Quando capisci che Dio non vuole che tu ti nasconda. Come Tiziano ha lasciato la “gabbia dorata” per essere se stesso
Intervista pubblicata sul sito iks.haus (Austria) il 31 marzo 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Tiziano Fani Braga ha mandato in frantumi quella facciata perfetta dietro cui viveva: è uscito da un matrimonio, dal silenzio e dalla pressione ad adeguarsi imposta da certi ambienti della chiesa cattolica, per entrare finalmente nella verità, nella libertà e in una fede vissuta come persona queer. Oggi denuncia apertamente l’abuso spirituale, costruisce safe spaces (spazi sicuri) per giovani persone LGBTQ+ e lo dice con chiarezza: Dio non vuole persone chiuse nell’armadio, ma nella luce.
Immagina di vivere dentro una scatola perfetta, costruita da altri, che dall’esterno brilla ma dentro ti stringe e ti soffoca. È così che viveva Tiziano Fani Braga, conosciuto anche come @artr.ome: graphic designer, maestro nell’arte tipografica e insieme prigioniero del successo professionale e della pressione di un ambiente conservatore. Burnout (esaurimento emotivo), nascondimento e un matrimonio in cui non poteva mostrare la sua identità segnavano la sua vita.
Il lockdown (per il Covid) è stato per Tiziano il punto di svolta. Molti hanno vissuto la pandemia come un tempo vuoto passato sul divano. Per lui, invece, in quell’isolamento è caduta ogni maschera. Chiuso tra le mura di casa, non poteva più reprimere chi fosse davvero.
Ha scelto di essere sincero con sé stesso. Ha fatto coming out (ha dichiarato apertamente il proprio orientamento) con i suoi genitori e con sua moglie. Questo ha significato perdere la sua vecchia comunità e mettere fine al matrimonio. Ma è stato anche il primo passo verso la libertà.
Riconoscere un ambiente tossico e un abuso spirituale non è facile. Oggi Tiziano ne parla apertamente: una manipolazione che molte persone sperimentano in contesti religiosi. La descrive come l’illusione di una “gabbia dorata”, dalla quale è difficile uscire. Tiziano vuole distruggere quella gabbia e mostrare che la fede non deve mai diventare tossica.
Quando la cultura pop incontra la teologia, nascono intuizioni forti. Molti pensano che i testi teologici parlino solo alle generazioni più adulte. Tiziano smentisce questa idea.
Spiega il suo sguardo spirituale partendo da Eric, personaggio della serie Netflix Sex Education. Come Eric, anche Tiziano ha vissuto un conflitto tra le convinzioni religiose della sua famiglia e la propria identità piena di vita. Richiama quella scena in cui Dio dice a Eric: “Ti ho fatto luminoso, perché altri possano vedere nel buio”. Il messaggio è semplice e profondo: l’identità queer non è un peso. È una forza donata da Dio per portare luce nei luoghi oscuri e pieni di pregiudizio.
Oggi Tiziano coordina il gruppo Mosaiko Cristiani LGBT+ a Roma e ha dato vita a Young Oikos, un luogo sicuro per giovani persone queer credenti. Nel 2025 ha organizzato uno storico pellegrinaggio di credenti LGBTQ+ a Roma, ha attraversato la Porta Santa e ha proclamato apertamente il Credo. Tiziano è passato dall’essere una persona nascosta a diventare una testimonianza visibile accanto al Vaticano.
1. Tra design e vita
Come graphic designer (grafico) hai costruito per anni ordine attraverso forme geometriche rigorose e griglie esagonali. Quanto ti ha aiutato questa mentalità analitica e creativa a “ripensare il progetto” della tua vita e a decostruire le regole rigide della tradizione ecclesiale?
Immaginate una vita progettata su una griglia perfetta al millimetro: una perfezione esterna con un errore nascosto nel sistema, cioè l’impossibilità di essere sé stessi. Questa era la mia realtà come @artr.ome. Graphic designer (grafico), intrappolato in una “gabbia dorata”.
