Riuscirà la chiesa cattolica ad offrire alle donne fatti e non solo belle parole?
Testo di Meghan J. Clark, pubblicato su U.S. Catholic (Stati Uniti) il 15 ottobre 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Quando George Balanchine, il celebre coreografo che rese Lo Schiaccianoci un classico natalizio, affermava che “il balletto è donna”, sembrava rendere omaggio alle ballerine. In apparenza, il mondo della danza sembra ruotare intorno alle donne: la maggior parte dei danzatori sono donne, la maggior parte degli allievi nelle scuole di danza sono bambine, e gran parte del pubblico è femminile.
Eppure, dietro il sipario, il potere resta saldamente nelle mani degli uomini. Secondo il Data Dance Project, anche se nel 2025 le donne ricoprivano il 61% delle direzioni di scuole di danza, il 70% dei direttori artistici delle principali compagnie erano uomini. Come nella chiesa cattolica, anche qui gli stereotipi e le disuguaglianze di genere restano profondamente radicati.
Da teologa che ha trascorso l’infanzia alla sbarra, non posso fare a meno di cogliere il parallelismo. Quando nella chiesa si dice “la chiesa è donna”, mi tornano alla mente le parole del coreografo Balanchine. In entrambi i casi la metafora è seducente, ma nasconde una verità più scomoda: esalta la bellezza, la dedizione e il sacrificio femminile, ma distoglie lo sguardo dai nodi reali della parità e dell’inclusione.
Come nel balletto, anche nella chiesa cattolica le donne sono protagoniste visibili ma escluse dai ruoli di potere. Le laiche sono la maggioranza dei fedeli attivi nelle parrocchie e le religiose hanno un ruolo insostituibile, ma le donne continuano a essere escluse da ruoli decisionali e anche consultivi.
Durante tutto il processo sinodale, l’esclusione e la marginalizzazione delle donne nella chiesa sono emerse come una delle preoccupazioni più ricorrenti. Il documento di sintesi del Nord America ha parlato di un “richiamo costante” a creare più spazio per la presenza e la leadership femminile nella vita ecclesiale.
Tutti hanno riconosciuto il problema: è deplorevole che le donne sperimentino ancora marginalizzazione, e questo va affrontato. Tuttavia, in una contraddizione evidente, il paragrafo 60 del documento finale del Sinodo — quello dedicato al ruolo e allo status delle donne — è stato quello che ha raccolto il maggior numero di voti contrari.
Siamo tutti d’accordo sul fatto che le donne appartengano alla chiesa, ma non sempre sappiamo “dove” collocarle. La discussione non riguarda solo il diaconato o l’ordinazione: tocca qualcosa di più profondo, il senso stesso della vocazione, dell’appartenenza e della partecipazione alla vita ecclesiale.
Entrando nella fase di attuazione del Sinodo sulla sinodalità, è evidente che la chiesa cattolica riconosce la necessità di dare più spazio alle laiche. Ma che cosa significhi, concretamente, resta ancora incerto. Senza una visione condivisa e azioni concrete, tutto rischia di fermarsi e gli antichi stereotipi sulle donne rimangono intatti.
Papa Francesco e il documento di base del Sinodo, Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione, hanno entrambi chiesto di rimuovere gli ostacoli alla leadership femminile, specialmente nei ruoli già consentiti dal diritto canonico.
Nel 2021 Francesco ha modificato il codice per consentire alle donne di essere istituite come lettori e accoliti, e ha istituito il ministero laicale dei catechisti. Ha anche nominato un numero crescente di donne in ruoli di responsabilità nella curia romana.
Nel 2023, il papa ha nominato tre donne — tra cui una laica — come membri del Dicastero per i vescovi, l’ufficio che individua e propone i nuovi vescovi. L’allora cardinale Robert Prevost, che dirigeva il dicastero, riconobbe il valore dei loro contributi, affermando che offrivano prospettive distinte e “contribuivano in modo significativo al discernimento”.
Quando divenne Papa Leone XIV, una delle sue prime nomine fu quella di suor Tiziana Merletti a segretaria del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. È significativo che l’ufficio che supervisiona gli ordini maschili e femminili abbia oggi una prefetta donna, una segretaria donna e una delle due sottosegretarie donna. Tuttavia, l’inclusione delle laiche in ruoli di guida ecclesiale resta ancora marginale.
