Ricordando le “zie” e gli “zii” LGBT+ che mi hanno aiutato a crescere
Testo di Scott Simon* pubblicato sul sito National Public Radio (Stati Uniti) il 20 giugno 2020. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Per me era semplicemente zio Jim. È stato lui a insegnarmi come si fa un nodo alla cravatta. Ricordo ancora quel giorno: stavo per diplomarmi alla scuola media e indossavo con fierezza una camicia bianca con un papillon giallo a clip. Appena mi vide, scosse la testa con un sorriso affettuoso, salì nel suo appartamento e tornò con una delle sue eleganti cravatte blu scuro. Me la mise al collo e, con calma e precisione, mi insegnò a fare un nodo Windsor. Da allora, è il nodo che uso ogni volta.
Mia madre lavorava in un grande magazzino insieme a Jim e ad altri uomini e donne che io, da bambino, chiamavo zie e zii. Ogni tanto, dopo il turno, venivano a casa nostra. Si sedevano in salotto con un bicchiere di vino, accendevano una sigaretta e ridevano dei piccoli e grandi episodi della giornata. Io intanto facevo i compiti, ma ascoltavo. Amavo il suono delle loro voci, la leggerezza delle loro risate, il senso di famiglia che portavano con sé.
Ma non era sempre tutto così spensierato. Ogni tanto qualcuno di loro si commuoveva, lasciandosi andare a un pianto silenzioso. Raccontava un dolore che allora non riuscivo a comprendere, ma che riempiva la stanza di una strana, profonda tristezza.
Zio Jim lavorava nel reparto accessori da uomo. Zio Gene, che fumava la pipa, era l’allestitore delle vetrine. Un giorno dovevo realizzare una mappa per la scuola, che rappresentasse il mondo come lo immaginavano Magellano o Vasco de Gama. Fu Gene a suggerirmi di bagnare la carta con gocce di tè, per farla sembrare una pergamena antica.
Zio Leo era un supervisore ai piani. Mi insegnò come si lucidano le scarpe e mi disse: “Prima pulisci, poi lucida. Non si può far brillare lo sporco.” Ancora oggi, quella frase mi torna spesso in mente come una grande verità, non solo per le scarpe.
Jim, Gene e Leo venivano tutti da piccole cittadine del Midwest o del Sud. Ogni tanto accennavano a una telefonata con la madre o un cugino, ma non li sentivo mai parlare di viaggi verso casa. Non tornavano indietro, nemmeno per una breve visita. Di solito, erano con noi per le feste. Guardavamo insieme Il mago di Oz o le World Series, cenando con chow mein d’asporto e ascoltando Nat King Cole o Peggy Lee.
Col tempo, ho cominciato a intuire che alcune delle persone che chiamavo zie e zii portavano dentro di sé parti importanti della propria vita che non venivano dette. Non si trattava tanto di segreti, quanto di silenzi. Non avevo ancora gli strumenti per capire la paura, la solitudine e la vulnerabilità che tante persone omosessuali vivevano in quegli anni, prima del Pride, delle bandiere arcobaleno, dei diritti civili, quando bastava una diceria – vera o falsa – per perdere il lavoro che amavano.
Il 15 giugno 2020, quando la Corte Suprema ha stabilito che il Civil Rights Act del 1964 protegge dalla discriminazione anche i lavoratori gay, lesbiche e transgender, ho pensato subito a loro. A quelle donne e quegli uomini che hanno riempito di cura e di affetto i vuoti lasciati da mio padre, quando era assente, senza lavoro o troppo perso nei suoi pensieri per esserci davvero.
Nel fine settimana della Festa del Papà, il mio pensiero è andato a loro. A quegli zii e zie che mi hanno insegnato a vivere. Mi hanno mostrato come si annoda una cravatta, come si invecchia una mappa, come si lucidano le scarpe.
Ma soprattutto mi hanno insegnato cosa vuol dire prendersi cura, condividere ciò che si sa, essere una presenza. Mi hanno mostrato che la famiglia si costruisce anche così: con affetto, attenzione, e piccoli grandi gesti d’amore che legano le vite tra loro.
*Scott Simon è giornalista e conduttore radiofonico statunitense. È la storica voce del programma Weekend Edition Saturday su NPR e autore di numerosi libri autobiografici e di reportage.
Testo originale: Opinion: Remembering The LGBT ‘Aunts’ And ‘Uncles’ Who Helped Raise Me