Per anni ho costruito gabbie geometriche perfette, mentre la mia vita affondava in un matrimonio di facciata e nel silenzio. Poi ho capito che Dio non abita nella rigidità, ma nella libertà. Questa è stata la mia rivoluzione.
La mia griglia spezzata: come ho ridisegnato la mia fede fuori dall’armadio
Quella scatola era la mia “gabbia dorata”: ambiente conservatore, dieci anni di matrimonio, fede segreta. Fuori la perfezione, dentro un’identità nascosta.
Il burnout della perfezione
Il mondo vedeva in me un professionista di successo e un uomo credente. Ma io soffrivo di un burnout (esaurimento emotivo) profondo. Cercare di corrispondere alle aspettative di una chiesa cattolica che voleva rendermi invisibile era una tortura. Anche la società mi preferiva “in ordine”. Tutto questo mi divorava dentro. Per dieci anni ho interpretato un ruolo. Mi ero convinto che il mio orientamento sessuale fosse un errore di sistema. Lo vedevo come un pixel fuori posto in un file che avrebbe dovuto restare pulito.
Poi ho capito una cosa essenziale: Dio non è un architetto rigido che ti costringe dentro una forma prestabilita. Dio non vuole che tu viva nell’armadio.
Decostruire la tradizione
È qui che la mia mentalità analitica e creativa mi ha salvato. Ho iniziato a trattare la mia vita come un progetto grafico. Se un layout (impostazione grafica) non funziona, non puoi continuare ad aggiungere elementi sperando che migliori: devi avere il coraggio di cancellare tutto e ricominciare da un foglio bianco.
Ho preso le regole rigide della tradizione ecclesiale che mi avevano incatenato e le ho smontate. Ho demolito i pregiudizi come se fossero livelli inutili di Photoshop. Ho scoperto che potevo ritrovare la mia vocazione “spezzata”. Ma questo è stato possibile solo quando ho scelto la verità. Il mio coming out (il dichiararmi apertamente) non è stato un addio alla fede. È stato il mio vero ingresso dentro di essa. Ho capito che potevo essere una persona gay e un uomo di Dio. Queste due realtà non si escludono.
Diventare un game changer (motore di cambiamento)
Oggi progetto molto più che lettere. Traccio nuovi percorsi per chi, come me, si è sentito fuori posto tra i banchi delle chiese. Pellegrinaggi LGBTQ+, testimonianze pubbliche su Gionata.org o su La Repubblica: questa è la mia nuova forma di design (progettazione), creare uno spazio in cui l’accoglienza sia la regola.
Ho distrutto l’esagono. Oggi so che la spiritualità non ha bisogno di angoli chiusi, ma di spazi aperti. Per anni ho cercato l’ordine attraverso la geometria. Ora so che conta solo l’ordine del cuore. Non sono più prigioniero di una griglia. Sono finalmente l’autore della mia storia. E il layout (la forma della mia vita) non è mai stato così luminoso.
2. Il punto di svolta nel lockdown
La pandemia ti ha costretto a un confronto radicale con te stesso, che ti ha portato al coming out e alla fine del tuo matrimonio. Qual è stato il momento preciso, o il pensiero concreto, in cui chiuso tra quelle quattro mura ti sei detto: “Basta, non posso più fingere di essere un altro”?
Il silenzio di quelle quattro mura durante il lockdown (confinamento) è stato come uno scanner puntato sulla mia vita. Non c’era più nulla a distrarmi: né il lavoro, né gli impegni in parrocchia, né le scuse sociali. Il ronzio della mia infelicità si sentiva finalmente con chiarezza. Mi sono fermato. Mi sono guardato. E l’immagine che vedevo non mi apparteneva più.
Il momento in cui il vetro ha iniziato a incrinarsi è arrivato in un pomeriggio qualsiasi. Guardavo la luce sulle pareti di casa. Guardavo mia moglie e capivo che non era più la mia compagna di cammino. Era lo specchio di una promessa che tradivo ogni giorno, soprattutto verso me stesso. E mi ha colpito questo pensiero: “Le sto rubando la vita e sto negando a Dio la verità”.
