Quando una Famiglia è “Fuori” (Matteo 12,46-50)
Lectio divina su Matteo 12,46-50 tenuta da don Luca Lunardon* in apertura della 3giorni di spiritualità per persone LGBTQ+, i loro familiari e gli operatori pastorali (Albano Laziale, 15-17 maggio 2026)
Mentre egli parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre». (Matteo 12,46-50)
Il brano comincia mentre Gesù parlava ancora alla folla. Siamo in un momento di crisi nella sua missione. Se leggete il capitolo 11 di Matteo riconoscete la stessa struttura di questo episodio, e c’è il lamento sulle città della Galilea che non si sono lasciate convertire, con tanto di parallelo con la città di Sodoma (dove sappiamo che il peccato era stata la mancanza di accoglienza, che ha portato anche agli abusi sessuali compiuti nei confronti degli inviati di Dio).
Dopo il rifiuto del suo popolo e della sua cerchia religiosa, che si poteva pensare che lo avrebbero accolto per primi, Gesù comincia ad allargare lo sguardo. Invece di lamentarsi, di dubitare della sua missione, della fedeltà del Padre, rende lode a lui che ha nascosto queste cose a quelli che pensano di essere sapienti e dotti, e le ha rivelate ai piccoli. Ecco, anche Gesù ha fatto esperienza di non essere accolto, e proprio dalle persone che più erano considerate religiose e vicine a Dio. E invece di perdersi d’animo volge lo sguardo a chi è stanco e oppresso, affinché prenda il suo stesso gioco. E il giogo non è prima di tutto un peso, ulteriore, messo sulle spalle di chi è già in difficoltà, ma la garanzia di andare nella stessa direzione di Gesù. E questo cammino lui non lo vuole fare da solo.
In questo passaggio della vita di Gesù, i suoi famigliari forse si preoccupano e vanno a vedere da vicino la situazione. Le versioni di Marco e Luca ci dicono che i suoi erano andati a prenderlo perché era “fuori di sé”, cioè pazzo. Per rinchiuderlo in casa e curarlo, insomma. Nel vangelo secondo Marco questo episodio è l’apice della crisi nel ministero di Gesù, che si trova a non essere capito dal Battista, dalla sua generazione, i capi del popolo decidono di ucciderlo e decretano che è indemoniano, e in più i suoi dicono appunto che è matto. Matteo riferisce lo stesso episodio omettendo tutti questi dettagli, e mostrando piuttosto che in quel momento, intorno a Gesù, nasce la sua vera famiglia, che è la comunità.
All’inizio ci sono sua madre e i suoi fratelli. Termini che lungo il brano vengono ripetuti 5 volte, sempre col pronome possessivo riferito a Gesù. All’inizio loro stanno “là fuori”. Non è indicato il luogo, ma certamente se c’è un “fuori” c’è anche un “dentro”, una “casa”. È interessante che qui non ci sia un edificio, uno spazio chiuso da mura. Per fare casa, quindi, basta essere con Gesù e ascoltarlo. Oggi pomeriggio, mettendoci in ascolto della sua Parola, siamo anche noi una casa in cui egli abita. E non importa chi è “là fuori”, le situazioni che ci appesantiscono, le voci che ci tolgono la serenità, magari mettendo in dubbio la presenza di Dio nella nostra vita.
Per essere davvero con Gesù, infatti, non basta essere madre e parenti di sangue, non basta nemmeno essere persone religiose per considerarci a posto, per essere davvero insieme a lui. I suoi famigliari, comunque, fanno qualcosa di positivo: cercano di parlargli, vogliono mettersi in dialogo con Lui.
Anche noi vogliamo parlare con il Signore. Ed è già un bene, ma ciò che è necessario non è volergli parlare, è volerlo ascoltare. Loro vorrebbero parlargli per dirgli cosa dovrebbe fare, un po’ come facciamo noi nei suoi confronti. Ascoltare una persona, invece, è un vero e proprio gesto d’amore. Farla entrare in noi stessi, lasciarsi interpellare dalla sua vita, far sì che risuoni nella nostra. Possiamo dire che parlare a Dio è la religione, mentre ascoltare lui che parla è la fede.
La Chiesa sinodale di questo tempo, di cui si parla tanto, che abbiamo anche ripreso nel titolo, ha senso solo se diventa luogo di ascolto. Se le nostre vite si interpellano e si contaminano a vicenda, e soprattutto se tra le nostre voci riconosciamo la presenza, gli appelli e la guida del Signore che è presente in mezzo a noi.
Quando qualcuno riferisce a Gesù ciò che sta accadendo, cioè che la sua famiglia è fuori e cerca di parlargli, lui risponde con una domanda che può sembrare ovvia: “chi sono mia madre e i miei fratelli?” Gesù aveva vissuto trent’anni con loro, come faceva a non saperlo? Fa una domanda dove mette in questione la cosa più ovvia. Tutto il Vangelo, se ci pensiamo bene, è un mettere in questione le cose che sembrano ovvie. E la mano che Gesù tende sui discepoli prepara una risposta sorprendente.
