Quando l’Islam era più tollerante del Cristianesimo. Una storia che vale la pena raccontare
C’è un’immagine, oggi molto radicata nell’immaginario occidentale, secondo cui l’Islam sarebbe intrinsecamente e da sempre più ostile alle persone omosessuali rispetto al cristianesimo. È un’immagine rafforzata dalle cronache quotidiane su leggi draconiane in alcuni paesi a maggioranza musulmana o da recenti fatti di cronaca come l’attentato al Pride di Berlino 2026 e che spesso si traduce, nel dibattito pubblico occidentale, in un confronto semplicistico: “noi” (cristiani, occidentali, ormai più aperti) contro “loro” (musulmani, arretrati, oscurantisti).
Ma la storia vera, quella documentale, racconta qualcosa di molto più complicato e per certi versi sorprendente. Per oltre un millennio, il mondo islamico ha convissuto con una cultura omoerotica fiorente, tollerata nella pratica anche quando condannata sulla carta, mentre l’Europa cristiana mandava al rogo, torturava e giustiziava. Capire questo paradosso non serve a stilare classifiche tra religioni, ma a smontare l’idea che l’intolleranza verso le persone LGBTQ+ sia un dato teologico immutabile, piuttosto che il prodotto di scelte storiche, politiche e culturali precise — scelte che possono essere, e sono state, diverse nel tempo.
I testi, prima di tutto
Sia il Corano sia la Bibbia contengono passaggi che condannano gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso — nessuno dei due testi, va ribadito immediatamente, conosce il concetto moderno di “omosessualità” come orientamento affettivo. Nel Corano la condanna passa quasi interamente attraverso la storia del popolo di Lot, ripetuta in diverse Sure, dove gli uomini di Sodoma vengono descritti come un popolo che “travalica ogni limite” per essersi rivolti “con lussuria agli uomini anziché alle donne”.
Sura 26:165-166 “Tra tutte le creature bramerete i maschi lasciando da parte le spose che il vostro Signore ha creato per voi? Ma voi siete un popolo di trasgressori!”
Sura 27:54-55 “[E ricorda] Lot, quando disse al suo popolo: «Vi darete alla turpitudine pur riconoscendola? Vi accosterete agli uomini piuttosto che alle femmine, per placare il vostro desiderio? Siete davvero un popolo ignorante».”
Sura 29:28-29 “E quando Lot disse al suo popolo: «Davvero commettete una turpitudine che mai nessuno al mondo ha commesso prima di voi. Concupite i maschi, vi date al brigantaggio e perpetrate le azioni più nefande nelle vostre riunioni». La sola risposta del suo popolo fu: «Attira su di noi il castigo di Allah, se sei uno che dice il vero!».”
Nella Bibbia, il Levitico è ancora più diretto e giuridico: l’atto viene definito un “abominio” punibile con la morte (Levitico 18,22 “Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna: è cosa abominevole.” e 20,13 ”Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte: il loro sangue ricadrà su di loro.”), mentre nel Nuovo Testamento Paolo condanna gli “atti ignominiosi” tra uomini nella Lettera ai Romani, e cita i controversi termini greci malakoi – molle (1 Cor 6:9) e arsenokoitai – uomo da letto (1 Tim 1:10) nelle lettere ai Corinzi e a Timoteo resi come sodomita nella traduzione CEI 2008.
“Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti – malakoi, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio.” 1 Cor 6:9-10
Noi sappiamo che la Legge è buona, purché se ne faccia un uso legittimo, nella convinzione che la Legge non è fatta per il giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrìleghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, i fornicatori, i sodomiti – arsenokoitai, i mercanti di uomini, i bugiardi, gli spergiuri e per ogni altra cosa contraria alla sana dottrina, secondo il vangelo della gloria del beato Dio, che mi è stato affidato. 1 Tim 1:8-11
Sul piano puramente testuale, dunque, nessuna delle due tradizioni offre uno spazio di accoglienza scontato. Ma è qui che la storia diverge in modo sorprendente: il modo in cui questi testi sono stati vissuti, applicati e interpretati nei secoli è stato radicalmente diverso.
