«Questo è il mio corpo». Eros e vita cristiana
Riflessione spirituale proposta da Luigi Testa* ai partecipanti del percorso di educazione all’affettività «I colori dell’amore», presso Cascina San Boezio a Vimercate (Milano) sabato 28 febbraio 2026
«Purifica, o Signore, i nostri cuori con il fuoco divino dello Spirito Santo, perché possiamo servirti nella castità del corpo ed essere a te graditi per la purezza del cuore. Amen».
1. Quella che abbiamo appena pregato è l’Orazione colletta del formulario per la Messa «per chiedere la castità», proposta dal Messale romano. Il testo originale, in latino, suona diversamente; dice così: «Ure igne Sancti Spiritus renes nostros et cor nostrum – Infiamma, con il fuoco del tuo spirito, i nostri reni e il nostro cuore». Il traduttore ha preferito evitare imbarazzi: parla solo del nostro cuore. L’espressione originaria – «renes» – naturalmente non va letta in senso esclusivamente anatomico: nella tradizione ebraica, i reni sono la sede della parte più nascosta, recondita, più istintuale, passionale, dell’uomo.
Ma il dato anatomico resta comunque significativo, e determina l’analogia: i reni sono più in basso del cuore, in maggiore prossimità rispetto al sesso. Chi ha scritto il testo originario della nostra preghiera era più libero di noi; senz’altro più libero di chi ha tradotto pudicamente evitando il riferimento anatomico. Questo mi aiuta a formulare la prima preghiera al Signore: che, non solo nello spazio di questo nostro momento, riusciamo ad uscire dall’imbarazzo della nostra sessualità – e dall’imbarazzo di parlarne.
Vi propongo di chiedere, con me, tre doni al Signore Gesù, oggi. Tre grazie, che ci aiutino nella nostra umanità e nella nostra vita spirituale, così come nella nostra vita individuale e nella nostra vita di coppia.
2. La prima grazia: sarebbe già un dono grande se noi oggi realizzassimo che la nostra vita sessuale – di coppia, o da soli – deve essere oggetto del nostro dialogo personale con il Signore Gesù. Quando un vago senso del pudore, o peggio della vergogna, ci suggerisce che la nostra vita sessuale debba restare fuori dal nostro rapporto con Gesù, a parlare è il Nemico, che vuole introdurre un’altra separazione – questo fa il Nemico, separa, divide, da qui “diavolo”, diàballo, in greco. Separa la vita sessuale da tutto il resto, come se peraltro la nostra vita sessuale non condizionasse e fosse condizionata da tutto il resto.
Lo dobbiamo vincere questo dualismo: questo sì che è conseguenza del peccato originale; la dispersione, l’io sparpagliato, l’io scisso, separato. La redenzione realizza di nuovo l’integrazione, l’unità; con l’Incarnazione non c’è più separazione tra sacro e profano; è tutto sacro. Passare dai reni al cuore e dal cuore ai reni non è leggerezza, superficialità, disinvoltura: è unità interiore. Se si frappone dell’imbarazzo, è solo per quel noioso senso del pudore che è in realtà il primo frutto avvelenato del peccato: solo dopo il peccato, l’uomo e la donna si accorsero di essere nudi, e ne provarono vergogna.
Dobbiamo, dunque, con confidenza di amico, parlare a Gesù della nostra vita sessuale; della scoperta della nostra sessualità – o forse delle scoperte della nostra sessualità; dei nostri desideri; dei nostri bisogni; delle nostre difficoltà a gestirla, a volte; della sua bellezza; di ciò che ci piace, da soli o in coppia – perché peraltro ciò che ci piace dice molto del profondo di noi, e questo profondo noi dobbiamo portarlo a Lui, perché vi posi il Suo sguardo. Ciò che riguarda la vita sessuale ha un livello di profondità unico: i miei gusti, le mie inclinazioni, le mie preferenze, le mie fantasie, dicono qualcosa di molto profondo su di me, su chi sono, su come sono. Tutto questo non può restare fuori dal dialogo libero, sereno, franco, amico, con Gesù.
3. Ma facciamo ora un passo in avanti. Una volta che abbiamo superato la vergogna di parlare della nostra sessualità con il Signore Gesù, che ci ascolta senza giudizio, come un amico, possiamo – mantenendo la stessa serenità e fiducia – renderci conto che quando parliamo di vita sessuale parliamo di energie e forze vitali che in qualche modo sono un «eccesso» rispetto al nostro tentativo di contenere la realtà: stiamo parlando di qualcosa in cui è per noi facile perdere il controllo, in cui è difficile mantenere l’equilibrio, custodire un’armonia. Parliamo anche, per intenderci, di un certo disordine: ma solo in senso descrittivo, facendo lo sforzo (enorme) di evitare un giudizio morale.