In quel vuoto, la domanda non era più: “Come faccio ad andare avanti?”. Era: “Chi sono io, se non devo più piacere a nessuno?”. Ho capito che il mio matrimonio, durato dieci anni, era il mio ultimo grande telaio di sicurezza. Ma mi toglieva il respiro. La pandemia aveva strappato via il velo. Fuori il mondo si stava sgretolando, e io non riuscivo più a tenere in piedi nessuna facciata. Dentro era già tutto polvere.
Mi sono detto con chiarezza: “Se non esco ora dall’armadio, non ne uscirò vivo”. Non parlavo del virus, ma dell’anima. Ho capito che Dio non mi chiedeva quel sacrificio di finzione. Avevo confuso il martirio della mia identità con la santità.
Ho smesso di cercare di riparare il file. Ho accettato che quel progetto era fallito. L’unico atto onesto di fede era abbattere tutto e ricominciare. Tra il divano e la scrivania ho pronunciato quel “basta” che ha cambiato tutto.
3. Abuso spirituale e i segnali d’allarme
Usi metafore forti come “tortura dell’acqua” e “gabbia dorata” per descrivere la manipolazione della coscienza in certe comunità. Quali sono le prime red flags (segnali d’allarme) a cui i giovani dovrebbero fare attenzione per capire se si trovano in un ambiente tossico?
Parlo di “abuso” perché è l’unica parola capace di descrivere la distruzione sistematica del sé che ho vissuto. Per anni, all’interno del Cammino, non ho sperimentato un trauma improvviso e violento, ma una tortura psicologica dell’acqua: un gocciolio lento, metodico, incessante sulla mia coscienza, che incontro dopo incontro scavava un buco nel mio pensiero critico.
Se oggi dovessi parlare a un giovane che entra in contatto con realtà del genere, gli direi: guarda oltre la musica e il senso di comunità. Le red flags (i segnali d’allarme) non sono cartelli luminosi. Sono sussurri che sembrano consigli spirituali.
La prima compare quando il tuo confessore o il tuo catechista smette di essere una guida e diventa l’architetto della tua vita. Se senti di non poter prendere una decisione — cambiare lavoro, scegliere gli studi, iniziare o interrompere una relazione — senza il suo permesso, allora sei già dentro una trappola. Un ambiente sano ti insegna a camminare. Uno tossico ti vende stampelle e poi ti convince che non hai più gambe.
Un altro segnale è quando il senso di colpa diventa il carburante di tutto. Nelle comunità che ho conosciuto, la colpa non era una condizione passeggera, ma lo stato normale dell’essere umano. La “tortura dell’acqua” consiste proprio in questo: farti sentire costantemente insufficiente, un peccatore che deve alla comunità la propria salvezza. Se la tua fede si nutre di ansia spirituale da prestazione e non di pace, allora scappa. Questa non è umiltà. È sottomissione.
Un’altra red flag (segnale d’allarme) pesantissima è l’isolamento emotivo “per il tuo bene”. Ti fanno credere che chi non appartiene al “Cammino” non possa capirti, che i tuoi genitori o i tuoi amici “del mondo” siano ostacoli alla tua santità. In realtà stanno facendo il vuoto attorno a te per renderti dipendente dalla comunità. È così che nasce la “gabbia dorata”: chiudono le finestre e ti convincono che fuori ci sia solo buio.
Infine c’è la violazione del foro interno. Se ti senti costretto a esporre i tuoi peccati o le tue fragilità davanti a un gruppo o a laici che non hanno né competenza né segreto, allora quello è abuso. Usare la tua storia per controllarti o correggerti pubblicamente è manipolazione della coscienza e lascia ferite profonde.
Per anni ho scambiato tutto questo per volontà di Dio. Ma Dio è libertà, non un ispettore che controlla se hai rispettato la griglia. Se hai la sensazione che, per essere un “buon cristiano”, tu debba rinunciare alla tua capacità di dire “no”, allora non sei in una comunità: sei in un meccanismo che ti stritola.
4. Teologia e cultura pop
Hai usato in modo geniale Eric nella serie tv Sex Education per spiegare l’accoglienza di Dio. C’è un altro personaggio di una serie, di un film o della musica di oggi che per te incarna perfettamente questo messaggio di una “teologia della luce”?