Anzitutto, il gesto di Gesù distingue quei discepoli dal resto della folla. Non sono anonimi, e questo vale anche per noi: le relazioni familiari, come quelle di amicizia, sono proprio quelle che distinguono dal resto della folla anonima noi e le persone care, le persone con cui condividiamo la vita.
Uscire dalla folla è il primo passo per essere responsabili, per non essere come la folla che acclamerà Gesù al suo ingresso a Gerusalemme e dopo poco tempo griderà “Crocifiggilo!”. O quella folla che condiziona anche noi, quando ci spinge a non prendere posizione, a non essere responsabili, a non schierarci.
Sui discepoli Gesù stende la mano, gesto che nella tradizione biblica può segnalare richiesta di aiuto, ostilità, sollecitudine, anche l’amorevole cura di Dio, la sua potenza e il suo giudizio. Nel vangelo di Matteo, nella storia di guarigione di un lebbroso (8,1-4), indica l’attenzione amorevole e potente di Gesù nei confronti di chi è malato e (come nel caso di quel lebbroso) considerato peccatore, impuro e non degno di stare nella società. Nell’episodio di Pietro che sta annegando (14,32) indica anche la sua potenza.
Ai discepoli, dunque, Gesù condivide la sua stessa potenza, e vedremo qual è la vera potenza del Signore: quella di fare la volontà del Padre. Qui, pertanto, non si tratta solo di un gesto per indicare i discepoli, ma per dire che loro sono sotto la protezione del loro Signore, e che il Signore condivide la sua potenza con loro. Anche se vengono considerati malati, anche se vengono esclusi socialmente, anche se fanno i conti con le paure e le tempeste della vita, sono protetti e guariti da questa mano. Essere discepole e discepoli di Gesù vuol dire essere sempre sotto la protezione di colui che (come dice Matteo all’inizio e alla fine del suo vangelo) è con noi. Nasce chiamato Emanuele (“Dio con noi”, appunto) e alla fine dice che ci sarà accanto, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Insomma, la vera famiglia di Gesù è la sua comunità, che sta sotto la sua protezione.
Quindi, quelli che sono “fuori” non sono i discepoli, coloro che lo stanno ascoltando, ma proprio quelli che sembravano naturalmente “dentro”: la madre e i “fratelli” di Gesù. I “fratelli” sono i parenti stretti, forse Giuseppe (che non viene citato) era già morto e il cugino maggiore aveva preso in custodia quella famiglia insieme agli altri parenti. Per i Giudei, però, “fratello” era anche un membro del popolo di Israele, e ora Gesù applica questo stesso termine a coloro che sono con lui.
Il “padre” non c’è mai, anche perché uno solo è il Padre. Ci colpisce, invece, l’estensione del termine “madre” a coloro che stanno ascoltando. Questa specificazione del termine “madre” dice la presenza di donne nella comunità, anche in modo significativo, dice il compito di generare, di partorire il Signore, compito affidato anche a coloro che lo ascoltano.
Il v. 50 allarga l’orizzonte oltre il tempo di Gesù e oltre ciò che accade in questo brano: chiunque fa la volontà del Padre, ancora oggi, appartiene alla famiglia di Gesù. Per essere discepoli, c’è un aspetto “imperativo”: essere discepolo significa fare la volontà del Padre celeste. Gesù ne ha dato l’esempio (26,42), nel Padre nostro la comunità prega affinché questo avvenga (6,10), è il contenuto della predicazione missionaria della comunità (28,20) e un giorno il figlio dell’uomo pronuncerà il giudizio su questo (7,21-23). Ma non si tratta di un’obbedienza come eseguire un comando o delle istruzioni, ma avviene perché Dio è con la sua comunità e la sostiene.
La volontà di Dio è che tutti siano salvi, e ha il suo centro nell’amore, cioè proprio nel fatto che i membri della comunità siano reciprocamente fratelli, sorelle e madri. Essere discepoli, quindi, vuol dire anche essere vicini a lui e stare sotto la sua protezione.
Di fronte alla presenza, alla protezione e alle parole di Gesù, vengono meno gli obblighi nei confronti delle forme familiari “tradizionali”: religione, famiglia di origine. Gesù propone una alternativa famiglia di Dio, nella quale possiamo vedere anche le forme di famiglia queer nate lungo la storia: la vita religiosa e comunitaria, il monachesimo, chi ha deciso di dedicarsi agli altri senza prendere né moglie né marito, chi ha accolto nella propria casa figli o figlie che non ha generato, anche la vita eremitica. Tutte famiglie che poco hanno a che fare con le immagini che descrivono la cosiddetta “famiglia tradizionale”.
