Regole per imparare ad usare un linguaggio inclusivo
Trascrizione dell’intervento tenuto da Pilar Escotorin Soza* dell’Università di Valladolid (Cile) nel laboratorio “Regole per imparare ad usare un linguaggio inclusivo” tenuto alla “3giorni. Tanti linguaggi, un solo Vangelo” de La Tenda di (Albano Laziale, 13-15 giugno 2025) il 14 giugno 2025. Non rivisto dalla relatrice
Molte persone vivono con disagio i problemi legati all’inclusività del linguaggio. Da un lato l’uso che la lingua fa del maschile sovraesteso mette a disagio chi non si riconosce in questa generalizzazione, dall’altro chi è abituato ad usarlo, spesso contesta le obiezioni che vengono mosse a questa abitudine. Pilar Escotorin Soza, che si occupa di teoria della comunicazione e giornalismo alla Pontificia Università Cattolica di Valparaiso- (Cile), ha cercato di far capire ai partecipanti del suo lavoratorio quali strade si possono percorrere per superare queste situazioni spesso conflittuali.
Per iniziare, vorrei farvi una domanda, così rompiamo un po’ il ghiaccio. Io ho portato del materiale, ma mi piacerebbe che questo incontro fosse il più possibile pratico. Non un monologo, ma un dialogo, uno scambio. Lavoreremo insieme su temi concreti, con un approccio che sia il più possibile pratico.
Partiremo dal tema del linguaggio inclusivo, ma il nostro orizzonte sarà più ampio: parleremo di comunicazione, di relazione, di ascolto.
Il linguaggio inclusivo genera disagio?
Ecco la mia domanda: vi è mai capitato di sentirvi a disagio davanti a un saluto come “Buongiorno a tuttə”? Oppure di provare un po’ di resistenza quando vi trovate di fronte a una comunicazione che adotta forme inclusive?
Alcune persone mi hanno detto:
“Quando mi trovo a parlare con persone non binarie, vado in difficoltà. Non so quali pronomi usare, mi blocco. È come se temessi di sbagliare, e questo mi mette a disagio”.
“Io scrivo racconti e poesie, e sento che il linguaggio è la mia materia viva. Quando devo adattarmi alle nuove forme inclusive, mi sembra di perdere libertà creativa. Come se mi venisse tolta la possibilità di esprimermi pienamente”.
“Personalmente, faccio fatica a usare l’asterisco o la schwa. Mi sembrano una forzatura, e mi chiedo se chi legge li capirà. A volte mi trattengo, per paura di essere frainteso o giudicato”.
“Quando uso il maschile generico, non lo faccio con intenzione escludente. L’ho sempre considerato neutro. Non vedo il bisogno di cambiarlo”.
Una questione di empatia
Tutte queste posizioni sono comprensibili, e meritano ascolto. Ma proprio per questo vi invito a un piccolo esercizio che chiamo empatia cognitiva: proviamo a metterci nei panni dell’altro. Non si tratta di giudicare, ma di capire. Perché una persona sceglie di esprimersi in un certo modo? Cosa c’è dietro quella vocale o quel simbolo?
Lo sappiamo: il linguaggio non è mai neutro. Ogni parola, ogni scelta grammaticale o stilistica veicola significati, costruisce realtà, relazioni, possibilità.
Le resistenze: una questione generazionale?
Altre testimonianze raccontano un certo disagio anche sul piano sociale o professionale:
“Al lavoro ho avuto confronti con colleghe su questo tema. Alla fine ho deciso di continuare a usare le modalità consuete, perché altrimenti la comunicazione mi sembrava meno autentica. Una volta, durante un incontro di formazione, la persona che parlava ci ha salutato al femminile. Io mi sono sentito messo da parte. L’ho vissuto come un gesto egocentrico, come se volesse imporre il suo punto di vista a tutti”.
“Forse è un limite mio, forse è l’età, ma fatico a capire il senso di queste nuove forme. Mi sembrano eccessive, a volte persino ridicole. Non riesco a vederle come un’evoluzione positiva”.
