Quando nelle chiese si punta il dito, chi paga il prezzo del moralismo?

In questa vignetta di Naked Pastor* la scena è immediata e spiazzante. Davanti a una chiesa, un predicatore con la Bibbia in mano punta il dito contro due persone LGBTQ+ e grida “Peccatori!” (Sinners!). La porta della chiesa è chiusa. Sul retro dell’edificio, però, si intravede qualcosa di inquietante: una montagna di corpi ammassati, senza nome e senza volto, come se fossero stati scartati e nascosti.
Letta alla luce della teologia queer, questa immagine non parla tanto di “peccato” quanto di responsabilità. Il dito puntato serve a identificare un colpevole comodo, qualcuno su cui scaricare ansie, paure e ossessioni morali. Intanto, dietro la facciata rispettabile della chiesa, si accumulano le conseguenze concrete dell’esclusione religiosa: vite spezzate, persone che si sono sentite dire di essere sbagliate, indegne, non amate da Dio (Patrick S. Cheng, Radical Love. An Introduction to Queer Theology, Seabury Books, 2011).
La teologia queer ribalta la domanda classica: non chiede “chi è il peccatore?”, ma che cosa produce morte e che cosa produce vita. In questa vignetta, le persone accusate di essere “peccatori” sono vive, camminano insieme, si tengono per mano. La morte, invece, sta dentro la chiesa, non davanti. È un richiamo diretto al Vangelo: “Dai loro frutti li riconoscerete” (Matteo 7,16). Se una chiesa genera vergogna, disperazione e silenzio, quei frutti parlano da soli.
C’è anche un dettaglio potente: la porta chiusa. Una chiesa che si difende, che alza barriere in nome della purezza, finisce per trasformarsi in un luogo che non salva più nessuno. La teologia queer insiste proprio su questo punto: Dio non è dalla parte dei confini rigidi, ma dalla parte dei corpi feriti e delle relazioni che resistono, anche quando vengono dichiarate “indecenti” o “sbagliate” (Marcella Althaus-Reid, Indecent Theology, Routledge, 2000).
Questa vignetta pone una domanda scomoda alle chiese cristiane: chi stiamo davvero mettendo a morte con le nostre parole? E chi stiamo chiamando “peccatore” solo perché ama e vive fuori dagli schemi?
Come ricorda il teologo James Alison, una fede che ha bisogno di accusare per reggersi ha già perso il contatto con il Vangelo della grazia (James Alison, Faith Beyond Resentment, Darton, Longman & Todd, 2001).
In fondo Naked Pastor con la sua vignetta ci ricorda che se una chiesa lascia dietro di sé una scia di cadaveri e di sofferenze, non è portatrice della buona notizia. E se qualcuno viene chiamato “peccatore” mentre vive, ama e spera, forse il problema non è fuori dalla chiesa, ma proprio dentro le sue mura.
*David Hayward, conosciuto come Naked Pastor, è un ex pastore canadese che attraverso vignette semplici e ironiche mette a nudo (da qui il nome) le contraddizioni delle chiese e dei rapporti umani alla luce del Vangelo. Scopri i nostri commenti alle sue vignette su gionata.org/tag/nakedpastor

