Qual è l’eredità di Papa Francesco a un anno dalla sua morte?
Testo di Claire Giangravé, pubblicato su Religion News Service (Stati Uniti) il 21 aprile 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
A un anno dalla morte di Papa Francesco, ciò che resta più evidente del suo pontificato è il modo in cui ha cambiato la comprensione che la Chiesa cattolica ha di sé stessa… e del suo posto nel mondo.
Probabilmente sarà ricordato per i suoi gesti: quella camminata solitaria sotto la pioggia in Piazza San Pietro durante la pandemia, gli abbracci ai migranti, le telefonate a sorpresa, le parole dette liberamente.
Ma dietro quelle immagini c’era qualcosa di più silenzioso. Il pontificato di Jorge Bergoglio si fondava su quello che lui chiamava “avviare processi”: una strategia che non cercava risultati immediati, ma voleva plasmare il futuro della Chiesa cattolica anche oltre la sua vita.
Dalla riforma della Chiesa alle nomine episcopali, fino all’attenzione rinnovata per le periferie, Francesco ha seminato… sapendo che i frutti sarebbero arrivati dopo. A metà del suo pontificato molti osservatori — soprattutto nel mondo occidentale, abituato a misurare la leadership in base a risultati e traguardi — si chiedevano cosa avesse davvero realizzato.
Nonostante le forti pressioni sia da parte progressista che conservatrice, Francesco ha introdotto pochi cambiamenti dottrinali formali. Quelli fatti si possono contare sulle dita di una mano: la revisione del Catechismo per dichiarare inammissibile la pena di morte; il ripudio della “Dottrina della scoperta” del XV secolo, che giustificava la sottomissione dei popoli indigeni; e l’apertura di alcuni ruoli liturgici alle donne, eliminando restrizioni canoniche.
“Bergoglio non era il pericoloso destabilizzatore della dottrina seduto sul trono di Pietro”, ha spiegato Massimo Borghesi in un’intervista del 20 aprile 2026, anche se molti suoi critici lo hanno dipinto così.
Persino alcune delle sue scelte più controverse furono, nella forma, molto prudenti. L’apertura alla possibilità per le persone divorziate e risposate di accedere alla comunione — dopo un percorso pastorale — non fu annunciata come una grande riforma, ma apparve in una nota della sua esortazione apostolica Amoris Laetitia, dopo anni di consultazioni.
“In molti casi — scriveva — non è necessario che ogni questione dottrinale, morale o pastorale venga risolta con un intervento del magistero.”
Anche il cardinale Víctor Manuel Fernández si interrogava sulla durata dell’impatto del pontificato: “È possibile che undici anni da papa non siano serviti a nulla?” chiedeva nel 2024.
Eppure oggi, a distanza di un anno dalla sua morte, l’eredità di Francesco non si misura tanto nei cambiamenti dottrinali, quanto nel modo in cui ha trasformato lo sguardo della Chiesa cattolica su sé stessa e sul mondo.
Questa visione era già chiara nel suo documento programmatico Evangelii Gaudium, dove affermava un principio destinato a segnare il suo pontificato: “Il tempo è superiore allo spazio”.
Un’idea che, come spiega la teologa Ethna Regan, significa che le istituzioni tendono a privilegiare il potere immediato rispetto ai processi nel tempo. Ma è proprio il tempo, non il controllo, a generare cambiamenti reali.
Questa prospettiva, definita “post-coloniale”, mette in guardia dal pensiero a breve termine, che può avere effetti negativi sulle persone, sull’ambiente e anche sulle riforme ecclesiali. Il gesuita Drew Christiansen sottolineava come fosse difficile, soprattutto negli Stati Uniti, comprendere questo approccio: una riforma che parte dal cuore, che chiede di rinunciare a potere e privilegi.
“La Chiesa non è un’istituzione statica, ma un movimento dinamico guidato dallo Spirito”, spiegava. Francesco non cercava soluzioni rapide, ma trasformazioni profonde, che maturano nel tempo.
Il biografo Austen Ivereigh ricordava che “in Vaticano, la cosa più veloce era il papa”. Sapeva agire rapidamente quando necessario, ma quando serviva discernimento… si prendeva tempo.
Anche la riforma della Curia romana è stata lenta, spesso sperimentata nella pratica prima di essere formalizzata. Ma il progetto più ambizioso è stato il Sinodo sulla sinodalità: un processo durato anni, con un grande ascolto a tutti i livelli della Chiesa cattolica e ancora oggi in corso.
“Molte volte pensavo: ‘mio Dio, quanto ci vuole!’ — racconta Mario Aguilar — ma era proprio questo il punto.”
Francesco ha anche nominato donne e laici in ruoli di responsabilità in Vaticano come mai prima. Non ha cambiato la dottrina sulle donne, ma ha cambiato la realtà concreta… aprendo strade per chi verrà dopo.
Ha incoraggiato teologi e studiosi a portare avanti le loro ricerche senza attendere sempre l’approvazione vaticana, dando fiducia a una Chiesa cattolica più libera di pensare e dialogare.
Nel frattempo, chi lo ha conosciuto racconta anche un uomo molto umano: un papa che mangiava gelato, che telefonava quando ne sentiva il bisogno, che a volte usciva in incognito… e che sapeva anche arrabbiarsi. Eppure, nelle decisioni importanti, non agiva d’impulso: pregava, rifletteva, discernava.
Il suo desiderio di visitare la Cina, ad esempio, ha portato all’accordo del 2018 tra Santa Sede e Pechino sulla nomina dei vescovi — una scelta discussa, ma frutto di un processo lungo. “Non voleva occupare spazi, ma aprire strade”, racconta il giornalista Salvatore Cernuzio.
Alla fine, la sua preoccupazione principale era di essere un pastore: di stare vicino a chi soffre, a chi è sotto le bombe, a chi è ferito.
Questa attenzione continua anche dopo la sua morte. Una delle sue ultime volontà è stata trasformare una papamobile in una clinica pediatrica mobile per Gaza, capace di curare fino a 200 bambini al giorno, ispirando altre iniziative di solidarietà (Religion News Service, 21 aprile 2026).
E ha pensato anche al futuro scegliendo cardinali provenienti dalle periferie del mondo, lontano dai centri tradizionali di potere. Quando il suo successore, Papa Leone XIV, missionario con esperienza in Perù, si è affacciato alla Loggia, molti hanno capito che quel cammino non si sarebbe interrotto.
“Vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, che cerca la pace, la carità, che sta vicino a chi soffre”, ha detto subito dopo l’elezione papa Leone.
Un segno chiaro che le scelte più importanti di Francesco non erano punti di arrivo… ma inizi.
* Claire Giangravé è una giornalista di Religion News Service, specializzata in informazione religiosa e Vaticano, con particolare attenzione alle dinamiche della Chiesa cattolica contemporanea.
Testo originale: Pope Francis’ legacy in time, one year after his death

