Sei suggerimenti concreti per la cura spirituale delle persone transgender
Testo di Jamez Terry*, MDiv, BCC, pubblicato su Health Progress (Catholic Health Association of the United States, Stati Uniti) nell’edizione autunnale 2023. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Come suor Luisa Derouen, OP, anch’io sono attivo nelle comunità trans da più di vent’anni. Come lei, il mio ministero si è radicato dentro queste comunità.
Ma, a differenza di lei, non è stato il ministero a condurmi a loro: è stata la mia comunità trans a portarmi dentro il ministero.
Da giovane ero profondamente credente e andavo regolarmente in chiesa, cosa che mi rendeva piuttosto unico tra i miei amici. Col tempo, osservando i modi in cui la religione emergeva nelle conversazioni — nelle immagini, nelle metafore, nelle domande e nelle storie con cui ci definivamo — mi sono accorto che molte persone trans intorno a me erano persone di fede.
Eppure, una lunga storia di persecuzioni e di intolleranza le aveva portate ad allontanarsi dalla religione organizzata. La maggior parte non parlava affatto della propria vita spirituale — né con altri né con nessuno in particolare.
Ho visto una forma di solitudine particolare, un desiderio profondo e una sete di un ministero che sapesse prendersi cura di queste ferite e aprire nuovi cammini di guarigione. In quel riconoscimento ho cominciato a discernere la mia chiamata al ministero: un ministero che costruisse ponti tra le comunità trans e le comunità religiose.
Suor Derouen ha scritto e parlato meravigliosamente della nostra responsabilità di credere alle persone quando ci dicono chi sono, dell’importanza della dignità e dell’integrità nella vita delle persone trans, del profondo lavoro interiore che avviene quando qualcuno scopre chi è e chi è chiamato a diventare, e della relazione tra la transizione di genere e la formazione spirituale.
A partire da queste basi, desidero offrire alcuni suggerimenti pratici per accompagnare spiritualmente le persone transgender.
- Superare le barriere
Dobbiamo riconoscere le ferite che le tradizioni religiose, compresa la Chiesa cattolica, hanno spesso inflitto nella vita delle persone transgender, specialmente quando ci presentiamo come rappresentanti di queste tradizioni.
Come cappellano ospedaliero entro spesso in stanze in cui i pazienti o le famiglie non hanno chiesto il mio intervento, ma ne avrebbero certamente bisogno. Ho pochissimo tempo per conquistare la loro fiducia, prima che decidano se “lasciarmi entrare” — sia letteralmente che metaforicamente.
Se le persone hanno già subito ferite da parte di chi si è presentato come rappresentante della Chiesa, non hanno motivo di aspettarsi da me qualcosa di diverso. È probabile che abbiano eretto solide barriere di difesa.
Non basta presentarsi ed essere gentili, usare un linguaggio inclusivo e rispettare nomi e pronomi — per quanto sia un punto di partenza importante. Dobbiamo riconoscere il male che è stato fatto, collocarci rispetto a quelle ferite ancora aperte, condannare ogni abuso e affermare esplicitamente la dignità delle persone trans.
Solo così, attraverso un cammino onesto e trasparente, possiamo dimostrare di essere degni di fiducia e cominciare a prenderci cura spiritualmente delle persone.
- Considerare il contesto
La nostra cura non avviene mai nel vuoto. Oltre al contesto religioso in cui viviamo, c’è anche quello politico. L’attuale clima negli Stati Uniti è particolarmente ostile verso le persone transgender.
Indipendentemente dal voto o dal luogo di residenza, le notizie quotidiane spesso riversano un flusso di messaggi che mettono in discussione il diritto stesso delle persone trans a esistere, con effetti devastanti sullo spirito.
Un paziente trans in ospedale mi ha confidato quanto fosse difficile mantenere la speranza e quanto si sentisse “spiritualmente stanco”.
Credo che la maggior parte delle persone trans in America oggi si senta così: stanca spiritualmente, perché è logorante dover difendere ogni giorno il proprio diritto a vivere.