Possiamo chiamarlo disordine perché è qualcosa che eccede rispetto all’ordine artificiale che ci siamo costruiti, rispetto ai confini in cui, per mantenere un certo equilibrio, abbiamo deciso di contenere la realtà – qualcosa che ci sposta oltre il nostro baricentro, che ci squilibra. D’altra parte, il desiderio non può che essere che tale – non può che rompere l’ordine –, trattandosi di uno sporgersi verso qualcosa di altro, qualcosa che manca, che non abbiamo.
Qui non mi interessa suggerire come abitare questo disordine: la coscienza individuale di ciascuno, nel dialogo con il Signore, indicherà le strade. Mi interessa, invece, suggerire un senso.
Questo desiderio che non si calma, ma che resta sempre aperto, è l’attestazione per noi più sincera del fatto che le cose non bastano; che siamo fatti per Dio, e che nulla di finito guarirà il nostro desiderio, ma solo Lui. Al nostro desiderio non basta nulla che non sia Lui. Ed anche nel mezzo della storia d’amore più bella, più travolgente, io forse avvertirò ad un certo punto la ferita di questo desiderio aperto, non sazio, che cerca altro: non c’è da spaventarsi, non c’è da inquietarsi; è lì per ricordarci – ed è un ricordo che ci fa bene – la nostra inesauribilità, il nostro essere fatti per un «di più». (Ma attenzione: non c’è neanche da pensare di poter guarire noi questo desiderio, magari moltiplicando o spostando il suo oggetto. Una delle tragedie più grandi delle relazioni è l’aver perso il senso della costitutiva inguaribilità del nostro desiderio).
Mettere sotto il tappeto, come la polvere, l’umanità che ci spaventa – perché talvolta è un eccesso di vita, è un “disordine” rispetto ai nostri schemi di comfort – è il fallimento non solo della vocazione umana, ma direi della vocazione cristiana. Perché è in realtà proprio partendo da quella umanità che io arrivo a Cristo, che io conosco, cerco, capisco Cristo. È l’esperienza della mia umanità che nella carne grida sempre “di più!”, che chiede sempre “ancora!”, che non smette mai di cercare, di desiderare, che mi convince definitivamente che io sono fatto per un Infinito – che io sono fatto per Lui, infinito. Se il mio desiderio fosse stanco, pallido, modesto, se il mio desiderio si accontentasse, cos’altro mi spingerebbe verso Dio? È l’esperienza di quella sete che non si estingue, tanto da essere arrivata sei mariti, a far nascere nel cuore della donna samaritana quella preghiera: «Dammi di quest’acqua, perché io non abbia più sete!». Se fosse stata contenta, serena, soddisfatta, sazia, col primo marito, non sarebbe nata in lei questa preghiera. È l’esperienza della nostra umanità, anche disordinata, a spingerci verso Cristo.
Ecco allora il secondo dono da chiedere al Signore: leggere l’apertura infinita del nostro desiderio come attestazione del fatto che abbiamo nel cuore il desiderio di Dio. Questo naturalmente non è una giustificazione morale di ogni modo in cui questa inguaribilità è abitata, vissuta, gestita da ciascuno di noi: questo è altro campo, riservato alla coscienza di ciascuno. Ma ci aiuta a riempire di senso quello che a volte rischia di spaventarci, se non addirittura di svalutarci. Io vedo tante persone spaventate dal loro desiderio che preme, che scalpita, che fa fatica ad essere contenuto, ad essere gestito: ma quale spavento, è bene così: significa che sei vivo, significa che – per fortuna – la realtà è più grande di te, che non puoi ingabbiare la vita, e che hai dentro ben viva e chiara un’apertura all’infinito. E allora con te Dio può fare grandi cose.
5. Per arrivare invece al terzo dono che vorrei chiedessimo oggi al Signore, vi propongo tre immagini bibliche.
La prima: il re Davide. «Alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella d’aspetto». Davide si informa: è Betsabea, la moglie di Uria, uno dei suoi soldati al fronte. «Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Ella andò da lui ed egli giacque con lei». La storia va di degrado in degrado, come un franare senza fine: Betsabea resta incinta, e Davide ordina che Uria sia messo in prima fila nella battaglia in modo da essere tra i primi ad essere ucciso, come in effetti succede. E il racconto si conclude così: «Ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore» (2Sam 11,1-27).
