Scegliti la famiglia di cui sentirti parte
Testimonianza di David B. Adams, pubblicato su Unity.org (Stati Uniti) il 1 luglio 2025. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
La parola famiglia evoca in ciascuno di noi immagini molto diverse. Può riportare alla mente il calore della mattina di Natale attorno all’albero, o una tavola piena di cibo e di voci durante il giorno di festa. Può farci ricordare vacanze, picnic, momenti felici che ci fanno sentire fortunati di avere chi ci è vicino.
Ma questa parola così carica può anche risvegliare ricordi dolorosi. La perdita improvvisa di un genitore o di un fratello. Le ferite lasciate da parole pronunciate anni prima.
Oppure, come accade a molte persone LGBTQIA+, il rifiuto o l’allontanamento da parte della propria famiglia.
La nostra famiglia d’origine è il primo luogo in cui impariamo come funziona il mondo. In quel piccolo universo iniziamo a parlare, a camminare, a entrare in relazione con gli altri. Non avendo altri riferimenti, assumiamo che quelle prime esperienze siano vere, giuste, indiscutibili.
Poi cresciamo, e iniziamo a comprendere che ogni azione ha delle conseguenze. Alcune lezioni sono semplici: tocchi una pentola calda, ti scotti. Altre sono più complesse: rompi un vetro, vieni punito per il danno ma anche elogiato per aver detto la verità.
Man mano che il nostro mondo si allarga e nuove persone entrano nella nostra vita, scopriamo modi diversi di vedere le cose, di entrare in relazione, e comprendiamo che non tutti ci ameranno o ci accetteranno.
Ma anche se la vita ci offre nuove prospettive, tendiamo a rimanere ancorati a ciò che abbiamo appreso da piccoli. E quando ci accorgiamo che quelle verità sono forse false? A chi possiamo rivolgerci quando il luogo che chiamiamo casa diventa ostile, o addirittura pericoloso?
Dietro la facciata della perfezione
Vorrei poter dire che la mia famiglia mi ha trasmesso valori come l’empatia, il rispetto reciproco, l’amore incondizionato, l’accoglienza. Vorrei poter dire di essere cresciuto imparando la pazienza e la compassione. Se tu che stai leggendo hai ricevuto questo tipo di educazione, spero tu ti senta benedetto. Ma se così non è stato, allora forse alcune parti di questo racconto ti toccheranno da vicino.
Sono quello che in gergo si definisce un PK, un preacher’s kid, sono figlio di un pastore evangelico delle Assemblee di Dio. Ero il più giovane di quattro fratelli. In pubblico dovevamo essere perfetti: educati, sorridenti, sempre ben vestiti, mai fuori posto. Ma a casa la realtà era ben diversa.
Mio padre, per dirla con dolcezza, non metteva in pratica ciò che predicava. Mia madre si sentiva in dovere di proteggere la sua immagine, nascondendo le sue mancanze a tutti.
Il messaggio che ricevevo era chiaro: nascondi, fai finta, evita, arrabbiati o scappa. Era così che funzionava il mondo in casa Adams.
All’età di otto anni cominciai a sentire una profonda contraddizione tra quello che ci veniva insegnato alla scuola domenicale e ciò che vivevo a casa.
Ero molto legato a mio padre, nonostante tutto. Ma poi lui se ne andò con un’altra donna. La chiesa ci aiutò a trasferirci in Texas, solo mia madre e io, l’ultimo figlio rimasto in casa. E tutto ciò che conoscevo, ogni mia certezza, andò in frantumi.
Durante l’adolescenza, la paura dell’abbandono e della solitudine si fece più acuta, soprattutto quando iniziai a comprendere di essere omosessuale. Ricordo ancora la voce del mio predicatore che diceva: “Dio può perdonare un assassino, ma non un omosessuale.”
Preso dal terrore dell’inferno, provai a “pregare per non essere gay”. Il rifiuto da parte della mia chiesa mi sembrava inevitabile.
Nell’estate del 1987, durante la pausa universitaria, scoprii che anche mio fratello Jim era omosessuale. Entrambi avevamo fatto i conti, in modo diverso, con la nostra fede.
Io avevo deciso di allontanarmi da Dio. Jim invece no. Non ci riusciva. E fu proprio questo conflitto interiore che, nel 1989, lo portò a togliersi la vita. Aveva lottato troppo a lungo. E in quel momento, il mio terrore di essere rifiutato da Dio e da qualunque comunità spirituale si materializzò del tutto.
Una nuova famiglia da costruire
Eppure, nel mezzo di tutta questa oscurità, qualcosa di bello iniziò a germogliare. Non fu un evento improvviso, ma un lento processo che si sviluppò nel corso degli anni. Non fu nemmeno una scelta consapevole: accadde.
La mia famiglia scelta, inizialmente un gruppo eterogeneo di amici incontrati in diversi momenti della mia vita, iniziò a vedermi davvero. Con loro potevo sbagliare, crescere, imparare, cambiare, senza essere giudicato. Imparai a fidarmi abbastanza da raccontare le mie paure, le mie ferite, le mie vergogne.
E quelle parole portarono libertà, sollievo, guarigione. Lì, tra loro, il rifiuto non faceva più paura. Le mie vecchie difese venivano accolte con amore (e qualche volta con una spinta affettuosa nella giusta direzione). Imparai anche a riconoscere chi meritava la mia fiducia.
La mia famiglia scelta è nata così: dalla fiducia.
Oggi è una rete in continua espansione. Una comunità di persone con cui condivido ogni parte di me: emozioni, fede, pensieri. Non esiste un unico modo per costruire una famiglia scelta. A volte accade partecipando a eventi o unendosi a realtà che riflettono ciò che siamo.
Altre volte succede spontaneamente, attraverso esperienze comuni. A volte include anche qualche membro della famiglia di origine. Se sei come me, forse è una cosa che è sempre esistita lungo il cammino, aspettando solo che tu fossi pronto ad accoglierla.
In qualunque modo nasca, sappi che la tua famiglia scelta è un dono. Un luogo dove potrai creare nuovi ricordi. Un luogo dove potrai guarire le ferite del passato, abbandonare vecchie convinzioni, e finalmente sentirti fortunato ad avere accanto chi ti ama davvero.
*David B. Adams è pastore presso Unity of Independence, nel Missouri (Stati Uniti). Si occupa di spiritualità inclusiva e ha condiviso la propria storia all’interno della serie Showcasing LGBTQIA+ Voices curata da Unity.
Testo originale: Chosen Family

