Quando mio figlio trans ha fatto coming out non ho trovato aiuto. Così ho creato una rete di sostegno per genitori
Testo di Greg Owen*, pubblicato su LGBTQ Nation (Stati Uniti) il 5 novembre 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Roz Keith scoprì che suo figlio era transgender in modo del tutto imprevisto. Stavano parlando di tagli di capelli. Hunter, che allora aveva quasi quattordici anni, le mandò alcune foto. «Erano immagini di ragazzi con i capelli corti» ricorda. «Gli dissi: “Questi tagli sono molto maschili”. E lui rispose solo “Sì” e uscì dalla stanza».
Sembrava una scena normale, ma Roz sentì che c’era qualcosa di più. Salì le scale, bussò alla porta e chiese: «Cosa succede?». Fu allora che Hunter le disse: «Sono un ragazzo. Sono transgender».
In quel momento tutto diventò chiaro. Tutti i piccoli dettagli dell’infanzia — i suoi giochi con i personaggi maschili, la preferenza per stare con i ragazzi, la scelta di vestirsi da Prince Caspian de Le cronache di Narnia invece come le principesse Disney — iniziarono ad avere un senso. «Una volta avevo notato il personaggio maschile di un videogioco che aveva creato. Gli dissi: “È un ragazzo, vero?”. E lui: “Sì, ok”. Io non feci altre domande. Per anni ho semplicemente continuato a dire “ok”, senza capire».
Roz non era una madre troppo soffocante. «Abbiamo sempre incoraggiato i nostri figli a essere indipendenti e felici, qualunque cosa questo significasse per loro» spiega. Ma ammette che non aveva mai preso in considerazione la possibilità di avere un figlio transgender. «Nel mio mondo non avevo amici con figli trans. Non conoscevo adulti trans. Era un concetto che non mi apparteneva».
Mentre lei cercava di capire, Hunter aveva già trovato le parole da solo. «Guardando YouTube, aveva visto un ragazzo trans raccontare la sua storia. È stato il suo momento di illuminazione. Mi ha detto: “Oh mio Dio, quello sono io”».
Prima di parlarne con la famiglia, Hunter aveva riflettuto a lungo. «Si era informato per due anni. Aveva una lista precisa di ciò che voleva fare». Roz comprese che il figlio si era sempre sentito diverso, senza però sapere come spiegarsi. «Non aveva il linguaggio per farlo, e questo gli causava frustrazione, rabbia e un grande senso di solitudine».
Decise allora di colmare quel vuoto, per lui e per gli altri. Nel 2015 fondò Stand with Trans, una rete di sostegno per adolescenti trans e per i loro genitori e caregiver. L’associazione offre programmi di supporto psicologico, gruppi tra pari, risorse educative e, come dice Roz, «validazione ed empowerment». Fornisce anche ai genitori un punto d’appoggio attraverso il programma Ally Parents, che permette di contattare altri genitori per ricevere ascolto e consigli.
Lasciare andare
«Per molti genitori è difficile quando un figlio dichiara di voler vivere con un’identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita» racconta Roz. «Fanno fatica a lasciar andare l’immagine del figlio o della figlia che avevano in mente. Magari pensano: “L’ho sempre immaginata in abito bianco all’altare”. E vivono quella scoperta come un lutto».
Lei, invece, scelse un’altra strada: «Non ho mai pensato che mio figlio fosse morto, perché era lì, vivo. Il mio compito era solo assicurarmi che restasse vivo, che fosse sereno e potesse crescere bene. Dovevo fare in modo che ricevesse tutto ciò di cui aveva bisogno per stare bene».
Ma trovare aiuto non fu semplice. «Non c’erano cliniche pediatriche di genere coperte dalla nostra assicurazione, né terapeuti formati per seguire adolescenti trans. Nessun gruppo di sostegno. Ogni telefonata finiva contro un muro».
