Selene Zorzi e la fede come soglia per i corpi, il genere e la teologia
Intervista di Elisa Belotti*, pubblicata su Bondings 2.0, il blog di New Ways Ministry (Stati Uniti), il 17 agosto 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Selene Zorzi* è una teologa cattolica italiana che ha partecipato all’incontro online “La pratica della soglia e la relazione tra corpo e fede”, organizzato da Vite Nuove, rete nazionale di genitori cristiani con figli e figlie con varianza di genere, sostenuta da La Tenda di Gionata, associazione cattolica italiana impegnata nell’accompagnamento delle persone LGBT+ e delle loro famiglie.
La ricerca di Zorzi si concentra sulla teologia spirituale, l’antropologia teologica e la patrologia. Si è laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, ha conseguito il baccalaureato in Teologia e il dottorato in Storia della Teologia presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma. Ha insegnato in diverse università pontificie ed è membro del Coordinamento Teologhe Italiane.
Elisa Belotti, per Bondings 2.0, l’ha intervistata per approfondire alcuni dei temi affrontati durante l’incontro: il rapporto tra fede e corpo e, soprattutto, ciò che le esperienze delle persone che vivono ai margini della Chiesa – in particolare le persone trans – possono offrire alla teologia cattolica.
Nel tuo intervento hai proposto l’immagine della soglia come luogo di passaggio, incontro e trasformazione. Perché la consideri una prospettiva così importante per comprendere oggi la fede cattolica, soprattutto per quelle persone, come quelle LGBT+, che spesso si trovano ai margini della Chiesa?
Selene Zorzi: La soglia è un’immagine molto potente. Oggi ritorna in molte riflessioni e io la considero un vero segno dei tempi. La soglia non è né dentro né fuori: è il luogo nel quale comprendiamo che ogni discorso sull’identità che pretenda di essere assoluto finisce in un cul-de-sac, in un vicolo cieco, proprio come una stanza senza porta.
È il luogo dove l’incontro diventa possibile proprio perché nessuna delle due parti pretende di possedere tutta la verità.
Abbiamo un bisogno assoluto di soglie, altrimenti tutto diventa una prigione. Nella tradizione biblica le soglie sono luoghi teologicamente molto ricchi: la tenda di Abramo aperta ai tre stranieri, gli stipiti delle porte segnati con il sangue nell’Esodo, Cristo che nel Vangelo si presenta come la porta. Sono tutti luoghi di passaggio nei quali Dio si rende presente proprio attraverso l’attraversamento.
Credo profondamente che la struttura della vita spirituale sia fatta di cammino, crescita, sviluppo, attraversamento, passaggio. La soglia è un altro nome della Pasqua.
Per la fede cattolica di oggi questa immagine diventa decisiva, perché la Chiesa ha collocato molte persone ai margini: le donne, le persone LGBT+, ma anche chi è incerto, chi dubita, chi è inquieto, chi è agnostico o semplicemente cerca ponendosi molte domande.
La soglia permette invece di ripensare la loro posizione. Basta con gli anatemi e con le esclusioni definitive!
Paradossalmente, proprio la posizione di chi sta sulla soglia può diventare il punto più fecondo da cui ripensare l’intera comunità. Chi vive sulla soglia, spesso perché vi è stato spinto, possiede una prospettiva che chi si trova al centro non può avere.
Prendere sul serio la soglia significa smettere di pensare alla fede come a un territorio da difendere o alla Chiesa come a una fortezza costruita su una collina. Significa cominciare a pensare la fede come una pratica dell’incontro, che si rinnova e si arricchisce ogni volta che qualcuno bussa alla porta, e la Chiesa come una casa capace di accogliere chi si trova proprio davanti a quella porta.
Ci ricordi che il cristianesimo è una religione profondamente legata al corpo. Eppure la tradizione ha spesso sviluppato una teologia “disincarnata”, o almeno una teologia che ha avuto difficoltà a confrontarsi con la sessualità e con l’identità di genere. Come si è creata questa distanza? E da dove dovrebbe partire oggi una teologia che voglia prendere davvero sul serio il corpo?
Credo che il cristianesimo sia, tra tutte le religioni, quella che prende più seriamente l’incarnazione. Tutto comincia con un evento scandalosamente corporeo: un Dio che si fa carne, che nasce, mangia, suda, soffre e muore. Anche la risurrezione è un’affermazione sul destino del corpo.
Eppure gran parte della teologia occidentale ha rimosso il corpo, trattandolo come un problema da disciplinare piuttosto che come un luogo di rivelazione.
Questa distanza si è sviluppata attraverso secoli di pensiero che hanno privilegiato l’anima rispetto al corpo, la ragione rispetto alla percezione, l’ordine rispetto al desiderio. È un’eredità che affonda certamente le sue radici nella filosofia greca, ma anche in successive scelte teologiche che – permettetemi di dirlo – sono state elaborate da una prospettiva prevalentemente “maschile” e hanno associato il corpo e la sessualità più al peccato che alla grazia.
È una riflessione che sembra partire da persone a disagio nell’abitare il proprio corpo e da chi comprende la sessualità soprattutto in termini predatori.
Naturalmente, la riflessione sull’identità di genere è una questione recente, assente dal modo di pensare dell’antichità e quindi anche dalla Bibbia.
