure è un altro mondo la cui logica è il bene e la giustizia? In altri termini, ognuno di noi dovrebbe chiedere a se stesso “io a quale mondo voglio appartenere”? Qual è il mio assoluto? É questo mondo? Così com’è, con questa logica di volontà di potenza, di selezione naturale? O è qualcosa di diverso? Perché se per me è qualcosa di diverso, allora io posso operare in questo mondo per renderlo meno ingiusto, meno sbilanciato a favore dei potenti, meno oppressivo.
Per questo ritengo che il messaggio di Gesù conservi ancora il suo valore, sia ancora importante e intendo provare a continuare a seguirlo e per questo mi sento ancora suo discepolo: perché mi invita a concepire la mia esistenza come non appartenente del tutto alla logica di questo tempo e di questo mondo e a vivere per renderlo migliore, per renderlo più somigliante a quello che Gesù chiamava Regno di Dio. Per questo affermo di non sentirmi più cristiano, cioè appartenente alla costruzione iniziata da Paolo denominata cristianesimo; di non accettare più la trasformazione di Gesù in Cristo, cioè l’Unto del Signore, il Figlio di Dio inviato dal suo stesso Padre come vittima designata, come agnello sacrificale che doveva necessariamente morire sulla croce per ristabilire la giustizia divina violata e conseguire così la redenzione; per tutto questo preferisco invece definirmi “gesuano”, cioè discepolo di Gesù di Nazareth, l’uomo storico che per me è ancora il Maestro e la guida nella costruzione di un mondo migliore.
Perché, secondo te, il cattolicesimo è così chiuso nei confronti del mondo LGBTQ?
Perché non si mette in ascolto né delle persone, né delle nuove acquisizioni delle scienze umane e del pensiero scientifico. Se infatti penso al percorso che ho compiuto io, è stato proprio questo duplice ascolto ad avermi aiutato a cambiare le mie posizioni, a far evolvere il mio modo di pensare. Io, lo ammetto, sono cresciuto avendo dei pregiudizi nei confronti del mondo omosessuale, ero abitato da vari stereotipi relativamente alle persone queer. Tutto questo, però, in realtà era avvenuto in me senza che io avessi mai conosciuto personalmente delle persone omosessuali, senza essermi mai confrontato con loro, senza aver mai ascoltato le loro storie concrete. Conoscenza che è invece maturata quando sono diventato prete.
Mi ricordo, ad esempio, una confessione nella quale un uomo (sposato e con figli) mi aveva detto di essere omosessuale ma, a causa della società e della Chiesa che non lo accettavano per quello che era, si era finto eterosessuale; si era pertanto costretto a sposarsi con una donna e con lei aveva anche avuto dei figli. Questo racconto mi aveva aperto gli occhi, mi aveva fatto riflettere sul fatto che noi (Chiesa e società), affermando che l’unione tra persone omosessuali è contro natura, abbiamo costretto questa persona ad unirsi ad una donna che non amava, per la quale non provava attrazione e mi sono allora chiesto: noi diciamo che se questa persona si fosse unita ad un altro uomo avrebbe fatto qualcosa contro natura, ma in realtà non è stato contro natura ciò che questo uomo si è sentito costretto a fare?
Successivamente ho poi conosciuto due coppie (una di gay e una di lesbiche), ho conosciuto le loro storie di amore e ho potuto così fare nuove scoperte, constatando quanto il loro amore di coppia fosse uguale a quello delle coppie eterosessuali. E queste conoscenze dirette mi hanno quindi stimolato a fare delle ricerche per acquisire anche delle conoscenze scientifiche relativamente all’omosessualità; conoscenze nei confronti delle quali ero invece totalmente digiuno. É stato dunque questo contatto concreto avuto con le storie delle persone, questo duplice ascolto, delle persone e delle nuove acquisizioni delle scienze umane e del pensiero scientifico, ad aver fatto cadere quegli stereotipi che si erano formati in me e ad avermi condotto a modificare le mie idee, le mie posizioni. Purtroppo devo constatare che è questo ciò che manca al Magistero della Chiesa cattolica e che lo mantiene chiuso nei confronti del mondo LGBTQ.