Che cos’è che è male agli occhi del Signore? Il fatto che Davide abbia usato l’altro per il suo piacere. Non si può immaginare, infatti, che Betsabea, per la sua posizione, potesse sottrarsi liberamente all’attenzione del suo re. Davide abusa della sua posizione: è proprio quella asimmetria nella relazione che, in Genesi, è presentata come frutto avvelenato del peccato. «Verso di lui sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà»: uno cerca l’altro, e l’altro lo schiaccia – ecco l’asimmetria. In altri termini, potremmo dire che il male, qui, sia che nel sesso tra Davide e Betsabea non c’è un incontro, non ci sono due persone che si donano reciprocamente: c’è una rapina, di uno che asservisce l’altro al soddisfacimento del suo piacere. Davide usa Betsabea.
Qui, per Davide, non è corretto neanche parlare di desiderio; noi dobbiamo distinguere tra “desiderio” e “bisogno”, o peggio, tra “desiderio” e “voglia” – dalle mie parti si direbbe: e “sfizio”. Se siamo onesti con noi stessi, noi ci accorgiamo bene quando a metterci in moto è il “desiderio”, e quando invece è solo uno “sfizio”. Quello di Davide è uno “sfizio”, agito senza nessun incontro: la rapida sequenza dei fatti raccontati dai versetti dà proprio il senso della rapidità in cui tutto si consuma – e in cui si consumano, appunto, certi nostri “sfizi”. Non a caso, qualcuno ha definito la verginità come “il sacrificio dell’immediato”.
Tutt’altro accade nella seconda immagine biblica che vi propongo, che è quella del Cantico dei Cantici, e che conoscete benissimo. Qui vi è tutt’altro che rapidità di consumo, e, anzi, appena sembra che si stia per consumare tutto, interviene qualcosa ad allontanare gli amanti, e a metterli di nuovo in moto, in ricerca l’uno dell’altro. Questa dinamica di distanziamento, di allentamento, di rallentamento, di rinvio, ci certifica che qui siamo davanti ad un autentico “desiderio”, non ad un “bisogno” o ad uno “sfizio”. E anzi, proprio questo continuo distacco tra l’amato e l’amata crea l’incontro, lo favorisce, lo certifica. L’incontro, infatti, si ha quando io guardo il volto dell’altro – quando io guardo l’altro nella sua totalità, nella sua persona, nel suo “destino” – il re Davide non ha alcuna cura del destino di Betsabea: quella di Davide è la fissazione sulla cosa, non sulla persona.
Davide si concentra sul pezzo; non vede il volto di Betsabea. Invece, è incredibile il numero di dettagli che i due amanti del Cantico vedono l’uno della persona dell’altro – peraltro in assoluta parità tra di loro: gli occhi, le chiome, i denti, le labbra, la bocca, il collo, i seni, le mani, il petto, le gambe, i piedi – i due si perdono in una stupenda, stupita e innamorata tessitura sui dettagli del corpo dell’altro. Se si sono potuti vedere così, è perché c’è stato distacco – il distacco, la distanza, permette il disvelamento della realtà: io devo allontanarmi per vedere una stella – è perché c’è stato il sacrificio dell’immediato: loro sì che si sono incontrati.
Ma vi dicevo che le immagini bibliche che voglio proporvi sono tre. Bene, la terza è presa dai Vangeli, e, specificamente, dalla sera di passione di Gesù. Anche Gesù ha avuto una serata di passione. Ed è stata una passione in cui è stato coinvolto non solo il suo spirito, ma tutto intero il suo corpo. Prese il pane, lo diede ai suoi discepoli, e disse: «Prendete, e mangiatene. Questo è il mio corpo». Gesù dà il suo corpo, dona il suo corpo. Se ci pensate, è quello che facciamo noi nell’atto sessuale: diamo il nostro corpo all’altro. Il «Questo è il mio corpo» di Gesù deve essere – mi pare – il criterio per la nostra vita sessuale, se, naturalmente, vogliamo essere cristiani – cioè vogliamo vivere come Lui.