Ma, nonostante il cuore stesso della fede sia centrato sul corpo, la teologia cattolica continua a fare fatica a parlare dell’incarnazione se non in termini astratti, senza confrontarsi con i corpi reali, con una sessualità vissuta anche nella sua dimensione gioiosa e con l’identità di genere. In altre parole, con l’esperienza concreta di abitare un corpo che non sempre corrisponde alle categorie che sono state stabilite.
Una teologia che voglia prendere sul serio il corpo dovrebbe partire proprio dall’ascolto delle esperienze reali, comprese quelle dei corpi che la tradizione ha ignorato o condannato.
Una simile teologia recupererebbe l’incarnazione come pratica quotidiana di attenzione e vicinanza alle persone e alle loro esperienze vissute, che sono sempre corporee e sessuate.
In questo modo dimostreremmo di credere davvero che il corpo è il luogo nel quale Dio continua a rendersi presente.
Nei dibattiti ecclesiali le persone trans vengono spesso presentate come una “sfida” per la teologia. Tu suggerisci invece che possano offrire qualcosa di prezioso alla nostra stessa comprensione della fede. Che cosa può imparare la Chiesa ascoltando le esperienze delle persone trans?
Selene Zorzi: La teologia cattolica ha sempre proclamato l’unità inseparabile di corpo e spirito, fino al punto di ammettere anche interventi medici sulle persone intersessuali con l’intento di ristabilire una coerenza di questa unità.
Eppure, quando ci troviamo davanti a un’identità di genere che non coincide con il corpo ricevuto, quella stessa unità viene negata. È un’incoerenza che la teologia deve avere il coraggio di riconoscere.
Le persone trans, infatti, vivono spesso in maniera consapevole e riflessiva qualcosa che riguarda tutti noi, ma che la maggior parte delle persone non è mai costretta a mettere in discussione: il rapporto tra il corpo che abitiamo, l’identità che sentiamo di avere e le categorie che la società – e anche la Chiesa – ci attribuiscono dall’esterno.
Nessuno di noi è esente da una domanda di questo tipo. Le donne l’hanno vissuta e vi hanno riflettuto più degli uomini, ma neppure gli uomini ne sono immuni. Proprio il modello di mascolinità che la società propone agli uomini diventa, per molti – e non soltanto per gli uomini gay – una vera e propria prigione.
C’è poi un’esperienza più generale, comune a tutti: quella della distanza tra il nostro io e il nostro corpo. La sperimentiamo nello sport, nella malattia, durante la crescita, nella convalescenza, persino quando siamo a dieta! Ogni volta, cioè, che sperimentiamo un corpo che non risponde completamente a ciò che vorremmo.
Le persone trans vivono questa distanza in modo particolarmente consapevole e questo permette loro di dire alla teologia qualcosa che l’esperienza “tranquilla” di chi non ha mai dovuto mettere in discussione se stesso non riesce a dire: l’identità personale e l’armonia con il nostro corpo non sono qualcosa che si acquisisce una volta per tutte. Sono un cammino, un continuo attraversamento.
Se prendiamo sul serio la Genesis (Genesi), dove l’essere umano viene creato a immagine di Dio prima che vengano stabilite le categorie binarie del genere, allora l’esperienza trans può aiutarci a comprendere che l’identità non è semplicemente qualcosa che ci viene dato una volta per tutte, ma è un processo, un continuo divenire.
Ed è proprio così che la tradizione cattolica ha sempre compreso anche la vita spirituale: come un processo permanente di conversione.
Le grandi figure bibliche della fede stanno sempre sulla frontiera: Abraham (Abramo), che si mette in cammino; Moses (Mosè), che attraversa il confine senza entrare nella Terra Promessa; Ruth (Rut), la straniera che diventa madre d’Israele; Jesus (Gesù), con il suo corpo che cambia – trasfigurato, sfigurato, risorto in una forma nuova –, solo per fare alcuni esempi.
La fede stessa è transizione: un movimento che ci porta fuori da noi stessi verso l’alterità. Persino le persone divine della Trinity (Trinità) hanno un’identità costituita dal loro essere in relazione reciproca.
Credo che la Chiesa abbia molto da imparare, se soltanto fosse disposta ad ascoltare invece di limitarsi a giudicare.
Ascoltare le persone trans significa imparare nuovamente a pensare la fede come un cammino aperto, fatto di soglie che devono essere continuamente attraversate.
Le persone trans non sono un problema da risolvere, ma membra che aggiungono al Corpo di Cristo ciò che una teologia pensata dal centro non è ancora riuscita a dire. Fanno parte dell’esperienza della Chiesa e la arricchiscono.
* Elisa Belotti è collaboratrice di Bondings 2.0, il blog di New Ways Ministry (Stati Uniti), dove figura tra le redattrici che si occupano di attualità e delle esperienze delle persone LGBT+ nella Chiesa cattolica (New Ways Ministry, 2026).
** Selene Zorzi è teologa cattolica italiana. Si occupa in particolare di teologia spirituale, antropologia teologica e patrologia; ha insegnato in diverse università pontificie ed è membro del Coordinamento Teologhe Italiane (New Ways Ministry, 17 agosto 2026).
Testo originale: Faith As a Threshold: Bodies, Gender, Theology