Un cambiamento che va veloce
È vero: negli ultimi tre o quattro anni abbiamo assistito a un’accelerazione sorprendente su questi temi. Il periodo del Covid, con la sua rivoluzione comunicativa, ha contribuito ad amplificare certe trasformazioni. E questo ha generato inevitabilmente smarrimento, confusione, resistenza.
La proposta di oggi non è quella di convincere tutti a usare un linguaggio inclusivo, ma di imparare a comprendere chi lo fa. Di imparare a nominare ciò che esiste. Perché dare un nome è già un atto di riconoscimento.
Le parole creano mondi. E ogni volta che ci sforziamo di includere, anche attraverso il linguaggio, stiamo aprendo spazi. A volte ci sembreranno goffi, incerti, faticosi. Ma sono comunque spazi nuovi. E quindi, spazi di possibilità.
Le emozioni che emergono nel confronto con il linguaggio inclusivo
Vorrei adesso distaccarmi un po’ dagli approcci più teorici, e osservare tutto questo da un punto di vista più personale e situato. Perché, come dicevamo prima, molto dipende dallo stato d’animo in cui ci troviamo, dal contesto in cui ci muoviamo, e anche dalla nostra disponibilità emotiva.
C’è chi mi ha detto: “Guarda, non mi dà fastidio se qualcunə usa il linguaggio inclusivo. Ma quando devo usarlo io, sento una certa svogliatezza, come se dovessi fare uno sforzo in più. E in fondo mi chiedo: ma serve davvero? Cambia qualcosa? Ho come la sensazione che non serva poi così tanto”.
E qualcun altro ha condiviso una preoccupazione concreta: “Quando sono in un gruppo in cui so che ci sono persone attente a questi temi, mi pongo il problema di come parlare. Ma se il gruppo è più ‘generalista’, mi assale l’ansia: riuscirò a non sbagliare? A usare le parole giuste? Mi sento in difficoltà e ho paura che qualcuno si senta ferito da una mia disattenzione. Questo mi genera stress”.
E poi, ancora, c’è chi ci ha raccontato: “Mi rendo conto che probabilmente basterebbe imparare, ma per me resta una fatica. Se domani, nel mio lavoro, mi dovessi trovare a dover accogliere due persone non binarie, avrei paura di non essere all’altezza”.
Questo è importante: non è solo una questione linguistica, è una questione relazionale. Il timore di non essere all’altezza, di ferire involontariamente, genera ansia. Ma è anche il segno che stiamo cercando, sinceramente, di entrare in relazione con l’altro.
Il valore affettivo della lingua
Molti di voi hanno parlato anche del valore affettivo della lingua italiana. Qualcuno ha detto: “Io amo l’italiano. È una lingua musicale. Mi piace usarla bene. Quando sento frasi che non scorrono, quando le forme sembrano ‘straniate’, mi dà fastidio, anche sul piano estetico. Ho letto libri di Vera Gheno che parlano di sperimentazione… e va bene, capisco che ci sia una fase di prova, ma io faccio fatica”.
Ed è una riflessione preziosa. Perché le resistenze, a volte, non nascono da chiusura, ma da un amore profondo per la lingua. E questa fatica che si prova, questo fastidio estetico, è anche il segno che la lingua ci appartiene davvero.
Eppure, qualcuno ha detto: “All’inizio dicevo: ‘Va bene, la lingua è questa, non abbiamo il neutro, l’importante è quello che facciamo, non quello che diciamo’. Ma poi ho iniziato a usare formule come ‘tutte e tutti’, ‘fratelli e sorelle’, e oggi sento che mi piacciono. Mi sembra una bella sottolineatura. Qualcosa che dà spazio”.
Ecco che qualcosa si è trasformato. È accaduto un piccolo cambiamento, quasi naturale. E questo ci porta alla parte successiva.
Dagli asterischi ai pronomi: imparare dall’incontro
Un’altra testimonianza: “Quando vedo l’asterisco o la schwa ormai mi ci sono abituata. Ma se dovessi usarli io, non mi verrebbe spontaneo. Tuttavia ho imparato l’importanza di chiedere il nome, il pronome, soprattutto grazie ai giovani. Non ci avevo mai pensato. Ma adesso mi rendo conto di quanto sia importante. E quando riesco a usare il pronome giusto, sento una soddisfazione interna. Vedo nel volto dell’altra persona una reazione di gratitudine, e allora capisco che sto facendo qualcosa che ha valore”.