Che possiamo dire del dono che Gesù fa del suo corpo? Possiamo dire che si tratta di una consegna totale all’altro – tanto che poi, l’altro, ne potrà disporre fino a tradirlo, a colpirlo, ad ucciderlo. Consegna totale che significa? Significa che, nel momento in cui dà il suo corpo, Gesù sta dando tutta la sua vita all’altro – tutto quello che è, che ha e che fa. Nel gesto di Gesù c’è piena armonia, c’è unità, perché egli si dona tutto – non dona solo il suo tempo, non dona solo i suoi beni spirituali, né dona solo il suo corpo: no, è tutto insieme. Se voi prendete il Catechismo della Chiesa cattolica, questa è la definizione di castità. Sentite che bello: «La castità esprime la raggiunta integrazione della sessualità nella persona e conseguentemente l’unità interiore dell’uomo nel suo essere corporeo e spirituale. La virtù della castità, quindi, comporta l’integrità della persona e l’integralità del dono» (CCC 2337).
L’integrità della persona, l’integralità del dono – non scindo nulla, non mi divido, do tutto insieme, «questo è il mio corpo», questa è la mia vita, tutto.
Questa è la meta che ci indica il dono che Gesù fa del proprio corpo e di sé. La meta è alta, ma non ci spaventiamo. Fermiamoci un attimo. Lo stesso Catechismo ad un certo punto, con estrema sapienza, dice: «La castità conosce leggi di crescita, la quale passa attraverso tappe segnate dall’imperfezione» (CCC 2343). È bellissimo questo, e liberante. Provo a riformularlo a parole mie. Se il «Questo è il mio corpo» di Gesù ci dà un criterio di bontà dell’atto sessuale, noi possiamo enunciare questo criterio in questo modo: l’atto sessuale (ma, in realtà, ogni atto umano) è tanto più buono quanto più si approssima ad una donazione di tutto sé stesso. Ma chi può donare tutto se stesso? Chi è così libero da avere una disponibilità piena, totale, completa di tutto sé stesso? Solo Dio.
Solo Dio può donarsi tutto, completamente, esaurendosi, perché solo Dio si possiede liberamente tutto. Il possesso che ciascuno di noi ha di sé, invece, è sempre solo parziale, incompleto, muta nel tempo, non soltanto nelle varie stagioni e maturità della vita, ma anche nelle varie condizioni personali e ambientali: io non potrò mai donare tutto me stesso come ha fatto Dio; potrò donare, di me, all’altro, quello che in quel momento riesco a dare – e noi certe volte possiamo dare davvero poco, eh. Allora io mi chiedo e vi chiedo, e lascio al vostro foro interno la risposta: può essere che in un incontro occasionale, del tutto irregolare rispetto alla morale tradizionale – diciamo –, io dia all’altro tutto quello che in quel preciso momento, con le condizioni mentali, fisiche, psichiche in cui sono, riesco a dargli? Se è così, questo atto è morale – diciamo meglio: è cristiano.
Oppure, d’altra parte, al contrario: davvero credo che, nella situazione più regolare – regolarissima – rispetto alla morale tradizionale, io dia comunque e sempre tutto me stesso? Capite che c’è del discernimento da fare, onesto, lucido, sincero, spietato pure – perché molte volte, in un incontro occasionale, io cerco davvero solo uno sfogo, in realtà non do proprio niente all’altro, lo uso per un mio bisogno o sfizio, come Davide – ma comunque un discernimento che rifugge giudizi morali generali e approssimativi. La misura cristiana dell’atto sessuale è data dalla misura del dono – ma dobbiamo dire dalla misura del dono possibile, non necessariamente dal contesto di una situazione regolare o anche solo – come diciamo a volte – dall’esistenza di un rapporto di coppia strutturato.
Può essere casto anche un atto sessuale condiviso con una persona con cui non abbiamo una storia, e con cui non ripeteremo mai più quell’atto? Io credo proprio di sì. Certo, il nostro lavoro – ma che non ha nulla di moralistico, è solo per allargare il nostro bene – deve essere quello di ampliare sempre più la misura del dono, fino ad approssimarci all’integralità del dono, ma ricordate il Catechismo: «La castità conosce leggi di crescita», e la crescita va accompagnata, non forzata. Ci sono volte in cui una notte sola con una persona con cui non ho una storia è, per me, il massimo del bene possibile – un atto casto.
