Quale senso può avere la “benedizione” di una coppia omosessuale in una comunità cristiana?
Riflessioni di Nicola Schiavone*
La benedizione delle coppie omosessuali ha trovato molto spazio sui mass media, suscitando reazioni favorevoli, reazioni contrarie, molti distinguo, tante riserve ecc.
Poco spazio, in realtà, ha trovato nelle concrete realtà ecclesiali, parrocchiali o comunitarie, dove si incontrano i reali vissuti umani.
In ogni caso, tutto il dibattito, con le polemiche che ha generato, non sembra cogliere il nocciolo della questione. Esiste ancora molta diffidenza, titubanza, incertezza, inibizione, quando la comunità cristiana si accosta al tema delle coppie omosessuali.
Alla base vi è il celato timore che si possa finire per equiparare la relazione omosessuale al matrimonio oppure che si possa finire per legittimare un’unione considerata “irregolare e disordinata”.
L’omosessuale viene visto come uno che ama la promiscuità, senza vedere che, il più delle volte, è solo un essere umano, che cerca un rapporto e una relazione personale con un altro individuo dello stesso sesso.
I fenomeni di promiscuità, spesso riscontrabili nel mondo gay, hanno la loro origine proprio nella repressione e nella discriminazione, di cui sono oggetto gli omosessuali.
Si dovrebbe guardare la causa che produce l’effetto, non fermarsi a guardare l’effetto, che appare in superficie. Il comprendere e il non giudicare sono espressioni di carità cristiana.
Tanti omosessuali, dopo un lungo percorso in psicoterapia oppure dopo un liberante coming out, sono riusciti a riconciliarsi con la propria omosessualità e a liberarsi da tante dipendenze sessuali o da tante disfunzioni, di tipo psicologico.
Le scienze umane, ormai da vari decenni, vedono nell’omosessualità una delle modalità, con cui si esprime la propria sessualità. Non meno gioiosa, appagante, creativa e feconda, della modalità eterosessuale.
La comunità cristiana, oggi, può svolgere un grande compito “storico”: aiutare le persone ad intraprendere percorsi di liberazione interiori, per giungere a vivere la propria omosessualità, all’interno di una relazione interpersonale, nella fedeltà e nella comunione di vita.
Ma occorre compiere un salto culturale ed anche etico, nella comunità cristiana. Forse, il punto di partenza, per arrivare ad una visione oggettiva, serena, equilibrata della questione è guardare, innanzitutto, alla sofferenza, che le persone omosessuali, credenti e non credenti, vivono nel loro intimo.
La società, nonostante tanti progressi e tante aperture, rimane, sostanzialmente, omofoba. Si rivendicano i diritti LGBTQ+ nelle piazze, in Parlamento ecc. ma, nella quotidianità, la società continua ad esprimere atteggiamenti e sentimenti omofobi.
Lo sanno bene gli adolescenti, che si trovano a che fare con questo aspetto della loro vita, oppure i genitori, che scoprono di avere un figlio omosessuale. La paura di uscire allo scoperto, il timore di esprimere il proprio orientamento sessuale, il sentirsi in colpa per essere diverso, i conflitti interiori, che ne scaturiscono ecc., producono quella che, in termini scientifici, si chiama “omofobia interiorizzata”.
Ed è a questa sofferenza che dovrebbe, innanzitutto, guardare una comunità cristiana, evangelicamente ispirata. Gli autori dei testi biblici non conoscevano ancora il complesso sviluppo dell’identità sessuale e di genere e la possibile esistenza di diverse identità sessuali e di genere.
Ma tutto il messaggio biblico, anche se condizionato dalla mentalità patriarcale dell’epoca, è un messaggio di liberazione dell’uomo da ogni forma di schiavitù e di sofferenza.
Spesso, purtroppo, si sente ancora dire che l’omosessualità è una deviazione oppure che è una espressione immatura di un’evoluzione non compiuta oppure che è fuori della normalità: tutte concezioni ormai superate dalla scienza.
La normalità, poi, non risiede nel fatto di appartenere alla maggioranza. La normalità, se mai, è accettare la diversità, in tutti gli ambiti della nostra vita. La diversità è una ricchezza, che fa bene a tutti, rende più umani, più tolleranti, più profondi, più aperti, più sensibili, più solidali gli uni con gli altri.
Il matrimonio tra un uomo e una donna, per la chiesa, è un sacramento. E’ un segno straordinario dell’amore di Dio per gli uomini. Va benissimo! E’ la forma più alta di comunione tra due esseri umani e viene proposta, come modello per tutte le altre relazioni. Certamente!
Ma l’unione tra due uomini o tra due donne, anche se non è sacramento, non può rappresentare un esempio di comunione feconda, per tutte le altre relazioni? Se due uomini o due donne sono fedeli tra di loro ed esprimono la sessualità, in una intensa relazione interpersonale, non sono un modello di coppia?
La fecondità può essere vissuta non a livello biologico ma ad altri livelli: potrebbe essere l’adozione di un bambino abbandonato oppure, se questo non è possibile, l’apertura a forme di impegno nel volontariato, nella politica, nella chiesa, nella cultura ecc.
La sessualità e le relazioni di coppia devono essere sempre “generative”, in un senso più vasto del solo significativo biologico. E tante ricchezze nascoste verrebbero a galla, a beneficio di tutta la società.
La comunità cristiana dovrebbe arrivare a dire, con coraggio, che l’omosessualità, come l’eterosessualità, è un dono di Dio. Finché si rimane nelle concessioni o nelle mezze verità, non si aiuta a fare chiarezza.
Proporre e indicare le strade per un’omosessualità integrata, all’interno di una relazione, aiuterebbe non solo le persone omosessuali a liberarsi dalla sofferenza interiore o da forme di dipendenza sessuale ma darebbe un prezioso contributo, per liberare la società dalla sua profonda omofobia, che è una vera e propria forma di violenza.
Senza trascurare il fatto che la visibilità di coppie omosessuali, stabili e fedeli, aiuterebbe la società a liberarsi dagli stereotipi e dai pregiudizi sul mondo omosessuale.
Benedire la coppia di due persone dello stesso sesso non è l’equivalente del matrimonio cristiano: significa solo valorizzare il bene che risiede in fondo alla relazione, perché diventi matura e feconda.
Se la comunità cristiana riuscirà ad andare in questa direzione, darà uno straordinario contributo alla umanizzazione del mondo. Riuscire a cogliere i segni dei tempi e a fare un salto di qualità culturale, etico e spirituale, in questo ambito, è un compito che si estende, poi, ad altri ambiti epocali: l’immigrazione, la transizione ecologica, la pace, l’intelligenza artificiale.
La parola e l’annuncio cristiano hanno ancora tanto da dire su tutti questi temi e tante risorse, da offrire, per favorire il cammino di liberazione dell’umanità dai blocchi e dalle schiavitù che la opprimono.
In questo senso, i cristiani sarebbero veri segni di profezia, oltre che “sale della terra e lievito nella pasta”!
* Nicola Schiavone è stato impegnato in campo ecclesiale per oltre 50 anni, ex docente in pensione da 15 anni, ed ha scritto spesso articoli, pubblicati da Ore Undici, Rocca, Una chiesa a più voci, ecc. Nel settembre 2024 questo testo vide la luce “nel vivo della questione sulle benedizioni alle coppie omosessuali, che inviai anche alla Segreteria del Sinodo, come contributo di un modesto seguace del Vangelo ad un tema che la comunità cristiana deve affrontare con serenità, equilibrio e saggezza”.

