Quando la Chiesa parla a nome di Gesù… e Gesù non ne sa nulla

In questa vignetta del vignettista canadese NakedPastor* Gesù è seduto a un tavolo con il suo avvocato. Dall’altra parte c’è la sua Chiesa, rappresentata da un edificio con tanto di croce, anche lei accompagnata dal proprio legale. E l’avvocato di Gesù mette subito le cose in chiaro: «Il mio cliente sostiene che il suo cliente sostiene di essere il mio cliente».
Tradotto dal legalese: voi dite di rappresentare Gesù. Ma Gesù non è proprio sicuro che possiate farlo?
È questo il piccolo cortocircuito che rende la vignetta così riuscita. La Chiesa proclama da duemila anni di parlare nel nome di Cristo; il vignettista NakedPastor immagina invece Cristo che alzi la mano e domanda, più o meno: «Scusate, ma queste cose che avete fatto usando il mio nome quando le avrei autorizzate?»
Vista attraverso la teologia queer, questa battuta diventa ancora più interessante. Perché una delle domande fondamentali della teologia queer è proprio questa: chi ha il potere di dire chi è Gesù, chi gli appartiene e chi può parlare a suo nome?
La teologia queer guarda con sospetto alle identità troppo ordinate, alle appartenenze certificate e soprattutto alle istituzioni che finiscono per mettere Dio dentro categorie costruite da loro stesse (Marcella Althaus-Reid, The Queer God, Routledge, 2003; Patrick S. Cheng, Radical Love: An Introduction to Queer Theology, Seabury Books, 2011).
Perché nei Vangeli Gesù ha questa fastidiosa abitudine di uscire continuamente dai confini nei quali i custodi della religione vorrebbero sistemarlo. Tocca chi non dovrebbe toccare, mangia con chi non dovrebbe frequentare, lascia avvicinare persone considerate impure, mette al centro chi stava ai margini e arriva perfino a dire che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Marco 2,27).
Perciò nella vignetta la Chiesa sembra dire: «Gesù? Certo che lo conosciamo. Lavora per noi». E Gesù, con quella faccia un po’ stanca, sembra pensare: «Veramente ero convinto che foste voi a lavorare per me».
Ed è qui che, per una persona queer cristiana, si apre la crepa più bella. Per secoli alcune Chiese hanno parlato in nome di Gesù per stabilire quali amori fossero legittimi, quali corpi fossero conformi, quali identità potessero essere accolte e quali dovessero essere corrette. Ma la domanda della vignetta ribalta il tavolo: e se fosse proprio Gesù a chiedere conto alla Chiesa di ciò che ha fatto usando il suo nome?
Perché nel Vangelo il criterio con cui Cristo riconosce i suoi non sembra essere: «Avete difeso abbastanza bene i confini?». È piuttosto: «Ero straniero e mi avete accolto» (Matteo 25,35). E quando qualcuno prova a stabilire chi possa agire legittimamente nel suo nome, Gesù sorprende ancora i discepoli: «Chi non è contro di noi è per noi» (Marco 9,40).
Forse per questo la vignetta fa ridere e punge insieme. Il problema non è che la Chiesa parli di Gesù. Il problema nasce quando smette di seguirlo e comincia a possederlo.
La teologia queer, in fondo, suggerisce una cosa abbastanza sovversiva: Gesù non è proprietà privata dell’istituzione, dei teologi, dei vescovi e neppure di noi cristiani queer. Gesù continua a sfuggire a tutti.
E magari il giorno in cui siamo assolutamente sicuri che Cristo sia esattamente dalla nostra parte… conviene controllare che non sia già seduto dall’altra parte del tavolo a chiederci ragione di come abbiamo abusato del suo nome.
* David Hayward, conosciuto come Naked Pastor, è un ex pastore canadese che attraverso vignette semplici e ironiche mette a nudo (da qui il nome) le contraddizioni delle chiese e dei rapporti umani alla luce del Vangelo. Scopri i nostri commenti alle sue vignette su gionata.org/tag/nakedpastor/