E ancora: “Certo, a volte la persona stessa non ha ancora chiaro quale pronome desidera. E lì è più difficile. Ma allora cerco strategie. Magari evito i pronomi, oppure continuo a chiedere con delicatezza. E quando non ricevo risposta, capisco che forse non è ancora il momento. E scelgo di rispettare quel silenzio”.
Vedete? Qui siamo nel cuore del linguaggio come cura, come spazio di attenzione. È una comunicazione che si costruisce non solo con le parole, ma con la capacità di ascolto, con l’empatia, con il rispetto del tempo dell’altro.
Conclusione provvisoria: trasformazioni possibili
Molti di voi hanno raccontato come, nel tempo, siano cambiati. Cose che prima sembravano strane o forzate, oggi sembrano naturali, addirittura belle. Altri invece hanno mantenuto una certa distanza, ma con rispetto, senza ostilità.
E io credo che questo sia un ottimo punto di partenza: non avere risposte definitive, ma essere in cammino.
La vera domanda non è: “Lo usi o non lo usi il linguaggio inclusivo?”, ma piuttosto: “Riesci ad ascoltare chi lo usa? Riesci a capirne il senso? Riesci a immaginare che per qualcun altro quella parola sia un gesto di riconoscimento e non una moda?”
Perché, come abbiamo detto all’inizio, una vocale non è mai innocente.
In dialogo con i partecipanti: La trasformazione delle parole: esperienze, emozioni e resistenze
Una delle testimonianze più potenti è arrivata da una partecipante di 79 anni, che con lucidità e passione mi ha raccontato: “Fin da quando ero alle elementari – e parliamo di oltre 65 anni fa – il maschile sovraesteso mi ha sempre dato fastidio. Mi arrabbiava. Non riuscivo a capire perché dovessi usare il maschile per parlare anche di me, che ero una bambina. E credo che la mia anima femminista fosse già lì, presente, molto prima che avessi le parole per dirlo”.
È una riflessione che parla di radici profonde, di un sentimento che attraversa la vita. Oggi, questa stessa persona ci racconta che ha iniziato a usare alcune forme inclusive, anche grazie al confronto con la figlia:
“Lei scrive musica, lavora con le parole, e ha scelto di usare un linguaggio attento, sempre motivando il perché. Questo mi ha aiutata a fare qualche passo anch’io. Non nascondo che a volte, quando parlo, mi viene ancora da chiedermi: ma parliamo di maschi o di femmine? È una domanda che mi porto dietro, ma continuo a cercare di imparare”.
Questa disponibilità ad apprendere, anche a quasi ottant’anni, è una testimonianza preziosa del fatto che il linguaggio inclusivo non è solo una moda o una battaglia giovanile. È un processo che coinvolge il nostro modo di essere nel mondo.
La lingua e la bellezza: un’estetica in discussione
Molti hanno espresso anche il timore che il cambiamento linguistico possa “rovinare” la bellezza dell’italiano: “Io amo l’italiano, mi piace la sua musicalità. Anche se ho fatto solo la terza media, cerco sempre di usare bene i congiuntivi. Quando sento frasi costruite male, mi dà fastidio. Mi domando: ma tutta questa sperimentazione impoverirà la nostra lingua?”
È una domanda legittima. Ma come ha detto un partecipante, linguista di formazione: “Quello a cui stiamo assistendo è un vero fenomeno di evoluzione linguistica. Ce lo hanno sempre insegnato all’università: le lingue cambiano. Solo che adesso lo stiamo vedendo dal vivo, e ci coinvolge direttamente”.
Lingua scritta, lingua orale: sperimentazioni diverse
Nel confronto è emersa anche una distinzione importante: “La lingua scritta permette più libertà. Posso usare l’asterisco, la schwa, provare soluzioni nuove. Ma nel parlato è diverso: per questioni di ritmo, di immediatezza, spesso ricadiamo su forme più tradizionali”.