Molta interpretazione antica ha visto nella madre e i fratelli di Gesù “di carne” il giudaismo e la sinagoga, che restano “là fuori”, fuori rispetto alla comunità e alla Chiesa. Ma io mi permetto di dire che quella madre e quei fratelli “di carne” sono una continua provocazione e un criterio di verifica per la Chiesa di oggi, che sia davvero Chiesa insieme a Gesù, e non Chiesa legata a modi di pensare e di fare che sono appunto “fuori” dalla sua logica, e dal Vangelo davvero accolto e vissuto, anche in situazioni che non sono conosciute.
Questo schiaffo alla sua famiglia di origine ha creato un po’ di scandalo nel corso del tempo, anche a mano a mano che cresceva la venerazione di Maria, perché anche lei faceva parte di questa famiglia. Bisogna dire, quindi, che c’è una parentela “carnale” e una “spirituale” che non sono in antitesi, ma in un rapporto comparativo: cioè, è la seconda ad avere la priorità. A dirla tutta, la stessa Maria e i parenti di Gesù non potevano vantare una parentela “di sangue” con Gesù, visto il modo in cui era stato concepito. Anche Maria, quindi, è in una parentela “spirituale”, perché lei è il modello di ascolto della parola di Dio, del suo renderla carne per la vita del mondo.
Anche tu, quindi, hai occasione di diventare parente di Gesù! Questa nuova definizione di famiglia esorta a fare la volontà del Padre, perché stiamo sotto la mano protettrice di Gesù: ascoltandolo e protetti da lui, non siamo più per lui degli estranei, ma i parenti più stretti: fratello, sorella e madre appunto.
La traduzione dice “per me fratello, sorella e madre”, ma in realtà c’è l’aggettivo possessivo (sempre riferito a Gesù). Lui dice miei fratello, sorella e madre.
Questo brano ci presenta come i discepoli fanno parte della famiglia di Gesù. Di una famiglia non secondo la carne, le logiche del mondo e della società, ma secondo lo Spirito. Anzi, non solo in qualche modo le discepole e i discepoli fanno parte della sua famiglia, perché la prima espressione e l’ultima è madre. Ogni discepola e ogni discepolo può diventare madre di Dio, chiamata a dargli corpo nella propria vita, e a custodire la sua presenza nella propria storia.
È dargli la vita, è dargli la nostra vita. È metterlo al mondo, perché ha bisogno di farlo attraverso di noi.
Dio, nascendo tra nostre mani, si affida a noi, come ha fatto nelle mani di Maria nella nascita, come sarà nelle mani delle donne nel sepolcro. È nelle nostre mani, nelle mani delle sue figlie e dei suoi figli. Anche nell’Eucaristia Gesù si mette nelle nostre mani, mentre noi stessi diventiamo questo corpo di Cristo. In quanto madre che gli dà corpo, si diventa uguali a Lui, si entra nel mistero di Dio, nella famiglia queer per eccellenza che è la Trinità.
Ciò che ci rende consanguinei di Gesù, cioè con lo stesso sangue e la stessa vita, non è la carne e il sangue materiale, o il riconoscimento della nostra appartenenza, ma è la vita stessa di Dio, il suo Spirito, il suo amore. È l’amore per Gesù che si esprime nell’ascolto della sua parola e nel realizzare la sua parola che ci fa diventare come lui, ci inserisce nella Trinità.
Ed è la dignità più alta che possiamo sognare: diventare madre, sorella e fratello del Figlio di Dio. Con questa prospettiva nuova si chiude tutta la crisi di cui parlavamo all’inizio, e possiamo ripartire anche noi dopo le crisi nostre e nel nostro rapporto con le varie famiglie umane e con Dio.
DOMANDE PER IL TEMPO PERSONALE
- Penso alle mie relazioni (famigliari e di amicizia). Come mi sento rispetto a loro? Come reagisco quando ci sono dei momenti di crisi o di incomprensione?
- Gesù stende la mano anche verso di me, per proteggermi e darmi la sua forza. Mi prendo del tempo per rendermene conto. Come mi sento?
- Più che parlare con Dio, dovremmo lasciare che lui ci parli. Ci sono stati dei momenti in cui ho accolto la sua parola? Quali “famiglie” nuove sono nate, in questo modo, nella mia vita?
*Don Luca Lunardon, sacerdote della diocesi di Vicenza, è teologo morale e docente di bioetica, morale sessuale e familiare presso l’ISSR di Vicenza. Ha conseguito il dottorato in teologia morale alla Pontificia Università Gregoriana. Nel 2025 ha pubblicato il volume Il principio di pastoralità. Recezione in teologia morale e pratica teologica nel campo dei cristiani Lgbt+, uscito per Studium nella collana “Tesi Gregoriana. Serie Teologia”.

