Ricordando Renee Nicole, uccisa perché non aveva paura
Riflessioni di Ada Seguino
Più passano le ore e più si aggiungono tasselli a una storia che scuote nello stomaco.
Renee Nicole Macklin Good, giovane donna di trentasette anni, poetessa, scrittrice, moglie e mamma, è stata uccisa mercoledì 7 gennaio durante un’operazione anti-immigrazione dall’ICE (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. Tre colpi di pistola sparati da un agente. Una morte immediata. Senza senso. O forse con un senso terribilmente preciso.
Sui social Renee si raccontava così: poetessa, scrittrice, moglie, mamma. Una donna che non aveva paura di essere gentile. Le sue ultime parole, rivolte all’uomo che l’ha uccisa, sono state: «Va tutto bene amico, non sono arrabbiata con te».
Parole disarmanti, pronunciate pochi istanti prima di morire. Dopo averla uccisa, lo stesso agente le ha rivolto insulti e epiteti disumani. Un dettaglio che pesa come un macigno (MPR News, Stati Uniti, gennaio 2026).
I fotogrammi dell’operazione mostrano una verità difficile da ignorare. L’assassino, Jonathan Ross, uomo bianco statunitense, con un passato militare segnato da uccisioni in Iraq, non ha tollerato che una donna non si lasciasse intimidire.
Renee, insieme alla sua compagna Rebecca Good, stava cercando di impedire in modo pacifico l’arresto di alcuni vicini di casa e la loro espulsione immediata. Non c’era violenza. C’era solo una donna libera che diceva no alla paura. E questo, per lui, è stato inaccettabile.
Perché il razzismo funziona così: trasforma il “diverso” in nemico, lo riduce a natura inferiore, giustifica ogni violenza. È la stessa logica che attraversa la storia, dal dominio maschile sui corpi fino alla persecuzione dello straniero.
Fino a ieri, le espulsioni forzate di persone immigrate, spesso residenti negli Stati Uniti da decenni, passavano quasi sotto silenzio. Con l’uccisione di Renee Nicole qualcosa cambia. È un salto di paradigma.
Renee era una donna bianca, statunitense, libera, profondamente impegnata nella giustizia e nella cura del prossimo. Le parole della madre, dell’ex marito, delle amiche e della sua compagna disegnano tutte lo stesso ritratto: una donna dolce, attenta, luminosa. Ed è proprio Rebecca a raccontarci chi fosse davvero Renee.
Qui condividiamo il comunicato rilasciato a MPR News due giorni dopo l’uccisione. Le sue parole sono un inno straziante all’amore, alla pace, alla non violenza (MPR News, Stati Uniti, 9 gennaio 2026, https://www.mprnews.org):
«Innanzitutto, desidero esprimere la mia gratitudine a tutte le persone che, da ogni parte del Paese e del mondo, ci hanno contattato per sostenere la nostra famiglia. Questa gentilezza da parte di estranei è il tributo più appropriato, perché, se avete mai incontrato mia moglie, Renee Nicole Macklin Good, sapete che, prima di tutto, era gentile. Anzi, irradiava gentilezza.
Renee brillava. Brillava letteralmente. Non nel senso che portasse indosso brillantini, ma giuro che i glitter le uscivano dai pori. Sempre. Non è solo il mio amore a parlare: la sua famiglia diceva la stessa cosa.
Renee era fatta di sole.
Viveva secondo una convinzione fondamentale: c’è gentilezza nel mondo e dobbiamo fare tutto il possibile per trovarla ovunque sia e coltivarla dove ha bisogno di crescere.
Renee era cristiana e sapeva che tutte le religioni insegnano la stessa verità essenziale: siamo qui per amarci, prenderci cura gli uni degli altri e proteggerci a vicenda.
Come tante persone prima di noi, ci eravamo trasferite per costruire una vita migliore. Avevamo scelto il Minnesota come casa. Durante il lungo viaggio in auto ci tenevamo per mano, mentre nostro figlio disegnava sui finestrini per ingannare il tempo.
Qui a Minneapolis abbiamo trovato una comunità accogliente. Abbiamo stretto amicizie e condiviso gioia. Era un luogo dove prendersi cura gli uni degli altri. Era il mio porto sicuro. Ed è quello che mi è stato portato via per sempre.
Stavamo crescendo nostro figlio nella convinzione che tutte le persone meritano compassione e gentilezza. Mercoledì 7 gennaio ci siamo fermate per sostenere i nostri vicini. Noi avevamo dei fischietti. Loro avevano delle pistole.
Renee lascia tre figli straordinari. Il più piccolo ha solo sei anni e ha già perso il padre. Ora continuo a crescere nostro figlio insegnandogli, come credeva Renee, che esistono persone che stanno costruendo un mondo migliore. E che chi ha fatto questo aveva paura e rabbia nel cuore, e va accompagnato verso una strada migliore.
Onoriamo la memoria di Renee vivendo i suoi valori: rifiutare l’odio e scegliere la compassione, allontanare la paura e perseguire la pace, opporsi alla divisione e unirci per costruire un mondo in cui tutte e tutti possano tornare a casa sani e salvi dalle persone che amano».
Una testimonianza che fa male e che, allo stesso tempo, apre uno spiraglio di luce.
Di fronte a questa assenza totale di verità e giustizia, tornano alla mente le parole di Papa Francesco pronunciate durante l’udienza generale del 3 aprile 2024:
«Chi agisce nella verità e nella giustizia è perseguitato. Un mondo senza giustizia è un mondo senza pace. (…) Chi ricerca la giustizia e l’amore troverà vita e gloria (Pr 21,21). Sono persone che hanno fame e sete della giustizia (Mt 5,6), sognatori che custodiscono il desiderio di una fratellanza universale. E oggi ne abbiamo tutti un grande bisogno» (Udienza generale, 3 aprile 2024, https://www.vatican.va).
Renee Nicole era una di queste persone. Aveva fame e sete di giustizia. Il suo unico desiderio era semplice e radicale: che tutte e tutti potessero vivere felici, senza paura.