Dall’Islam classico (VII – X secolo): condanna teologica, tolleranza pratica – all’Età d’Oro dell’Islam (VIII – XVIII secolo): il boom dell’omoerotismo
Fin dai primi secoli dell’Islam , i giuristi tracciarono una distinzione importante tra il desiderio (ishq) e l’atto (liwat). Il primo non era perseguibile; il secondo, sulla carta, sì… ma il diritto islamico classico pose per la condanna una soglia probatoria quasi impossibile da raggiungere: la testimonianza oculare diretta di quattro testimoni maschi irreprensibili. A questo si aggiungeva un principio giuridico fondamentale, il divieto di tajassus[1], cioè di spiare la vita privata dei cittadini (Sura 49:12 – “O credenti, evitate di far troppe illazioni, ché una parte dell’illazione è peccato. Non vi spiate e non sparlate – tajassus gli uni degli altri.”). Il risultato pratico fu che, per oltre un millennio, ciò che accadeva a porte chiuse restava, nella maggior parte dei casi, semplicemente fuori dalla portata dello Stato.
Ma non si trattò solo di un vuoto giuridico tollerato a denti stretti. Tra l’epoca abbaside di Baghdad (750 – 1258 d.C.), l’Andalusia islamica (711 – 1492 d.C.), l’Impero Ottomano (1299 – 1922 d.C.) e la Persia safavide (1501 – 1736 d.C.) il desiderio omoerotico — in particolare l’attrazione verso i giovani imberbi (ghilman) — divenne parte integrante della vita culturale e di corte.
Durante l’era medioevale il contesto culturale promosse un intero genere poetico il cui autore più noto è senza dubbio Abu Nuwas, che scrisse versi espliciti sull’amore tra uomini senza subire conseguenze legali.
Riconosco nel buio una luna
se al buio ti bacio:
Bastasse baciarti a eclissare l’aurora.
se solo la veglia disvela una luna che dorme,ch’io muoia d’insonnia,
e nel sonno ti bacio.
Luna di seta pungente
di morbida ruvida seta
intessuta a vestirti.
Invidio chi copri di baci,
chi scopre il segreto vestito
dei tuoi pantaloni di seta.Da Abu Nuwas, traduzione a cura di Leonardo Capezzone, Così rossa è la rosa. Scenari d’amore pre-cortese, a Baghdad. Testo arabo a fronte. (Ed. 2007)
Perfino teologi di rilievo come Ibn Hazm (994 – 1064 d.C.), nel suo celebre trattato Il collare della colomba, si soffermarono a lungo sulla bellezza maschile. Diversi califfi abbasidi e sultani ottomani ebbero relazioni omoerotiche ampiamente documentate dalle cronache del tempo. Anche in ambito mistico, alcuni sufi praticavano il nazar ilal-murd, la contemplazione della bellezza di un giovane senza barba come riflesso terreno della bellezza divina (pratiche condannate in diverse fatwa successive, che quindi ne confermano la diffusione nell’epoca precedente).
Il punto di vista culturale dominante, va detto con onestà, non era quello moderno di “orientamento sessuale”: la vera linea di stigma correva tra il ruolo attivo (che non intaccava lo status sociale e virile dell’uomo adulto) e quello passivo o effeminato (Mukhannath[2]), che invece veniva disapprovato. Non era, insomma, un’utopia egualitaria. Ma era, con tutti i suoi limiti, una società capace di produrre, celebrare e tramandare una cultura omoerotica pubblica — cosa impensabile nell’Europa cristiana dello stesso periodo storico.
Un dato che spesso sorprende è che nel 1858, con la riforma del codice penale ottomano ispirata al modello napoleonico, la sodomia tra adulti consenzienti smise di essere un reato specifico, anche se in realtà il contesto culturale era più complesso[3]. Fu, per molti storici, una delle prime forme di decriminalizzazione dell’omosessualità in assoluto — un secolo prima che accadesse lo stesso in gran parte dell’Europa (in Inghilterra e Galles fu abrogata solo dal 1967 vedi “Sezione 377” più avanti).
Il cristianesimo europeo: dalla condanna teologica alla persecuzione di stato
Mentre nelle corti islamiche i poeti celebravano la bellezza maschile, nell’Europa cristiana la sodomia era spesso un crimine capitale, punito con il rogo, la castrazione o l’impiccagione — sanzioni che affondavano le radici proprio nella lettura letterale di Levitico e nell’interpretazione tradizionale della storia di Sodoma come condanna diretta dell’omosessualità. L’Inquisizione, i tribunali civili ispirati al diritto canonico, le leggi delle città-stato italiane e degli stati tedeschi produssero, per secoli, una repressione sistematica e capillare, con processi, torture ed esecuzioni documentate in tutta Europa fino in età moderna.
Archivio di Stato di Firenze — Ufficiali di Notte e Conservatori dell’Onestà dei Monasteri (1432–1502): I registri di questa magistratura speciale fiorentina contengono oltre 17.000 casi nominativi di uomini accusati o processati per sodomia nel solo XV secolo. È una delle fonti quantitative più imponenti al mondo sulla repressione secolare dell’omosessualità.