Se in Eric di Sex Education ho visto il momento esatto in cui la fede smette di essere un peso e diventa una danza, oggi il mio sguardo va verso un altro personaggio che incarna ciò che io chiamo “teologia della luce”: una luce che non acceca, ma rende visibili i contorni autentici di ciò che siamo.
Penso a David Rose di Schitt’s Creek (Il torrente di Schitt). Può sembrare strano tirarlo in ballo parlando di spiritualità, ma David compie il miracolo di trasformare la propria vulnerabilità estrema e i suoi “resti” emotivi in un’armatura di autenticità. La sua celebre metafora sul vino — “I like the wine, not the label” (“Mi piace il vino, non l’etichetta”) — per me è teologia pura. È il superamento del dogma, dell’etichetta, a favore dell’essenza, del vino… dell’anima. David ci insegna che Dio non ci vuole come prodotti in serie, ma ci accoglie come annate uniche, con le nostre note dolci e quelle più aspre.
La colonna sonora della mia vita e della mia liberazione: Elisa
Se dovessi dare una voce italiana a questo processo di decostruzione e rinascita, sceglierei Elisa. La sua musica è attraversata da quella ricerca di spazio bianco che inseguo sia nel design (progettazione), sia nello spirito.
“Luce (Tramonti a nord est)”
È il mio inno al coming out (venire alla luce) interiore. Quando canta “Siamo nella stessa lacrima / Come un sole e una stella”, racconta perfettamente questa fusione tra umano e divino che accade solo quando smettiamo di mentire. La luce di cui canta Elisa non è una luce ferma: è una luce in movimento, proprio come la fede che ho ritrovato dopo il lockdown (confinamento).
“Palla al centro”
Dentro questa canzone c’è tutto il mio punto di svolta. “Cambiare tutto per non cambiare niente / O cambiare niente per cambiare tutto”. È la descrizione esatta del mio punto zero: dovevo distruggere l’architettura della mia vita di prima per salvare l’unica cosa davvero essenziale, il mio centro, la scintilla divina che porto dentro.
“Gli ostacoli del cuore”
In questa canzone leggo la fatica di superare quella “tortura a goccia” di cui parlavamo. Gli ostacoli non sono fuori: sono i muri che abbiamo costruito per proteggerci. Ma a un certo punto devi decidere di andare a vedere cosa c’è dietro la paura.
Il cinema come specchio: Everything Everywhere All At Once (La contemporaneità di tutto)
Se cerchiamo un riferimento cinematografico recente, il film Everything Everywhere All At Once (La contemporaneità di tutto) dei Daniels è la parabola perfetta per la mia teologia. In un multiverso di possibilità e di versioni di noi stessi considerate “fallite” secondo i criteri del mondo — o della chiesa cattolica — il messaggio finale è questo: bontà radicale.
L’accoglienza non arriva quando diventiamo perfetti, ma quando, in mezzo al caos di griglie spezzate ed esagoni infranti, scegliamo di abbracciare l’altro — e noi stessi — esattamente così come siamo. È la vittoria del sentire sulla struttura.
Questa è la mia teologia della luce: non fari puntati dall’alto per giudicarti, ma una lampada che tieni in mano mentre attraversi il tuo disordine e scopri che Dio sorride proprio lì, dentro quel disordine.
5. I giovani e Young Oikos
Hai fondato Young Oikos pensando proprio ai giovani. Quando entrano per la prima volta in questo safe space (spazio sicuro), qual è l’insicurezza o la paura che sentono più forte?
Quando i giovani entrano per la prima volta in Young Oikos, non portano con sé solo uno zaino, ma il peso di anni passati a tentare di mettere insieme pezzi di sé di cui altri gli avevano detto che erano sbagliati.
La paura più grande? È la paura del rifiuto da parte di Dio, riflessa negli occhi degli altri. Molti arrivano con il terrore che la “Parola”, nel momento in cui si mostrano per quello che sono, si trasformi in giudizio invece che in tenerezza. Temono che la loro identità sia un “difetto di progettazione”, qualcosa che li esclude dalla festa.