Eppure, nonostante la fatica, continuiamo a rialzarci, a vivere la vita per cui siamo stati creati, a prenderci cura gli uni degli altri, a ritagliare spazi affinché le generazioni future non debbano vivere con la stessa paura.
Le persone trans sono incredibilmente resilienti, e le loro comunità hanno generato alcune delle forme più autentiche di amore per il prossimo che io abbia mai visto. Ma anche loro hanno bisogno di luoghi di ristoro, dove lo spirito possa essere nutrito e rinnovato.
- Essere connessione
La spiritualità è relazione, ed è spesso attraverso la connessione che curiamo lo spirito. Molti strumenti di valutazione spirituale si concentrano proprio su questo, ma uno dei miei preferiti si rifà al comandamento di Gesù: amare Dio con tutto il cuore, la mente e l’anima, e amare il prossimo come se stessi.
Le persone trans sono spesso molto connesse con se stesse, perché hanno dovuto affrontare il lavoro difficile di riconoscere e accettare la propria verità, fondandosi sull’autenticità.
Alcune sono anche profondamente connesse con Dio — o con qualunque nome diano al sacro —, anche se questo dipende molto da ciò che è stato loro insegnato a credere su Dio. Quando si tratta della relazione con gli altri, però, spesso emergono ferite e disconnessioni, soprattutto con la comunità religiosa.
Qui il nostro compito è particolarmente prezioso: aiutare a ricostruire legami, favorire esperienze di comunità, ricordare che nessuno è davvero solo nel proprio cammino spirituale.
- Restare accanto e prendere posizione
Non basta camminare accanto alle persone, occorre anche alzare la voce in loro favore. Non solo perché lo chiedono la giustizia e la compassione, ma anche perché la voce di un ministro religioso può avere un peso speciale all’interno dei sistemi sanitari cattolici.
Abbiamo la possibilità e il dovere di usare la nostra autorità pastorale per sostenere la dignità delle persone trans, individualmente e collettivamente, e per far sì che ricevano il rispetto e la cura che meritano.
- Riconoscere i doni
Non sempre sapremo quali persone nelle nostre cure siano trans o abbiano familiari trans. Molti non lo diranno, per timore di come reagiremo. Quando qualcuno trova il coraggio di condividere questa parte di sé, dobbiamo accoglierla come un dono.
Essere in grado di guardare una persona trans e riconoscerla come persona intera, vedere i suoi doni — inclusi quelli che nascono proprio dall’esperienza trans — e apprezzare come questi arricchiscano la sua vita e quella del mondo, è uno degli atti più profondi di cura spirituale che possiamo compiere.
- Accogliere anche la buona notizia
Si parla molto delle difficoltà che le persone trans vivono, e purtroppo è facile soffermarsi solo sulle ferite. Ma non è tutta la storia. Le vite trans sono piene anche di amore, speranza, fede, senso e gioia. In questo lavoro sacro siamo chiamati a piangere con chi piange, ma anche a gioire con chi gioisce.
La nostra cura spirituale sarebbe incompleta se non lasciasse spazio anche alla celebrazione della gioia trans.
Prenderci cura dell’anima di una persona transgender significa vedere con chiarezza sia le ferite che la bellezza, affermarne il valore e confidare nella saggezza che essa porta dalla propria esperienza spirituale.
La vita dello Spirito non è mai stata spezzata dalle ferite subite dalle persone trans, neppure dai rifiuti ricevuti da parte di leader religiosi. Dio continua a vederle, ad amarle, a chiamarle ad essere se stesse.
Come ricorda la Prima Lettera di Giovanni: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1 Giovanni 3,2). Siamo già figli amati di Dio, ma siamo anche in continuo divenire.
Testimoniare la fede delle persone trans è stato per me un dono trasformante, che ha reso la mia vita migliore. Spero che possa esserlo anche per voi.
*Jamez Terry è cappellano presso il Providence Alaska Children’s Hospital di Anchorage. Da oltre vent’anni accompagna le persone transgender e le loro famiglie nella cura spirituale e pastorale.
Testo originale: Six Practical Suggestions for Spiritual Care of Transgender Persons