Un’esperienza interessante che è stata raccontata da chi ha partecipato ad un laboratorio a Firenze: “Ognuno si presentava dicendo nome, cognome, provenienza e pronome. È stato molto utile. Perché davvero non possiamo più dare per scontato che il genere delle persone sia leggibile. Sapere fin dall’inizio come una persona vuole essere chiamata fa la differenza”.
Il femminile sovraesteso: un gesto di giustizia
Molti hanno raccontato di aver accolto con gioia l’uso del femminile sovraesteso: “La prima volta l’ho sentito in un incontro con varie associazioni LGBT a Bologna. All’inizio mi ha sorpresa, ma poi mi è piaciuto. Per me è un gesto di giustizia. Non cambia la musicalità della lingua, e compensa secoli in cui si è parlato solo al maschile”.
Certo, come ha fatto notare qualcuno, ci sono contesti in cui la comprensione può diventare difficile. Ma forse si tratta solo di imparare a mediare tra chiarezza e rispetto.
“Quando so che sto parlando a un gruppo attento e consapevole, uso con sicurezza il femminile sovraesteso. Mi dà soddisfazione, perché sento che sto rispettando chi ho davanti”.
Riconoscere, nominare, accogliere
Un altro intervento molto toccante ha messo al centro l’importanza del “chiamare per nome”: “Io parto da una convinzione: dare un nome a qualcosa significa chiamarlo all’esistenza. Mi emoziona l’idea di dire: apostole e apostoli, martiri e martire, servi e serve del Signore. È un gesto di riconoscimento, e quindi anche un atto di fede, per me”.
E quando si incontra una persona trans, non binaria, o semplicemente nuova, si può sempre iniziare così: “Scusami se sbaglio, insegnami. Se sbaglio, perdonami”.
Questo gesto semplice apre la strada alla comunicazione. E quando invece queste attenzioni mancano – come ha raccontato una partecipante – si prova dispiacere. Perché quando salutiamo solo con “Buongiorno a tutti”, e ci dimentichiamo delle altre possibilità, qualcosa si perde.
Nomina ciò che esiste: emozioni, parole e riconoscimento
Dispiacere. Rabbia. Sconcerto. Cura. Queste sono solo alcune delle emozioni che emergono quando parliamo di linguaggio inclusivo. E non sempre ce ne rendiamo conto. Spesso, davanti a un piccolo cambiamento, diciamo di “dispiacerci”, ma in realtà stiamo nascondendo una rabbia. È diverso nominare un’emozione piuttosto che lasciarla galleggiare indistinta.
Ecco perché è importante fare chiarezza: perché dare un nome all’emozione è il primo passo per comprenderla, e solo così possiamo aprire uno spazio di comunicazione reale.
“Quando dici ‘Buongiorno a tutti, tutte e tuttə’ – mi ha detto una persona – io non ci riesco, perché mi sembra di vedere l’altro solo da fuori. Se dico ‘Buongiorno’, ti vedo, ti riconosco”.
Un’altra persona ha detto: “Certo che siamo d’accordo sui principi. Ma poi arriva la pratica, e lì è un’altra cosa: a volte mi genera fatica, altre volte disagio, o addirittura rabbia. E mi dispiace anche di provare questo disagio”.
Vedete? Queste emozioni esistono. E vanno riconosciute. Perché non è possibile parlare di regole linguistiche se prima non si crea uno spazio di ascolto emotivo.
La parola come possibilità
Senza linguaggio non possiamo pensare. Neppure la parola “bianco” possiamo pensare, se non l’abbiamo mai sentita. Senza le parole, le cose non esistono.
In un laboratorio in Cile, ho mostrato ai miei studenti un oggetto particolare, una piccola macchina per tagliare le verdure. Nessuno sapeva come si chiamasse. E nessuno riusciva a comprarla o descriverla. La parola non esisteva, e quindi quella realtà non era comunicabile. Questo esempio, semplice, ci mostra che nominare è creare. Dare un nome significa riconoscere.