Lo strumento di Oikos: dal Cammino alla libertà
Oikos è un’eredità che mi porto dietro dal Cammino Neocatecumenale. Non volevo buttare via tutto. La “celebrazione domestica”, lo stare insieme attorno alla Parola di Dio per farla risuonare nella vita concreta, è uno strumento potentissimo, che ho voluto reinterpretare.
Nel Cammino, a volte, Oikos rischiava di diventare un tribunale della coscienza. In Mosaiko, e ancora di più in Young Oikos, lo abbiamo trasformato in un laboratorio di autenticità.
Le insicurezze dei giovani
In questo spazio protetto vedo due tipi di esperienza che mi toccano profondamente.
La prima è l’insicurezza del “sopravvissuto”. Giovani che, come me, portano addosso i segni dell’esclusione e del dolore. La loro paura è che l’accoglienza sia condizionata. Mi guardano come per chiedere: “Posso davvero essere gay, trans, queer ed essere qui, senza un ‘però’?”. Questa insicurezza è il trauma della tortura a goccia e può guarire solo con pazienza e tempo.
Poi ci sono i più giovani, quelli della cui naturalezza io stesso provo quasi invidia. La loro insicurezza è quella di chi vive in un mondo che cambia, ma che resta ancora attraversato dal giudizio. Hanno paura di perdere la libertà appena conquistata nel momento in cui si scontrano con il muro della tradizione.
Il mosaico della verità
Quando ci sediamo in cerchio, quell’insicurezza comincia a sciogliersi nel momento in cui capiscono che Oikos non è un esagono rigido in cui devono incastrarsi, ma una tessera dentro un mosaico più grande.
La loro paura più grande è essere “troppo” oppure “non abbastanza”. Il mio compito come coordinatore è mostrare loro che la Parola di Dio non è una griglia di controllo, ma uno specchio che finalmente restituisce un’immagine completa.
La gioia più grande, per me, è vedere un giovane arrivare con le spalle curve sotto il peso del suo segreto e, dopo qualche incontro, cominciare a parlare della propria vita a testa alta, perché ha capito che la sua identità non è un ostacolo alla fede, ma proprio il luogo in cui Dio gli viene incontro.
6. La politica vaticana e i doppi standard
Hai criticato apertamente il Vaticano perché sembra voler “accontentare tutti”, aprendo alle benedizioni ma condannando allo stesso tempo l’identità di genere in documenti come Dignitas Infinita. Pensi che un vero cambiamento dottrinale sia possibile presto, oppure stiamo combattendo contro i mulini a vento?
Più che una critica alla chiesa cattolica — che è la mia casa, la mia famiglia, il luogo in cui respiro — la mia è un’osservazione dolorosa su quelle pesanti sovrastrutture che sembrano frenare ogni tentativo di una “chiesa in uscita”. A volte ho l’impressione che certi apparati si muovano così lentamente mentre il mondo corre e le persone soffrono, che non riescano più a stare al passo con lo Spirito.
Quando leggo documenti come Dignitas Infinita (Dignità infinita), il mio cuore si divide. Come ho scritto anche nel mio blog, accolgo questo testo “almeno in parte” con gratitudine: il fatto che venga riaffermata la dignità innata di ogni persona “in ogni circostanza” è importante. E il fatto che la chiesa cattolica condanni ufficialmente la violenza, la tortura e perfino la detenzione a causa dell’orientamento sessuale è un passo avanti che non va sminuito. Questo è un raggio di luce.
E proprio qui, però, sento anche tutto il peso della struttura. C’è questo tentativo di “dare qualcosa a entrambe le parti”: da un lato si apre alla tutela della vita e della dignità, dall’altro si richiude con decisione sulla questione dell’identità di genere, descrivendola come un pericolo di “autodeterminazione che si separa da Dio”.
In questa chiusura leggo la paura di perdere il controllo su schemi millenari e il dimenticare che l’essere umano è un mistero in continua evoluzione, e che l’identità non è una decisione contro Dio, ma spesso il modo più autentico di abitare la sua creazione.