Hunter non aspettò oltre. Decise di fare coming out pubblicamente su Facebook. «Mia figlia mi disse: “Hai visto cosa ha postato Hunter?”. Non ne sapevo niente». In famiglia ne avevano parlato solo con pochi amici: «Perché non era la nostra storia da raccontare, ma la sua». Ma dopo quell’annuncio, tutto cambiò. «È stato come aprire le dighe» ricorda Roz. La loro storia cominciò a circolare, e tante famiglie si fecero avanti.
«C’erano genitori come me, persone trans adulte, famiglie di ogni tipo che ci dicevano: “Le vostre parole sono anche le nostre. Tuo figlio mi ricorda il mio”». Era un sollievo collettivo, il riconoscersi finalmente in qualcun altro.
Tuttavia Hunter continuava a sentirsi solo. «Mi diceva: “Non conosco nessuno come me”». Così Roz decise di organizzare incontri tra ragazzi, dei semplici pomeriggi in cui potessero stare insieme. «Si parlava di tutto, anche di cose banali, tipo “Odio ricevere calzini a Natale”. Ma in quelle chiacchiere scoprirono che essere trans non significa essere diversi. Erano ragazzi come gli altri».
Da quelle prime riunioni nacque il cuore della missione di Stand with Trans: creare spazi in cui i giovani possano sentirsi parte, ascoltati e al sicuro.
L’ondata del “diritto dei genitori”
L’associazione crebbe in un periodo in cui l’attenzione verso la diversità di genere aumentava, ma insieme arrivò anche la reazione conservatrice. «Quando Hunter ha fatto coming out, nessuno parlava di “bagni per trans” o di ragazze trans nello sport. Ora i ragazzi come lui sono sommersi da leggi discriminatorie e da campagne d’odio».
Roz è molto chiara su un punto: «Nessun governo dovrebbe decidere cosa mio figlio può o non può fare. Io sono il genitore, non loro. Non vivono in casa nostra, non conoscono ciò che attraversa. Come possono stabilire per tutti?».
Per lei, negare a Hunter la possibilità di accedere alle cure ormonali avrebbe significato condannarlo a una vita diversa. «La nostra storia non sarebbe la stessa».
Da ebrea, Roz guarda con stupore la distanza tra il messaggio originario del Vangelo e l’uso politico che se ne fa oggi: «I miei amici cristiani più accoglienti mi dicono che il Gesù che conoscono aprirebbe la porta a tutti e accoglierebbe tutti alla sua tavola. C’è una contraddizione tra dirsi cristiani e non saper accettare le persone per quello che sono».
Non pretende di dire agli altri cosa credere, ma difende il confine tra fede e diritti: «Viviamo in una società secolare. Il tuo credo non può entrare nella mia casa per dirmi come crescere mio figlio».
Vedere oltre l’angolo
Oggi Stand with Trans continua a crescere, con la stessa convinzione delle origini: che la conoscenza, l’ascolto e l’amore possano salvare vite. «La nostra missione è semplice: dare sostegno e forza ai giovani trans e ai loro cari. Se accompagniamo i genitori, i ragazzi staranno meglio. Se rendiamo la loro vita più semplice, non solo sopravviveranno, ma fioriranno».
Roz lo dice pensando a suo figlio: «Molti giovani fanno fatica a immaginare il proprio futuro; per quelli trans è ancora più difficile. È importante mostrare loro che possono fare qualsiasi cosa. Essere trans è solo una parte della loro identità, non tutto ciò che sono».
*Greg Owen è giornalista di politica e cultura per LGBTQ Nation. Ha ricevuto il premio per l’Eccellenza nel Giornalismo Online da NLGJA: The Association of LGBTQ Journalists per la copertura delle elezioni del 2024. Scrive per Q Digital dal 2015 e per LGBTQ Nation dal 2022.
Testo originale: This mom had no resources when her trans son came out. So she launched a global support network

