Quando la fede mi chiedeva di nascondermi. Come ho ritrovato la mia identità queer
Testimonianza di Judith, pubblicata sul sito queerbeat (India) il 19 novembre 2025 nell’ambito della campagna Stories Within. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
Da bambina la chiesa mi aveva insegnato che essere queer mi avrebbe condannata alla dannazione. Solo molti anni dopo, nei miei vent’anni, ho trovato rifugio nei legami con altre persone queer e proprio lì ho scoperto anche una forma di salvezza. Sono stata assegnata femmina alla nascita, ma in realtà sono sempre stata una bambina queer. In un mondo patriarcale, mia madre nascose nel mio nome una preghiera di forza. Mi chiamò Judith, come la donna della tradizione ebraica che decapitò un conquistatore straniero e salvò la sua città e il suo popolo. Forse sperava che quel nome mi avrebbe aiutato a superare le gabbie del genere che mi era stato assegnato.
Ero combattiva. Come Judith non avevo paura di nulla. Rispondevo agli adulti e ai ragazzi della scuola domenicale che mi prendevano in giro e mi tiravano i capelli. Amavo il mondo con una passione intensa ed ero piena di emozioni: piangevo per le cose più piccole, per un insetto che avevo schiacciato per sbaglio o per un cartone animato in cui un cucciolo si perde.
Eppure essere una bambina non mi faceva sentire a mio agio. Non era sufficiente. Volevo sperimentare tutto ciò che la vita aveva da offrire, ma sentivo che mi veniva negato. Ricordo bene quando ho percepito per la prima volta quella prigione. Un giorno volevo giocare con le macchinine di mio cugino. Ma lui mi fermò subito: «Vai a giocare con le tue Barbie. Le macchine sono per i maschi». Quelle parole mi ferirono. Io volevo solo giocare con lui.
Così capii già da piccola che essere una ragazza significava avere dei limiti. Il mondo attorno a me insegnava che una ragazza doveva restare in cucina, mantenere tutto in ordine ed essere soprattutto obbediente. Essere maschio invece, ai miei occhi, significava libertà: stare all’aperto, sporcarsi, correre. Io volevo quella libertà.
Così, a tre anni, presi un paio di forbici dal cassetto di mia madre, mi tagliai i capelli più corti che potevo e decisi di chiamarmi John. John nacque dall’immaginazione queer della mia infanzia. Ricordo anche che “sposai” il mio amico Xavier. Lui indossava la sciarpa di sua madre come un velo da sposa, mentre io portavo la giacca larga di mio padre. Lui scelse di chiamarsi Elizabeth. Noi due, John ed Elizabeth, ci proclamammo marito e moglie.
Eravamo felici. Io saltavo dagli alberi senza paura, come i supereroi che amavo. Elizabeth si divertiva a indossare i vestiti della madre e a camminare con tacchi troppo grandi per i suoi piedi, con il rossetto rosso sbavato sul viso. Quando ripenso a quei giorni, ricordo soprattutto la gioia di riconoscerci. Insieme potevamo essere davvero noi stessi.
Ma quell’estate di libertà queer durò poco. Presto ci accorgemmo che il nostro modo di giocare non era considerato “normale”. Gli altri bambini ci prendevano in giro. Gli adulti ci chiedevano di smetterla. Le norme sociali dicevano che i maschi non indossano vestiti e che le ragazze non si chiamano John. Xavier cominciò a stare con altri ragazzi. Io, sola, tornai alle mie Barbie e alle gonne.
Quando avevo sette anni partecipai a un campo della scuola domenicale organizzato dalla mia chiesa a Shillong, nel nord-est dell’India. Durante il giorno studiavamo le Scritture e la sera guardavamo film religiosi. Uno di quei video parlava del rapimento dei credenti, l’evento apocalittico in cui, secondo alcune interpretazioni bibliche, Gesù sarebbe tornato sulla Terra portando in cielo i fedeli e lasciando i peccatori ad affrontare il giudizio di Dio. Il film mostrava persone abbandonate sulla Terra e destinate all’inferno.