Credo che un cambiamento dottrinale sia possibile? Sì, ma non in tempi brevi. Non stiamo combattendo contro i mulini a vento, ma stiamo seminando in un terreno che ha bisogno di tempo. La dottrina non è un reperto archeologico chiuso sotto vetro: è un corpo vivo. E perché questo corpo possa muoversi, bisogna liberarlo dai pesi burocratici e ideologici che lo paralizzano.
Io non cerco una rivoluzione che distrugga, ma una sinodalità che ascolti davvero. Per questo guardo a chi ha la responsabilità di guidarci con speranza, ma anche con la chiarezza di chi non può più aspettare in silenzio.
Guardo a Leone con un sostegno prudente ma sincero. A lui e a tutta la gerarchia, però, dico con chiarezza: non fermatevi a metà strada. Chiedo passi sinodali in avanti che non restino parole scritte sulla carta, ma diventino gesti concreti di inclusione. La chiesa cattolica deve smettere di essere un ufficio doganale che controlla i documenti dell’identità e tornare a essere una casa in cui ogni figlio e ogni figlia, con la propria storia e il proprio genere, possa finalmente sentirsi a casa.
7. Restare dentro
Dopo il trauma dell’esclusione avresti potuto tranquillamente ghostare la chiesa (sparire e chiudere con tutto). Invece hai scelto di restare, come Piccolo Fratello dell’Accoglienza, nella scia di Charles de Foucauld. Che cosa ti ha dato la forza di restare e di lottare da dentro?
Prima di tutto devo chiarire una cosa importante, che tocca il cuore della mia scelta: non ho emesso voti. Il mio è un cammino totalmente laicale. E non è una distinzione tecnica, ma una risposta vitale per la chiesa cattolica di oggi. Significa vivere la fede non protetto da una struttura o da un abito che separa, ma immerso del tutto nel mondo, nelle sue contraddizioni, nei suoi bar, nei suoi uffici, con un linguaggio aperto, libero, non ingabbiato.
Dopo il trauma dell’esclusione, la soluzione più semplice — e forse anche la più logica per la mia salute mentale — sarebbe stata quella di ghostare la chiesa (sparire, tagliare i ponti, voltare pagina). Perché allora sono rimasto?
Il Nazaret del cuore
La forza mi è venuta dall’incontro con Charles de Foucauld. La sua spiritualità mi ha colpito perché non parlava di grandi cattedrali, ma del “Nazaret del cuore”. Per me significa vivere la sua strada come Piccolo Fratello dell’Accoglienza e scegliere un’invisibilità efficace. Foucauld non voleva convertire con i discorsi: voleva “gridare il Vangelo con la vita”, vivendo accanto agli ultimi come fratello universale.
In questo Nazaret ho capito che potevo “arrendermi” come strumento nelle mani di Dio, senza rinnegare me stesso. Come ho scritto spesso, dobbiamo avere il coraggio di dire: “Arrendiamoci, siamo strumenti”. Questa resa non è debolezza. Significa lasciare che Dio disegni attraverso di noi, anche quando la linea della nostra vita trema e sembra incerta.
La chiesa cattolica: una madre imperfetta
Molti mi chiedono: “Tiziano, perché resti? Ci sono strade più moderne, meno esigenti, in cui saresti accolto senza dover lottare”. La verità è che io sono una persona dal cuore inquieto, e anche la mia fede lo è. È fatta di domande che bruciano e di ferite aperte. Ma è anche una fede con radici, come un albero che affonda nella terra che lo nutre.
Per me la chiesa cattolica è una madre. E come ogni madre può essere fragile, sbagliare, persino ferire. Ma una madre non si rinnega nei suoi giorni bui. Agostino diceva che la chiesa è santa pur essendo fatta di peccatori; io, che in questa chiesa ho ricevuto il battesimo, mi sento parte viva di questo corpo. Anche quando quel corpo soffre. Anche quando quel corpo mi fa male.