Ora è prassi (quasi) quotidiana, ma quando ancora non si poteva fare hai benedetto coppie omosessuali?
Prima della mia sospensione, non ho mai avuto occasione di benedire coppie omosessuali, nessuno me lo aveva mai chiesto. So che per fortuna esistono numerosi preti che lo hanno potuto fare e che continuano a farlo e sono contento che ciò avvenga. Purtroppo, però, il Magistero della Chiesa cattolica ancora non permette di realizzare la benedizione delle coppie omosessuali in quella pienezza che io auspicherei: venendo cioè a benedire, a dire bene del loro amore, comprensivo del linguaggio fisico che anche le persone omosessuali giustamente utilizzano per esprimersi reciprocamente questo loro amore. Infatti anche la Dichiarazione Fiducia Supplicans sul senso pastorale delle benedizioni, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della Fede il 18 dicembre 2023, non prevede questa possibilità. Essa prospetta eventualmente una pseudo benedizione di serie B.
Il documento, infatti, ribadisce più volte che queste benedizioni non possono essere impartite attraverso le forme rituali proprie della liturgia, ma devono essere delle benedizioni fatte da un ministro ordinato in maniera spontanea e non con un atto liturgico. Inoltre, viene negato assolutamente che esse possano svolgersi contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno ponendole in relazione ad essi, quindi non in quei momenti che sarebbero invece stati proprio i più opportuni.
Allora mi chiedo: una coppia di persone omosessuali cattoliche può accontentarsi di non rivendicare la legittimazione del proprio status, ammettendo invece che la relazione vissuta da loro è moralmente inaccettabile dal punto di vista oggettivo in quanto si tratta di un peccato? Quello che questa coppia intende chiedere attraverso la benedizione è effettivamente un aiuto per liberarsi da queste loro imperfezioni? Perché è proprio questo ciò che il documento propone attraverso la benedizione e oltretutto lo propone affermandolo esplicitamente. Se avessi avuto occasione di benedire delle coppie omosessuali non sarebbe stato questo il tipo di benedizione che avrei voluto impartire.
Perché c’è così tanta ipocrisia nella Chiesa cattolica (e non parlo solo della questione LGBTQ)?
Ritengo che sia dovuto al fatto che la Chiesa cattolica pone sempre al centro del proprio agire la salvaguardia di se stessa. Lo ha sempre fatto e purtroppo continua a farlo. Pensiamo agli scandali finanziari o ai reati di pedofilia compiuti da alcuni suoi membri. La Chiesa cattolica ha sempre cercato di nasconderli per evitare che l’Istituzione ecclesiastica ne venisse screditata. In questi casi è comodo parlare di errori individuali, delle cosiddette mele marce, il cui comportamento, pur riprovevole, non intacca l’integrità del corpo ecclesiale.
Una severità molto maggiore è invece riservata verso coloro che, come me, contestano la Dottrina. Eppure faccio fatica a credere che i vescovi intellettualmente più onesti (i teologi già lo fanno) non comprendano che tanti aspetti della dottrina e della morale andrebbero cambiati, però non si pronunciano a riguardo, appunto per non compromettere l’Istituzione Chiesa. Si ha l’impressione che tutti i peccati possano essere perdonati dalla Chiesa salvo quelli di “disobbedienza” al Dettato del Magistero e al suo intoccabile impianto dogmatico. É a quel livello infatti che si gioca la conservazione del suo potere.
Pensieri frutto di un iter lungo e ponderato nonché, ci permettiamo di dire, perfettamente condivisibili. E se pure non lo fossero nelle conclusioni, lo sarebbero certamente nel metodo. È sempre meglio riflettere sul proprio percorso di vita (e se necessita anche deviarlo) che rimanere intrappolati lungo la strada, magari solo per pigrizia e paura. E questo come singoli uomini o in quanto istituzioni millenarie.