Le tre immagini bibliche erano per arrivare alla terza richiesta di dono, da suggerirvi stamattina. E il dono è quello di riuscire a vivere la castità. Accendi con il fuoco del tuo Spirito, Signore, i nostri reni e il nostro cuore, perché viviamo l’integrità della persona e l’integralità del dono, per quanto ci è possibile nelle condizioni in cui siamo. Perché viviamo ogni atto sessuale come un incontro, in cui ci si guardi il volto, in cui – per quanto possibile in quel momento: «la castità conosce leggi di crescita» – ci si interessi del destino dell’altro, senza afferrarlo, senza volersene fare padroni. Sacrificando l’immediato.
C’è una definizione molto bella di castità, ed è questa: un possesso con un distacco dentro. Io stringo l’altro, l’abbraccio – «Dodì e mio e io sono di Dodì», dicono gli amanti del Cantico – si possiedono – ma con un distacco dentro, cioè senza piegare l’altro al mio bisogno, senza asservire l’altro, senza usarlo, gestirlo, disporne: lascio che l’altro resti una persona, con tutto il suo mondo – il suo mondo e il mio mondo nell’unica “cospirazione” del rapporto sessuale.
Cito da un bel libro: «Il desiderio sessuale, quando è reciproco, è una cospirazione a due. Il piano è offrire all’altro una tregua dal dolore del mondo. La cospirazione consiste nel creare insieme uno spazio, un locus, di esenzione. Questo locus è l’interno del corpo dell’altro. La cospirazione consiste nel perdersi dentro di esso, dove ciascuno diventerà introvabile. Il desiderio è uno scambio di nascondigli» (J.Berger, M.Trivier, My beautiful, trad.it., 2008) .
6. Un’ultima parola conclusiva. Mi rendo conto che tutto questo discorso ha senso ad una sola condizione. Io prendo sul serio il mio desiderio irrequieto come traccia del desiderio di infinito in me, e lo vivo nell’orizzonte del mio destino verso l’integralità del dono, solo se io di questo Infinito sono appassionato, solo se questo Destino ha un nome che per me non è un nome tra gli altri – insomma, in definitiva, solo se io sono innamorato di Gesù Cristo. Ve lo dico sinceramente: se non siete innamorati di Gesù Cristo, lasciate stare, non vi complicate la vita, che vi importa. Lo sforzo – perché c’è uno sforzo – vale la pena solo se io sono convinto che Cristo è il mio destino, e ne sono autenticamente innamorato. E per esserne innamorato per me Cristo non deve essere un’idea, un messaggio, un insieme di parole, una morale, peggio ancora un’etica, no: per esserne innamorato, Cristo per me deve essere una persona.
La Samaritana al pozzo incontra una persona, un volto, una voce, degli occhi, uno sguardo: altrimenti mica se ne sarebbe uscita con quella stupenda preghiera – «dammi di quest’acqua, perché io non abbia più sete». E guardate, il Vangelo non ci dice che quella donna lasciò l’uomo con cui stava che non era legittimamente suo marito, non ci dice che quella donna cominciò a vivere di penitenza, di preghiera, di astinenza, no, no: non ci interessa.
Ci interessa che quella donna ha incontrato quella Persona, e ha intuito ad un certo punto che quella Persona – e non un settimo, ottavo, nono marito – avrebbe finalmente calmato il suo desiderio. Questa è la conversione che dobbiamo chiedere per questa Quaresima: passare da un Gesù idea, immagine, favoletta, storiella, morale, ad un Gesù persona, di cui poterci appassionare, di cui poterci innamorare.
Un Gesù che non sia un nome come tanti altri, ma sia il nome che riaccende il desiderio, la nostalgia, la sete, nel nostro cuore. Tutto il resto – anche la castità – verrà da sé; e se non viene, chi se ne importa, chi se ne importa: l’importante è aver incontrato Lui, al pozzo.
* Luigi Testa insegna diritto pubblico comparato presso l’Università degli Studi dell’Insubria e l’Università Bocconi di Milano. Collabora con diverse testate giornalistiche nazionali ed è autore di pubblicazioni a carattere scientifico e di divulgazione giuridico-politica. Nel 2024 ha pubblicato il libro di natura spirituale Via crucis di un ragazzo gay con Castelvecchi, tradotto ora in tedesco, inglese ed olandese, in cui rilegge la passione del Signore alla luce dell’esperienza di un giovane omosessuale e il libretto “A Gerusalemme sarete consolati. Meditazioni verso Pasqua” (edito da La tenda di Gionata, 2026). Altre sue riflessioni e testi su spiritualità e fede sono pubblicate anche sul portale Gionata.org.