Restare per amare meglio
Io non resto perché sia facile — perché, credetemi, non lo è affatto. Resto perché questa è la mia casa, la mia famiglia. Se necessario, lotto con lei, ma mai contro di lei. Non combatto contro i miei fratelli e le mie sorelle, ma contro ciò che li ferisce dentro e impedisce loro di essere ciò che dovrebbero essere: un grembo accogliente per tutti.
Resto perché credo che la bellezza del mosaico dipenda anche dalla mia piccola tessera “fuori schema”. Resto perché il vero amore non è quello che se ne va appena le cose si fanno difficili, ma quello che rimane per aiutare la propria famiglia a guarire e a ritrovare il senso profondo dell’accoglienza.
8. Il Giubileo 2025
Hai guidato il grande pellegrinaggio delle “cristiane e dei cristiani arcobaleno” e hai parlato apertamente di omosessualità in uno spazio considerato sacratissimo. Che cosa hai sentito in quel momento preciso, quando hai proclamato il Credo proprio lì dove un tempo ti eri sentito respinto?
Pronunciare il Credo in quel momento, mentre attraversavo la Porta Santa, è stato come vedere chiudersi un cerchio rimasto spezzato per anni. In quell’istante preciso ciò che ho sentito non è stata rivalsa, ma un’appartenenza profonda, commossa.
Per me l’identità è sacra. Se crediamo davvero che il Signore faccia tutto bene e in pienezza, allora dobbiamo avere il coraggio di credere che anche noi lo siamo, così come siamo nati. Siamo creati a sua immagine e somiglianza: creature meravigliose, ciascuna con la propria sfumatura unica. Portare il “pellegrinaggio della dignità” nel cuore del Giubileo è stato un gesto di riappropriazione di questa verità.
Mentre le parole del Credo risuonavano nelle navate di San Pietro, sentivo dentro di me una forza nuova. Pronunciarlo proprio lì, dove un tempo mi ero sentito respinto o “sbagliato”, ha trasformato quella preghiera in un manifesto di liberazione. Non stavo più dicendo formule per piacere a una struttura o per nascondermi; stavo professando la mia fede attraverso la mia identità, non nonostante essa.
Attraversare quella soglia è stato come dire a noi stessi e al mondo che non siamo ospiti nella casa di Dio, ma figli. Abbiamo lasciato fuori la vergogna, la colpa e la tortura a goccia del giudizio, entrando finalmente nella pienezza della nostra luce.
Sentire il calore di tanti fratelli e sorelle che, come me, avevano conosciuto il freddo dell’esclusione ha reso quel momento un’esperienza di risurrezione collettiva.
Era il tremore di una persona che non ha più bisogno di chiedere il permesso di esistere. Abbiamo portato lì, fino all’altare, i nostri colori, le nostre storie e le nostre ferite, sapendo che ogni nostra sfumatura riflette la gloria di Dio. In quel momento la Porta Santa non era solo un passaggio architettonico, ma la conferma che la nostra dignità è infinita… e lo è sempre stata.
9. La paura del dopo Francesco
Hai sottolineato che una chiesa così grande non cambia con “un solo Papa” e che c’è una vera paura del futuro. Come state preparando la vostra comunità a non lasciarsi travolgere da eventuali spinte conservatrici?
La paura del futuro è umana, ma come ho scritto nei giorni dell’Extra Omnes (l’espressione latina che indica l’uscita di tutti dal conclave), la chiesa cattolica non è un’azienda che cambia direzione quando arriva un nuovo amministratore delegato: è un corpo vivo, mosso dallo Spirito.
Dobbiamo essere onesti: Francesco non ha compiuto cambiamenti radicali sul piano del contenuto dottrinale. Il suo vero miracolo è stato un altro: ha cambiato la forma, ha rivoluzionato la comunicazione e ha aperto un dialogo stabile che prima sembrava impensabile. Ha abbattuto i muri del linguaggio per parlarci come un padre. Speriamo e preghiamo che questo stile continui anche con Leone, perché quando si impara a guardarsi negli occhi e a parlarsi davvero, poi è difficile tornare al silenzio imposto dei dogmi calati dall’alto.
