Rahab (Raab): una donna “scomoda” nella storia della salvezza
Rahab, chiamata Raab in alcune traduzioni italiane, spunta nella genealogia di Gesù in Matteo 1,5 come madre di Booz. E già qui succede qualcosa di sorprendente: una donna cananea, prostituta, straniera, finisce dritta dentro la storia messianica. Non come nota a piè di pagina, ma come anello essenziale della catena.
La teologia femminista la ama proprio per questo: perché manda in crisi gli schemi puliti, patriarcali e identitari con cui spesso si è raccontata la Bibbia (Mt 1,5).
Un contesto biblico che sa di rischio e alleanza
Rahab vive a Gerico e fa la prostituta. Quando arrivano le spie mandate da Giosuè, lei le nasconde, mente alle autorità cittadine e scommette tutto su un Dio che non è “il suo”. Non ha garanzie, non ha promesse scritte, non ha alcuna posizione di potere. Ha solo l’intuizione che la storia sta cambiando direzione e che, se vuole salvare la vita sua e dei suoi, deve esporsi.
Per questo negozia. Chiede un segno. E accetta di legare un filo scarlatto alla finestra come patto di riconoscimento e di salvezza (Gs 2). Quel filo non è un gesto magico, ma una scelta concreta: segnare pubblicamente la propria casa, esporsi allo sguardo di tutti, dire “io sto qui”.
Phyllis Trible fa notare che Rahab non è affatto una figura passiva: «è una donna che parla, agisce, contratta e decide; la sua fede è pratica, rischiosa, incarnata» (Texts of Terror, Fortress Press, 1984). Non obbedisce a un uomo, non riceve ordini divini diretti: prende posizione, e basta.
Il filo scarlatto serve a questo: a indicare la casa che non dovrà essere distrutta quando Gerico cadrà. È un segno fragile, facilmente spezzabile, appeso a una finestra sul confine della città. Richiama il sangue sugli stipiti delle porte durante la Pasqua (Es 12): anche lì un segno semplice, visibile, legato alla salvezza della vita.
Tikva Frymer-Kensky parla di una sorta di Pasqua anticipata vissuta da una donna straniera, che entra nella storia della liberazione prima ancora di appartenere al popolo (Reading the Women of the Bible, Schocken Books, 2002).
Oltre l’etichetta di “prostituta”
La teologia femminista insiste su un punto: la Bibbia non riduce Rahab alla sua professione, anche se la tradizione spesso sì. Rahab è una straniera sapiente, una donna che legge la storia meglio dei potenti della sua città: «mentre i re e i guerrieri non capiscono cosa sta accadendo, Rahab comprende il movimento di Dio nella storia» (Reading the Women of the Bible, Schocken Books, 2002).
Il suo gesto non è solo astuzia, ma discernimento. E qui crolla lo stereotipo patriarcale che associa la moralità femminile alla rispettabilità sociale: Rahab è “impura”, eppure è lei a riconoscere Dio per prima.
Mentire per salvare la vita: una fede che disturba
Uno dei punti più discussi è il fatto che Rahab menta. Per alcuni è uno scandalo morale; per molte teologhe femministe, invece, è il segno di una fede adulta, non addomesticata. Elisabeth Schüssler Fiorenza parla di un’“etica della sopravvivenza”, tipica di chi vive ai margini: «le donne oppresse sviluppano strategie morali che non coincidono con l’etica dei privilegiati» (In Memory of Her, Crossroad, 1983).
Rahab mente per proteggere la vita. E la Scrittura non la condanna, anzi: la Lettera agli Ebrei la loda per la sua fede (Eb 11,31) e la Lettera di Giacomo per le sue opere (Gc 2,25). Non male per una “peccatrice”.
Dentro la genealogia: Dio passa dai margini
Essere inserita nella genealogia di Gesù non è un dettaglio decorativo. Come ricorda Ivone Gebara, «le genealogie bibliche non sono registri anagrafici, ma confessioni di fede: dicono chi è Dio e da dove sceglie di passare» (Teologia ecofemminista, Queriniana, 2001).
Con Rahab, Dio dichiara apertamente che la salvezza non nasce dalla purezza etnica, morale o religiosa, ma dall’apertura, dal rischio, dall’alleanza. Rahab sta accanto ad altre donne “irregolari” come Tamar, Rut e Betsabea: tutte figure che, in modi diversi, forzano le regole per far avanzare la vita (Mt 1).
Una figura per oggi
Per molte teologhe femministe, Rahab è una sorella maggiore delle persone messe ai margini oggi: donne giudicate, persone straniere, corpi non conformi, storie considerate “sbagliate”. Come scrive Dorothee Sölle, «Dio non ha paura delle biografie complicate; è lì che la grazia diventa visibile» (Sofferenza, Queriniana, 1975).
Rahab ci dice che Dio non aspetta che diventiamo persone “a posto” per fidarsi di noi. Entra nelle nostre scelte ambigue, nei nostri compromessi, nei nostri fili scarlatti appesi alle finestre: segni fragili, imperfetti, ma sufficienti perché la vita non venga distrutta. E da lì, ancora una volta, ricomincia la storia.
Riferimenti bibliografici:
– Phyllis Trible, Texts of Terror, Fortress Press, 1984
– Elisabeth Schüssler Fiorenza, In Memory of Her, Crossroad, 1983
– Tikva Frymer-Kensky, Reading the Women of the Bible, Schocken Books, 2002
– Ivone Gebara, Teologia ecofemminista, Queriniana, 2001
– Dorothee Sölle, Sofferenza, Queriniana, 1975