Stiamo vivendo un passaggio epocale
Immaginate un bambino nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento. Immaginate le discussioni tra genitori e figli, tra ciò che era “verità” e ciò che stava emergendo come nuova visione del mondo.
Oggi siamo in uno di quei momenti storici. C’è chi è entusiasta del cambiamento, e chi è più conservatore. E servono entrambi. L’uno guarda avanti, l’altro ci ricorda i dettagli da non perdere.
Il punto è: quanto tempo serve perché un diritto venga riconosciuto anche nella lingua? Le donne, ad esempio, hanno impiegato decenni per entrare nel linguaggio pubblico. E oggi, se diciamo “Buongiorno a tutti”, e c’è solo una ragazza nel gruppo, stiamo davvero includendo?
Non si tratta di regole. Si tratta di relazioni.
Qualcuno ha detto: “Io non ho l’automatismo del linguaggio inclusivo, ma so che, quando lo uso, creo uno spazio sicuro per chi mi ascolta”.
E questo è fondamentale. Perché il linguaggio può essere uno spazio di accoglienza, anche se imperfetto.
E allora possiamo dire, con sincerità: “Mi dispiace, io ci provo, ma a volte uso ancora forme maschili. Non lo faccio per escludere, ma sto imparando. Perdonami se non ti riconosco subito, ma sappi che voglio farlo”.
Questo gesto, anche piccolo, può cambiare una relazione.
Il pronome: una questione delicata
Qualcuno ha detto: “Chiedo sempre il pronome. Ma una mia amica, donna trans, si è offesa. Mi ha detto: ‘Perché me lo chiedi? Non vedi che sono una donna?’”.
È vero. Il pronome non è una formula magica. Dipende dal contesto, dal vissuto della persona, dalla sua storia. Per questo non ci sono regole fisse, ma serve delicatezza, empatia, ascolto.
A volte basta chiedere: “Come ti senti oggi? Come posso chiamarti?”
E se non arriva una risposta, allora impariamo a rallentare. A lasciare spazio. Perché ciò che conta non è sapere tutto, ma creare condizioni di rispetto.
E concludo con questo: sto partecipando a un progetto europeo sulla prevenzione della transfobia. Stiamo elaborando un modello per comunicare in modo rispettoso con le persone trans. Perché sì, è vero: anche all’interno del mondo LGBT+ esistono binarismi, stereotipi, difficoltà. Ma ci sono anche strumenti, percorsi, sensibilità nuove che ci aiutano a fare meglio.
Comunicare con rispetto: emozioni, disponibilità e contesto
“Io non sono una ‘persona queer’. Io sono una donna.”. Così reagì una donna trans durante un nostro incontro, quando fu accolta con un “Buongiorno persona queer”. Lo disse con forza, con chiarezza: “Io non sono queer. Io sono una donna. Non confondetemi, non parlate per me”.
È da questi episodi che comprendiamo quanto il linguaggio tocchi l’identità. E quanto sia necessario non imporre mai un’etichetta, una categoria, una parola che l’altra persona non ha scelto.
17 indicatori per riflettere sul nostro stile comunicativo
In questo percorso abbiamo lavorato su 17 punti: piccoli gesti, abitudini, attenzioni che possono aiutarci a capire come comunichiamo con le persone transgender. Si tratta di una griglia che ciascuno può compilare autonomamente, attribuendo un punteggio da 1 a 10: mai, quasi mai, qualche volta, spesso, sempre.
Non per giudicarsi, ma per conoscersi. Non per dirsi “comunico bene” o “comunico male”, ma per vedere dove possiamo migliorare, dove possiamo esercitare più empatia e ascolto. Questi strumenti sono stati inizialmente pensati per professionisti della salute e per il mondo legale, ma valgono per tutti noi.
Empatia prima della comunicazione
La comunicazione avviene solo quando ci sono le condizioni giuste. Prima ancora di parlare, ci sono due fattori fondamentali:
- Essere disponibili: quando l’altra persona si avvicina, anche se ci colpisce in un momento scomodo, la prima impressione conta. Lo sguardo, l’attenzione, il modo in cui ascoltiamo i primi dieci secondi fanno la differenza. Bastano poche esitazioni per chiudere un canale che si era appena aperto.