In questo tempo di passaggio alcuni vivono una specie di congelamento, come se tutto fosse fermo, in attesa. Ma io dico: non si torna indietro. Non possiamo tornare indietro, perché i gruppi ormai si reggono da soli, per grazia di Dio. La realtà delle cristiane e dei cristiani arcobaleno non è più un esperimento: è un popolo.
La nostra preparazione a eventuali contraccolpi conservatori non consiste nel costruire barricate, ma nella presenza. Le veglie di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia continuano a essere organizzate in tutta Italia, sostenute da numerosi vescovi e cardinali che hanno capito che l’accoglienza non è un’opinione politica, ma una richiesta evangelica. Il nostro lavoro pastorale continua con forza, perché sentiamo che il Signore benedice ogni passo.
Il mio invito alla comunità è questo: lasciare scegliere allo Spirito, senza paura. Non dobbiamo temere eventuali cambi di rotta al vertice, perché la chiesa siamo anche noi. Siamo noi che, nelle periferie, nei piccoli gruppi Oikos e nelle parrocchie, continuiamo a tessere il filo del dialogo. Finché testimonieremo che la nostra identità e la nostra fede possono camminare insieme, nessuna corrente potrà spegnere la luce che abbiamo acceso. Noi siamo chiesa cattolica, e la chiesa cattolica non si ferma.
10. Il messaggio nella bottiglia
Se oggi potessi viaggiare nel tempo e trovarti davanti al Tiziano più giovane, quello che nella paura cercava di seppellire la sua vera identità, quale frase gli diresti per rassicurarlo?
Se potessi tornare indietro, attraverserei la soglia di quella stanza in cui il giovane Tiziano cercava disperatamente di far stare insieme la sua fede e il suo cuore, soffocando tra righelli, griglie esagonali e preghiere sussurrate per paura di essere scoperto. Mi siederei accanto a lui, gli prenderei le mani per fermare quel tremore di paura, e guardandolo negli occhi con tutta la tenerezza che ho imparato ad avere verso me stesso, gli direi una sola frase, forte e limpida:
“Tiziano, smetti di correggere il disegno di Dio: la tua identità non è un errore di progettazione, ma il suo capolavoro più autentico.”
Gli spiegherei che tutto quel dolore, quel senso di inadeguatezza che lo divora, e quella voce continua che gli ripete che è “sbagliato”, non sono altro che sovrastrutture umane, polvere che il vento della verità spazzerà via.
Gli direi di non avere paura del vuoto che sente quando pensa di lasciare la sua “gabbia dorata”, perché proprio in quel vuoto troverà lo spazio bianco necessario per riprogettare una vita enorme, luminosa e finalmente intera.
Gli sussurrerei che non deve scegliere tra essere un uomo di fede e un uomo che ama, perché il Signore lo ha sognato proprio così: con quella sensibilità, con quella capacità di vedere la bellezza nelle sfumature e con quel cuore inquieto che diventerà la sua bussola.
Gli direi di avere fiducia, perché quel “matrimonio perfetto” e quelle “regole rigide” che oggi lo schiacciano domani diventeranno solo il punto di partenza per una missione più grande: diventare una voce per chi non ne ha una e una testimonianza di una chiesa cattolica che sappia finalmente abbracciare tutti i suoi figli e tutte le sue figlie.
E infine gli direi: “Non avere paura del buio dell’armadio, perché la luce che porti dentro non è destinata soltanto a illuminare la tua vita, ma anche quella di migliaia di altre persone che, come te, stanno solo aspettando che qualcuno dica loro che sono creature meravigliose. Respira, Tiziano. Sei già salvo, già amato, già intero.”
* Tiziano Fani Braga è un graphic designer (grafico) italiano e un attivista impegnato nell’accompagnamento delle persone LGBTQ+ credenti. Coordina Mosaiko Cristiani LGBT+ a Roma, promuove spazi di ascolto e crescita spirituale come Young Oikos ed è volontario de La tenda di Gionata.
Testo originale: Wie Tiziano den „goldenen Käfig“ hinter sich gelassen und zum echten Game Changer wurde