Negli ultimi anni, molte di noi non hanno visto le proprie diocesi o parrocchie seguire l’esempio di Papa Francesco nell’ampliare la leadership femminile. Di chi, allora, sono realmente ascoltate le voci nei processi di discernimento comunitario?
La Conferenza episcopale statunitense non ha ancora fornito linee guida o incoraggiamenti alle diocesi perché affidino i nuovi ministeri alle laiche, come previsto.
I ruoli di lettore, accolito e catechista non sono mere funzioni amministrative: rappresentano spazi reali di partecipazione ministeriale e liturgica. Nel dicembre 2024, il vescovo John Stowe di Lexington, nel Kentucky, è stato il primo vescovo statunitense a istituire ufficialmente tre laiche come accolite.
Il suo gesto è stato un segnale concreto e pubblico di apertura a nuove vie di leadership femminile nella sua diocesi, e un modello di come le priorità sinodali possano tradursi in pratica a livello locale.
La teologia cattolica ha da tempo affermato la pari dignità di uomini e donne. Tuttavia, nella prassi, la riflessione teologica ha spesso preso l’esperienza maschile come misura universale dell’umano. Come nel balletto, dove la figura femminile è idealizzata attraverso lo sguardo maschile, anche nella teologia la donna è ridotta alla maternità e alla funzione procreativa, mentre l’uomo è considerato rappresentante del genere umano.
Come ha osservato la teologa Julie Rubio criticando Fratelli Tutti (Sulla fraternità e l’amicizia sociale), “alle donne, non agli uomini, è chiesto di riconoscersi nel documento… La fratellanza è universale, la sorellanza no”.
(…)
Il Sinodo ci richiama a una verità di fondo: il Battesimo è la comune identità dei fedeli, donne e uomini. Per vivere pienamente questa identità battesimale, la chiesa cattolica deve mettere al centro le intuizioni, le esperienze e le immagini femminili come espressioni autentiche della somiglianza con Dio.
Il paragrafo 60 del documento sinodale invita proprio a questo cambiamento, chiedendo “maggiore attenzione al linguaggio e alle immagini utilizzate nella predicazione, nell’insegnamento, nella catechesi e nella redazione dei documenti ufficiali della Chiesa”, e una più ampia valorizzazione “dei contributi delle sante, delle teologhe e delle mistiche”.
Il Sinodo ricorda che “in virtù del Battesimo, donne e uomini hanno pari dignità”, ma le donne incontrano ancora ostacoli al pieno riconoscimento dei propri carismi.
Gran parte della difficoltà nasce da un’idea ristretta di vocazione, spesso limitata al sacerdozio o alla vita religiosa, che finisce per escludere laici e laiche, e in particolare le persone single, che raramente si riconoscono in un “stato di vita” vocazionale. Se invece la vocazione fosse compresa come un cammino di discepolato, un percorso comune di fede e di amore, diventerebbe più inclusiva e realmente evangelica.
In un’omelia alla Tomba di San Paolo, Papa Leone XIV ha offerto proprio questa visione aperta della vocazione: “Alla radice di ogni vocazione”, disse citando sant’Agostino, “c’è la presenza di Dio nella sua misericordia e nella sua bontà, generosa come quella di una madre che nutre il suo bambino”. E ricordò le parole di Papa Benedetto XVI ai giovani: “Al centro di ogni vocazione c’è una verità semplice: Dio ci ama”.
Concentrandosi sulla vocazione del discepolato, il Sinodo ci ricorda che “il Battesimo è il fondamento della vita cristiana”.
Questa vocazione non nasce dai ruoli o dal genere, ma dalla comune identità dei battezzati. Se la chiesa saprà riflettere con sincerità su come vivere questo discepolato condiviso, forse le laiche non saranno più trattate come oggetti del discorso ecclesiale, ma accolte come soggetti attivi, pienamente partecipi del cammino.
Uniti nel Battesimo e chiamati alla sequela, uomini e donne possono camminare insieme nella sinodalità. Solo allora, forse, potremo smettere di idealizzare le donne limitandone il ruolo, e ricordare che, come in un balletto ben coreografato, la chiesa prende vita quando tutti ci muoviamo insieme.
*Meghan J. Clark è professoressa di teologia alla St. John’s University di New York e autrice di The Vision of Catholic Social Thought: The Virtue of Solidarity and the Praxis of Human Rights (Fortress Press).
Testo originale: Can the Church Give More Than Lip Service to Women’s Leadership?