- Scegliere il momento giusto: non sempre è il momento per affrontare un tema delicato. Magari siamo stanchi, magari ci sono altre persone presenti. Non si tratta solo di cosa diciamo, ma di quando e dove lo diciamo. Anche un messaggio giusto, se detto nel momento sbagliato, può ferire.
“Mi succede spesso con mio nipote” – ha raccontato una partecipante –“Sento quando è il momento per dirgli una cosa. E anche quando non lo è. Ma serve una presenza costante su di sé. E questo richiede allenamento”.
Le emozioni non dette: tra spontaneità e fatica
È venuto fuori con chiarezza: la comunicazione è un esercizio quotidiano, spesso faticoso. A volte siamo noi a essere stanchi. A volte è l’altro a non essere disponibile. E a volte, come è stato detto, è la persona stessa a essere inopportuna, e serve imparare a tutelare i propri limiti senza ferire.
“Quando parlo con mia sorella, che non rispetta mai i miei tempi, provo frustrazione. Ma so anche che non sempre è lei il problema: a volte sono io che non ho le forze. E allora cerco di prepararmi, di immaginare scenari futuri, per trovare parole che siano rispettose ma anche oneste”.
La comunicazione digitale e le sue ambiguità
E poi c’è la comunicazione via chat, via WhatsApp. “Mi ha lasciato il messaggio visualizzato e non ha risposto. Quindi mi ha ignorata, vero?”.
Non è detto. Forse ha aperto il messaggio per sbaglio. Forse non era il momento. Forse stava guidando. La comunicazione digitale ha i suoi codici e può amplificare fraintendimenti.
Un altro partecipante ha detto: “Io sono molto timido. Studio la faccia dell’altro prima di dire certe cose. Ma ci sono momenti in cui certe verità vanno dette, anche se l’altro non è pronto. Quando ho fatto coming out con i miei, non erano preparati. Ma se avessi aspettato il momento giusto, non l’avrei mai fatto”.
Questo ci dice che a volte il coraggio deve superare la prudenza. Non sempre si può aspettare che l’interlocutore sia nella “disposizione perfetta”.
Potere, asimmetrie e attenzione vera
Il questionario che ho proposto ai partecipanti di questo laboratorio nasce per accompagnare le persone transgender, ma funziona anche quando ci troviamo in situazioni di asimmetria di potere. Per esempio, tra medico e paziente, insegnante e studente, operatore e persona fragile. In questi casi la qualità dell’ascolto e del rispetto può cambiare completamente la relazione.
E ricordate: una parola che riconosce l’altro crea uno spazio sicuro. E uno spazio sicuro può cambiare la giornata – e talvolta anche la vita – di chi lo riceve.
Il dopo: quando la comunicazione non finisce con le parole
Ci sono momenti in cui crediamo che la comunicazione finisca con l’ultima frase pronunciata. Ma non è così. C’è sempre un dopo. E ciò che succede in quel “dopo” può rafforzare o rovinare tutto.
Nella mia università una studentessa venne derubata, piangeva. Un ragazzo si è avvicinò, le offrì un caffè, l’accompagno fino a casa. Tutto con rispetto, senza aspettarsi nulla in cambio.Il giorno dopo, la rivede e le rivolse un saluto gentile: “Come stai? Ho pensato a te”.
Ecco, quel piccolo gesto conferma che l’attenzione era autentica. Che non era solo una bella azione, ma una relazione reale. Anche dimenticare un compleanno, se poi ce ne ricordiamo, può cambiare tutto dire: “Scusa, mi dispiace, mi è sfuggito, ma ci ho pensato”.
Nei gruppi: quando ci si confida, serve continuità
Quando si lavora con gruppi – genitori, persone LGBT+, volontari – capita spesso che qualcuno si confidi in un momento di ascolto individuale. Ma poi, nel gruppo, ci si dimentica. Ecco perché, se una settimana dopo ci si ricorda del figlio dell’altra persona che doveva fare un esame, o dell’appuntamento importante di un partecipante, quel gesto costruisce fiducia.