Quella notte non riuscii a dormire. Sentivo nella mente le urla delle persone all’inferno. Il pensiero di essere lasciata indietro mi terrorizzava. Anche se non avevo ancora le parole per definirmi, dentro di me sapevo che, con tutta la mia “stranezza”, non sarei andata in paradiso.
Da quel momento iniziai a pregare Dio chiedendo perdono. Volevo essere salvata. Volevo essere come tutti gli altri. Lasciai andare John. Ma la paura rimase con me per anni.
Durante l’adolescenza cercai di diventare come le altre ragazze. Vestirmi come loro, comportarmi come loro. Ma ogni volta mi sentivo come un’aliena. Era come se tutti fossero nati con un manuale su come vivere il proprio genere. Tutti tranne me.
A diciotto anni, quando andai all’università in una nuova città dell’Assam, capii che non potevo più trattenere quella parte di me. Mi iscrissi con le mani tremanti all’organizzazione queer del campus. Partecipavamo ai Pride, proiettavamo film queer, organizzavamo incontri di sensibilizzazione. Cominciai a chiedermi: posso finalmente esistere così come sono?
Poi arrivò il 2020 e la pandemia. Dovetti tornare a vivere con la mia famiglia religiosa. L’isolamento e la paura riaprirono tutte le ferite che avevo sepolto. Cominciai di nuovo a nascondermi. Diventai l’ombra di me stessa: ansiosa, depressa, insonne. Rimanevo sveglia tutta la notte. Pensavo che forse morire sarebbe stato più facile che vivere così. Così, quando ebbi la possibilità di tornare nella casa ancestrale della mia famiglia, nel Manipur, pensai che quello sarebbe stato il luogo della guarigione.
Ma non fu così. A ventun anni la società mi vedeva ormai come una donna. Dovevo servire gli altri, cucinare, pulire, partecipare agli incontri familiari indossando il puon, l’abito tradizionale femminile della mia comunità in India. Quelle aspettative mi soffocavano. (…)
Un giorno sentii mio padre vantarsi con gli amici di voler costruire una casa con stanze per i suoi figli. Intendeva i miei fratelli. Non me. Quella notte crollai. Come potevo costruire una casa in cui non c’era posto per me?
Alla fine chiesi aiuto e iniziai una terapia. La consulente mi disse una cosa semplice ma decisiva: «Ciò che conta davvero è il tuo cerchio più vicino. Non devi piacere a tutti». In quel momento qualcosa cambiò dentro di me. Gli amici queer che avevo conosciuto negli anni tornarono a cercarmi. Mi portarono ai laghi dove piansi a lungo mentre loro mi abbracciavano.
Il 1° gennaio 2021 una mia amica queer mi telefonò e mi disse: «Ricordati che con me avrai sempre una casa». Con quelle parole qualcosa nel mio cuore cominciò a guarire. Avevo cercato una casa nei luoghi: nella casa dei miei genitori a Shillong, nella casa ancestrale nel Manipur. In realtà l’ho trovata nelle amicizie queer.
Quello che mi ha salvata non è stata una soluzione perfetta. È stata la connessione: le amicizie, le risate, le lacrime condivise davanti alle storie queer in cui finalmente potevamo riconoscerci. (…) Ho capito che la guarigione non avviene da soli. Avviene nella comunità.
Oggi sono tornata a me stessa. Non completamente Judith. Non completamente John. Ma una miscela dei due. Da Judith ho preso l’empatia. Da John la testardaggine e la forza.
Ho trovato pace anche con la fede. Ho capito che, se accettare me stessa significa perdere il paradiso, forse non voglio quel tipo di paradiso. Ho lasciato alle spalle la religione della paura e ho scelto di credere in un Dio dell’amore.
Ora, a venticinque anni, sono qualcuno che può piangere davanti a un film come Judith e difendere se stessa come John. Non è un compromesso tra due identità. Sto semplicemente diventando la persona che sono sempre stata.
Testo originale: How I reclaimed my queerness after religion made me hide it away

