Giacobbe, una storia di lotta, benedizione e trasformazione (Genesi 27-32)
Riflessioni bibliche della teologa Kerstin Söderblom* per il progetto QueerBibel** pubblicate sul sito dell’Allianz Gleichwürdig Katholisch*** (Alleanza Cattolica per la Pari Dignità, Svizzera) nell’agosto 2025. Liberamente tradotte dai volontari del progetto Gionata
Io sono Giacobbe, figlio di Rebecca e Isacco. Vivo a Beer-Sheva, nel sud di Canaan. Ho ottenuto con l’inganno la benedizione della primogenitura da mio padre Isacco, anche se avrebbe dovuto spettare al mio fratello maggiore, Esaù.
Per me quella benedizione significava potere, sicurezza e la protezione di Dio. Con l’aiuto di mia madre mi sono coperto le braccia con pelle di animale per sembrare peloso come Esaù e ho convinto mio padre a benedirmi (Gen 27,1-29).
Quando Esaù ha scoperto ciò che avevo fatto, è diventato furioso e mi ha minacciato di morte. Ho dovuto fuggire, e sono andato da mio parente Labano in Aram, nella terra degli Aramei.
Per quattordici anni ho lavorato per Labano. In quel tempo mi sono innamorato di sua figlia Rachele. Ma prima di poterla sposare, Labano mi ha fatto prendere in moglie sua sorella maggiore, Lea. Mi sono sentito usato, ma ho accettato.
Dopo sette anni ho finalmente sposato anche Rachele (Gen 29,15-30). Ho avuto figli con Lea, Rachele e con le serve Bila e Zilpa. In totale sono diventato padre di dodici figli maschi e di alcune figlie: per noi una famiglia numerosa è sicurezza per il futuro. Nella nostra società, però, le figlie sono contate meno dei figli.
Negli anni con Labano sono diventato ricco, con tante greggi e molti figli. Al termine dei quattordici anni ho lasciato Labano con la mia famiglia e il mio bestiame (Gen 31,1-55).
Mentre tornavo verso Canaan, ho mandato dei messaggeri da Esaù per annunciare il mio arrivo. Sono tornati con la notizia che Esaù stava arrivando verso di me con quattrocento uomini (Gen 32,6).
Ho avuto paura per la mia vita e per quella della mia famiglia. Per questo ho diviso le persone e gli animali in due gruppi, sperando che almeno uno potesse sopravvivere in caso di attacco. Ho mandato regali a Esaù per placarlo, e io sono rimasto da solo sulle rive del fiume Iabbok.
Quella notte un uomo sconosciuto è uscito dal nulla e ha cominciato a lottare con me (Gen 32,24-26). Non sapevo chi fosse né da dove venisse.
Per ore abbiamo lottato, nel fango e nella notte: ci siamo spinti, afferrati, graffiati e sostenuti, in un contatto fisico così intenso che non riuscivo più a distinguere lotta e abbraccio. È stata un’esperienza terribile e affascinante allo stesso tempo, spaventosa e carica di energia, come se fossimo stati più che due individui.
Nessuno dei due ha vinto, e nessuno ha perso. Alla fine l’uomo mi ha ferito all’anca: da allora zoppico e porto ancora i segni di quella notte nel mio corpo.
Quel combattimento non mi ha segnato solo fisicamente, ma anche dentro, profondamente. In quel momento di fatica e vulnerabilità ho gridato: «Non ti lascerò andare se non mi benedirai!» (Gen 32,26). Sapevo, in quelle ore insonni, che avevo bisogno di quella benedizione.
L’uomo mi ha chiesto il nome. E quando gliel’ho detto, mi ha dato un nome nuovo: Israele, che vuol dire “colui che lotta con Dio” (Gen 32,28). Il suo nome, invece, non me l’ha rivelato, ma mi ha benedetto.
Al mattino ho chiamato quel luogo Penuel, cioè “faccia a faccia con Dio”, perché ho sentito che lì avevo incontrato Dio stesso (Gen 32,30).
È difficile da spiegare, ma in quella notte Dio è diventato per me qualcosa di corporeo: tangibile, inquietante, trasformante. Dio è venuto nel mio spazio più vulnerabile e si è lasciato toccare. E io sono stato toccato da Dio.
Guardando indietro, capisco che quella lotta non è stata soltanto con un altro essere, ma con me stesso: con la mia colpa, la mia vergogna, le ombre che portavo dentro fin da quando avevo ingannato mio fratello. È stata una lotta durissima, dolorosa, per uscire dalle catene di tradizioni ingiuste e da regole che non mi appartenevano.
Ho lottato per essere visto e riconosciuto così come sono, con tutte le mie ferite, le mie contraddizioni e la mia storia. E ho ricevuto la benedizione di Dio non perché fossi senza difetti, ma proprio in mezzo alle mie vulnerabilità e alle mie imperfezioni.
Oggi porto il nome Israele, “colui che lotta con Dio”, con orgoglio. Quella notte Dio ha attraversato confini, si è lasciato toccare e mi ha toccato. All’alba ho ricevuto la benedizione divina così come sono: segnato, ferito e trasformato.
* Kerstin Söderblom è una teologa protestante tedesca, impegnata da molti anni nella teologia femminista e nella teologia queer. È stata decana della Cattedrale di Francoforte sul Meno e ha lavorato a lungo sul rapporto tra Bibbia, corpo, identità e giustizia di genere. Le sue riletture bibliche nascono dall’ascolto delle vite concrete, soprattutto di chi è stato messo ai margini nelle chiese, e cercano di restituire alle Scritture la loro forza liberante e trasformante.
** Il progetto QueerBibel è un’iniziativa teologica nata in area germanofona che propone una lettura queer della Bibbia. QueerBibel raccoglie contributi di teologhe e teologi, studiose e studiosi, persone credenti LGBTQ+ con l’obiettivo di rileggere i testi biblici a partire dalle esperienze di vulnerabilità, di esclusione e di trasformazione. Non si tratta di “cambiare” la Bibbia, ma di lasciarla parlare da punti di vista spesso ignorati, mostrando come le Scritture possano diventare uno spazio di benedizione, resistenza e riconoscimento per tutte e tutti. I testi sono on line su https://www.gleichwuerdig.ch/projekte/queerbibel/
*** L’Allianz Gleichwürdig Katholisch è una rete cattolica svizzera che lavora per il pieno riconoscimento, la dignità e l’uguaglianza delle persone LGBTQ+ nella chiesa cattolica.
Testo originale: Gen 27-32. Transformation – von Kerstin Söderblom (file PDF)