Al contrario, se si sparisce improvvisamente, o si fa finta di niente, si crea frustrazione, talvolta anche senso di abbandono.
“Ma come? Mi avevi ascoltato, sembravi così coinvolto… e ora, sparisci?”. E qui entra un concetto delicato: la gestione dei legami.
Ci sono momenti in cui è necessario “lasciare andare” una relazione. Magari per evitare dipendenze, per stimolare l’autonomia dell’altro. Ma questo va fatto con chiarezza:
“Guarda, non ti chiamerò ogni mese, perché credo che tu abbia le risorse per camminare da sola. Ma sappi che io ci sono”.
Questo è molto diverso dal silenzio improvviso, che può generare sofferenza, soprattutto in persone in condizioni di vulnerabilità.
Il fattore 17: la comunicazione dopo la comunicazione
Il diciassettesimo fattore proposto nel laboratorio è proprio questo: ciò che succede dopo la fine di uno scambio comunicativo.
È il saluto, è il gesto che dice: “Ti ho ascoltato davvero. E continuo a esserci”.
E questo vale ovunque: in un gruppo, in famiglia, in un contesto educativo, in un ambulatorio medico.
Uno degli strumenti più forti è questo: Immagina di essere un bicchiere pieno. Ora svuotati, solo per un attimo, per fare spazio a ciò che l’altro ti sta dicendo. Non perdi niente. È solo un esercizio temporaneo per comprendere davvero.
Un direttore di carcere disse una volta: “Io non ho tempo per svuotarmi”. Ma poi ammise che, non ascoltando, finiva per perdere più tempo dopo, riparando errori o incomprensioni.
Questo esercizio – svuotarsi temporaneamente – permette di capire anche chi esprime idee che ci feriscono o che ci sembrano assurde. Perché tra tutte le parole, a volte si nasconde una domanda, una fatica, un’ignoranza e non una cattiveria.
Empatia cognitiva o empatia emotiva
La differenza è sottile ma importante:
- L’empatia emotiva è quando ci immedesimiamo, diciamo “ti capisco”, “sei bellissima”. Ma a volte è eccessiva, poco credibile. Come quando un bambino ti mostra un disegno fatto male, e tu esclami: “Bellissimo!”. Il bambino lo sa che non è vero.
- L’empatia cognitiva, invece, è quella che si prende il tempo di capire davvero cosa pensa l’altro, anche quando non siamo d’accordo. È quella che riformula, che parafrasa: “Fammi capire, stai dicendo questo…?”
E allora nasce un rapporto vero, orizzontale, rispettoso. Non significa rinunciare alle proprie idee, ma sospenderle per un attimo, per capire da dove viene l’altro.
Alla fine, l’empatia non la decidiamo noi. Non possiamo dire di essere empatici da soli. È l’altro che ci dice: “Mi sono sentito ascoltato”.
E allora, anche un medico può chiedere, alla fine di una visita: “Da 1 a 10, quanto pensa che l’ho ascoltata oggi?”
Non è la perfezione. È relazione. E in questa relazione, anche il linguaggio – inclusivo o meno – ha bisogno di un senso, di una forma e di una direzione verso cui andare.
*Pilar Escotorin Soza è dottoressa in Psicologia della Comunicazione e professoressa aggregata presso la Pontificia Università Cattolica di Valparaíso, in Cile. La sua carriera scientifica è di natura interdisciplinare, e si fonda sulla trasferibilità dei saperi scientifici in diversi contesti, specialmente quelli legati alla comunicazione, alla pace e alla gestione dei conflitti. Nel corso degli anni ha sviluppato un modello di comunicazione prosociale, applicabile in ambiti molto diversi tra loro, che mira a promuovere relazioni costruttive e strumenti concreti per la risoluzione dei conflitti. Ha pubblicato oltre 20 lavori scientifici, è molto attiva nella formazione, e partecipa a reti di ricerca internazionale sui temi del linguaggio, della pace e del cambiamento sociale.

