Quando le persone LGBT+ vengono respinte: come trasformare il dolore in Vangelo?
Testo di Karen R. Keen*, pubblicato sul blog Uncommon Saints (Stati Uniti) l’8 dicembre 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Spesso come cristiani LGBT+, dopo il coming out abbiamo sperimentato l’allontanamento di amici e familiari? Abbiamo sentito alcune comunità cristiane giudicarci e prendere le distanze?
Partendo da queste ferite, la biblista Karen R. Keen ci invita a non lasciare che il rifiuto definisca chi siamo. Attraverso la propria esperienza, mostra come l’amore di Dio continui a custodire il valore delle persone LGBT+ e come proprio da ciò che esclude possa nascere una parola di Vangelo capace di aprire cammini nuovi anche per le chiese cristiane.
Non sempre lascio che alcune situazioni spiacevoli mi feriscano, ma ultimamente mi sono sentita triste per una serie di piccoli rifiuti che, messi insieme, fanno male.
Alcuni amici, parenti e colleghi si sono allontanati da quando ho sposato Sally, la donna che amo e con cui condivido la mia vita.
Succede in modi banali: quasi mai, o mai, interagiscono con i miei post su Facebook, sono sempre “troppo occupati” per vederci, non mi includono più in incontri importanti o in opportunità di lavoro.
A volte i miei libri non vengono valutati per quello che valgono, ma attraverso il filtro del pregiudizio verso le persone LGBT+. Mi trovo addosso supposizioni negative e giudizi liquidatori. E la mia fede cristiana, che per me è più importante di qualunque altra cosa, viene accolta con scetticismo da chi pensa che io sia ingannata.
Quando abbiamo visto per la prima volta il film Wicked, io e Sally siamo rimaste sedute in macchina dopo la proiezione a piangere. Ci ha colpite nel profondo.
Come Elphaba, le minoranze sessuali e di genere vengono dipinte come spaventose e pericolose, “malvagie”. E come Elphaba ci troviamo a sopportare lo shock del disappunto altrui, che si legge sui volti o, più spesso, si percepisce nel silenzio.
In Occidente sono stati fatti enormi passi avanti nel correggere tanti luoghi comuni, eppure a volte mi sento sfinita da quella che potrei chiamare “mille piccole ferite”: l’insieme di micro-umiliazioni che si accumulano e finiscono per schiacciarti.
Ho una nuova amica che quest’anno ha trovato il coraggio di fare coming out con la sua famiglia.
La loro risposta è stata abbandonarla. Le hanno tolto il lavoro, perché lavorava nell’azienda di famiglia, l’hanno cacciata di casa e hanno ritirato la loro presenza dalla sua vita. Nessuno l’ha invitata al pranzo del Giorno del Ringraziamento.
La famiglia si è riunita senza di lei, come se non esistesse più. Faccio fatica anche solo a immaginare dei genitori capaci di rifiutare così totalmente una figlia. Per loro questo è ciò che significa “cristianesimo”. Senza dubbio vedono la loro reazione come biblica, come un modo per “espellere il fratello immorale”.
Naturalmente, l’“immorale” è sempre qualcun altro. I “devoti” non si percepiscono mai come tali.
Gesù rimproverò i dottori della Legge chiamandoli sepolcri imbiancati, pieni di ossa morte. Avevano un’apparenza di pietà, ma erano privi di compassione (Matteo 23).
Avevano dimenticato come Dio aveva risposto al loro stesso peccato: Dio si era fatto vicino, si era seduto accanto a loro. Immanuel, Dio con noi. Uno dei miei inni preferiti proclama: «A lungo il mondo giacque nel peccato e nell’errore, finché Egli apparve e l’anima sentì il proprio valore».
Come fai a capire quando Dio è vicino? Senti il tuo valore. Come riconosci una persona davvero cristiana? Dalla sua presenza sai quanto vali. Chi ti tiene a distanza non viene da Dio. Perché chi non ama non conosce Dio (1 Giovanni 4,7-8).
È anche per questo che non riesco a restare intrappolata nell’amarezza davanti al rifiuto. Conoscere Dio significa amare. Quando abbiamo sperimentato la presenza tenera di Dio, non possiamo fare a meno di desiderare che anche gli altri scoprano il loro valore.
Quando parenti, amici o colleghi ti ignorano, rivelano in realtà quali sono, per loro, i limiti della bontà di Dio. In fondo hanno paura che l’amore di Dio non basti. Ci tengono lontani in un maldestro tentativo di auto-protezione. Nella loro testa siamo noi il contagio, quelli che mettono a rischio la loro purezza e quindi il favore di Dio.
Ma Dio non è così. Anche se qualcuno crede che le persone LGBT+ siano peccatrici, Dio non esita a toccare e a farsi amico degli impuri. Altrimenti saremmo tutti perduti, perché non c’è nessun giusto, neppure uno (Romani 3,10).
La tragedia è che tante persone che si definiscono cristiane non conoscono davvero il Vangelo. Questo mi spezza il cuore e sposta il mio sguardo da me stessa alla missione più grande di Dio. Le persone LGBT+ si trovano in una posizione unica per annunciare il Vangelo a chi, nelle chiese cristiane, è ancora smarrito.
Abbiamo dovuto lottare contro l’odio verso noi stesse e contro le menzogne che ci dicevano che Dio ci rifiuta. Nella disperazione ci siamo gettate sulla misericordia di Dio. E Dio ci ha tenute tra le braccia quando nessun altro lo faceva.
Conosciamo lo stupore di sentire la voce dello Spirito che dice: “Io sono per te, non contro di te. Nulla può separarti dal mio amore!” (Romani 8,31-39). Questa verità la conosciamo oggi più profondamente proprio a causa di ciò che abbiamo attraversato.
Le persone LGBT+ hanno una storia da raccontare sull’amore di Dio a coloro che ci perseguitano, proprio come i profeti incompresi di un tempo che piangevano su Israele e Giuda ostinati. Così anch’io voglio perseverare nell’amore verso la mia gente evangelica.
Gesù ha detto: “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avete? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a quelli che fanno del bene a voi, che merito ne avete?
Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro dai quali sperate di ricevere, che merito ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per ricevere altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperare nulla.
Allora la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Luca 6,32-36).
Dio riversa amore su chi non ricambia. Raramente facciamo esperienza di un amore così, persino nelle chiese cristiane. Non c’è da stupirsi se anche molti cristiani fanno fatica a credere davvero al Vangelo.
Noi che abbiamo conosciuto il Volto misericordioso abbiamo un’occasione meravigliosa per trasmettere la buona notizia: Immanuel, Dio con noi.
Quando impariamo a vedere con occhi spirituali, il nostro dolore si trasforma in una compassione profonda per chi ci ferisce, perché vediamo la realtà per quella che è.
Noi siamo liberate, mentre loro restano imprigionati nella paura e incatenati al legalismo. Che gioia e che libertà quando anche loro arriveranno a conoscere il proprio valore.
* Karen R. Keen è una biblista e teologa statunitense. È cresciuta nella tradizione battista e si è formata all’interno di comunità cristiane di area evangelica, contesto che ha segnato profondamente il suo percorso di fede e di studio biblico. Ha insegnato Sacra Scrittura in ambito accademico e ha svolto attività di accompagnamento spirituale. Oggi scrive e riflette sul rapporto tra Bibbia, fede cristiana ed esperienza delle persone LGBT+, con particolare attenzione alle dinamiche di esclusione e alla riscoperta del Vangelo come spazio di vita, dignità e libertà
Testo originale: Responding to Rejection