Archivio di Stato di Venezia — Consiglio dei Dieci e Signori di Notte al Criminal: Documenta le esecuzioni pubbliche (spesso con decapitazione e rogo tra le colonne di Piazza San Marco) e le condanne al bando comminate dalla Repubblica di Venezia per il reato di sodomia tra il XIV e il XVIII secolo,
Non c’era, nel cristianesimo europeo medievale e moderno, nulla di paragonabile alla soglia probatoria dei “quattro testimoni” islamici, né un principio giuridico equivalente al tajassus a proteggere la sfera privata. Al contrario, la Chiesa e lo Stato si intrecciarono in una sorveglianza morale pervasiva della vita sessuale dei sudditi.
Il capovolgimento: come l’Islam è diventato “il problema”
Se le cose stavano così, cosa è cambiato? La risposta ha poco a che fare con la teologia e molto con la storia politica degli ultimi due secoli.
Il colonialismo europeo del XIX secolo esportò nei territori islamizzati (India, Egitto, Sudan e altrove) codici penali ispirati alla morale vittoriana, criminalizzando in modo sistematico gli “atti contro natura” — il celebre articolo 377 del codice britannico ne è l’esempio più noto. Parallelamente, gli intellettuali e i riformatori musulmani dell’epoca, per rispondere all’accusa coloniale di essere popoli “decadenti ed effeminati”, interiorizzarono proprio quella morale vittoriana, riscrivendo come vergogna nazionale ciò che per secoli era stata cultura di corte.
Nel XX e XXI secolo, infine, l’ascesa del neo-salafismo (diffusosi a partire dagli anni ‘70 come fondamento ideologico e giuridico dello “Stato moderno Islamico” in Medio Oriente – Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Nord Africa – Egitto, Algeria, Tunisia, Marocco, Giordania, Yemen, Asia centrale – Siria, Mali, Afghanistan e nelle comunità islamiche radicalizzate in Occidente – Europa (Francia, Germania, Regno Unito, Belgio), e del wahhabismo (che dal 1932 con la Fondazione del Nuovo Regno dell’Arabia Saudita e Qatar – in forma storicamente più moderata– fanno della Sharia la sola Legge dello Stato) ha trasformato la condanna dell’omosessualità in una bandiera identitaria e anti-occidentale, cancellando quasi del tutto la memoria collettiva di un millennio di tolleranza poetica e sociale.
Section 377 British Criminal Code (1838)
«Unnatural offences—Whoever voluntarily has carnal intercourse against the order of nature with any man, woman or animal, shall be punished with imprisonment for life, or with imprisonment of either description for a term which may extend to ten years, and shall also be liable to fine.»
(italiano)
«Chiunque abbia volontariamente il rapporto carnale contro l’ordine della natura con qualsiasi uomo, donna o animale, è punito con la reclusione a vita, o con l’imprigionamento a vita o per un termine che può estendersi fino a 10 anni comprensivo di una multa.»
La Sezione 377 del codice penale in 42 ex colonie britanniche entrato in vigore tra il 1838 e il 1860 ed è ancora in vigore, perché mai abrogato, in: Bangladesh, Birmania, Giamaica, Maldive, Malesia, Territorio di Gaza e Pakistan. Leggi simili sono tuttora in vigore (le sanzioni variano notevolmente a seconda del paese. Si va da pene detentive brevi – da 2 a 5 anni – a pene molto severe, come la reclusione fino a 14 anni o la pena di morte): Brunei (lapidazione reintrodotta dal 2019), Gambia, Ghana, Isole Salomone, Kenya (14 fino a 21 anni in caso di aggravanti), Kiribati, Malawi, Mauritius, Nigeria, Papua Nuova Guinea, Samoa, Sierra Leone (ergastolo ai lavori forzati), Somalia, Sri Lanka, Sudan, Tanzania (pena minima di 30 anni fino all’ergastolo), Tonga, Tuvalu, Uganda (da 7 a 20 anni con pena capitale in caso di reiterazione del reato) e Zambia.
Questa sezione è oramai abrogata nei rispettivi codici penali da: Inghilterra e Galles (1967), Scozia (1980), Irlanda del Nord (1982), Australia (1975 – Tasmania solo nel 1997), Bhutan (2021) , Botswana (2019) , Figi (2010), Hong Kong (1991) , Nuova Zelanda (1986), Singapore (2022), India (2018), Botswana (2019), Belize (2016), Trinidad e Tobago (2018), Antigua e Barbuda (2022), Barbados (2022), Saint Kitts e Nevis (2022), Mauritius (2023) e Dominica (2024).
In altre parole: l’attuale rigidità di molte legislazioni in paesi a maggioranza musulmana non è un’eredità diretta e ininterrotta del Corano, ma in larga misura un prodotto moderno — un innesto tra codici penali coloniali europei, nazionalismo puritano e rigorismo religioso politicizzato.
Perché questo conta, per noi
Per chi vive all’incrocio tra fede e identità queer, questa storia offre uno spunto prezioso, che va oltre la semplice curiosità storica. Ci ricorda che nessuna tradizione religiosa ha un rapporto fisso e immutabile con l’omosessualità: ciò che una comunità di fede fa dei propri testi — quanto letteralmente li applica, quali strumenti giuridici costruisce attorno ad essi, quanto spazio lascia alla vita privata delle persone — è sempre il risultato di scelte umane, storiche, politiche. Il Corano contiene versi duri quanto il Levitico. Eppure per un millennio ha convissuto con la poesia di Abu Nuwas, con i racconti di Ibn Hazm, con la mistica sufi sulla bellezza dei giovani. Non perché il testo fosse diverso, ma perché la comunità che lo interpretava aveva fatto scelte diverse.
Questo non significa relativizzare la sofferenza reale che tante persone LGBTQ+ vivono oggi, sia in contesti musulmani che cristiani, né idealizzare un passato islamico che comunque restava fondato su gerarchie di genere e potere ben lontane dall’uguaglianza. Significa piuttosto guardare con più libertà alla propria tradizione religiosa: se un testo sacro può essere letto, applicato e vissuto in modi radicalmente diversi nel corso dei secoli — a volte con più durezza, a volte con più misericordia — allora la lettura di oggi non è un destino ineluttabile. È una scelta.
Le scelte, nella storia come nella fede
Siamo un passaggio breve dentro una storia lunghissima. Prima di noi, secoli di poeti musulmani hanno cantato l’amore tra uomini senza essere condannati; secoli di teologi cristiani hanno discusso, dubitato, cambiato idea. Dopo di noi, altri lo faranno ancora.
In questo passaggio breve che ci è dato nelle nostre vite terrene, l’unica cosa che possiamo davvero scegliere è come vivere e come amare, e verso quale immagine di Dio orientare la nostra fede. Chi crede in un Dio abramitico — cristiano, musulmano o ebraico — crede in un Dio che si presenta prima di tutto come misericordioso, che nei momenti più alti dei suoi testi promuove il bene, la giustizia e la convivenza tra le persone.
Un Dio così non può essere lo stesso che si vuole invocare per umiliare, escludere o colpire chi ama. Se la storia — quella islamica non meno di quella cristiana — ci insegna qualcosa, è che la severità dei codici e la tenerezza della vita nella fede vissuta non sempre coincidono, e che sta a noi, in questo breve tratto di tempo che ci appartiene, scegliere di stare dalla parte della tenerezza.
NOTE:
- Per le fonti religiose citazioni integrali da https://ilcorano.net e https://www.bibbiaedu.it/
- [1] I teologi islamici sottolineano la differenza tra tajassus (spiare con cattive intenzioni o per cercare difetti) e tahassus (raccogliere informazioni per un fine nobile o legittimo, come fece il profeta Giacobbe nel Corano 12:87 quando inviò i figli a cercare notizie di Giuseppe).
- [2] Sul Mukhannath vedere E.K. Rowson — The Effeminates of Early Medina, in «Journal of the American Oriental Society» (1991) e Sharon Farmer — Gender and Difference in the Middle Ages (2003) Cap 2 Gender Irregularity as Entertainment: Institutionalized Transvestism at the Caliphal Court in Medieval Baghdad. La rasatura della barba, il travestitismo e l’omosessualità passiva sono abbondantemente attestate tra i Mukhannath fin dai primi secoli dell’Islam; la coabitazione no. Esiste un famoso episodio riportato nelle raccolte di tradizioni (Hadith, ad esempio in Sunan Abi Dawud 4928) in cui Maometto impedì espressamente che un Mukhannath venisse giustiziato.
- [3] Decolonizing Decriminalization Analyses: Did the Ottomans Decriminalize Homosexuality in 1858? – Elif Ceylan Ozsoy Pages 1979-2002 | Published online: 18 Feb 2020 – https://doi.org/10.1080/00918369.2020.1715142

