Selene Zorzi: “La pratica della soglia e il rapporto corpo/fede”
Intervento tenuto dalla teologa Selene Zorzi* nell’incontro online “La pratica della soglia e il rapporto corpo/fede” (13 aprile 2026) promosso dal gruppo “Vite Nuove – Famiglie Cristiane in Transizione” col supporto de La Tenda di Gionata. Trascrizione dei volontari del Progetto Gionata non rivista dell’autrice
Nella teologia cristiana il corpo assume una centralità enorme, come forse in nessun’altra religione. Tuttavia la tradizione ci ha consegnato una teologia senza sesso, asessuata, spiritualizzata.
Vorrei riflettere con voi su come la fede sia un’esperienza di soglia, e di come questo essere sulla soglia diventi una postura spirituale.
Nel corso di quattro passaggi vi chiederò di riflettere su voi stessi e vi farò delle domande perché possiate rendere questo percorso più pratico ed esperienziale. Iniziamo dalla soglia come luogo autentico dell’incontro.
LA SOGLIA
Ricordo una frase tratta dal film Matrix, ma presente in tutte le religioni e in molti filosofi: il maestro può solo mostrarti la soglia, ma sei tu che devi attraversarla.
Ci sono molti modi di chiamare il limite: muro (barriera fisica che isola), confine (zona rigida, giuridica, che separa e blocca – pensiamo ai confini tra nazioni e all’esperienza drammatica dei migranti), margine (parte estrema di un foglio, zona secondaria), frontiera (terra di nessuno, zona di contatto geografico dove si scambia, ma non si appartiene né a qua né a là). Il varco è un limite che indica l’uscita da un luogo chiuso; l’estremità è il punto più lontano.
Sono tutte modalità di dire la stessa cosa con prospettive diverse. Molti filosofi del linguaggio ci dicono che usare una parola piuttosto che un’altra è un modo di abitare una situazione interiore.
Voi avete scelto “soglia”. La soglia dice passaggio, attraversamento, permeabilità: se non ci fosse possibilità di attraversarla, non sarebbe soglia. Essa custodisce i limiti, determina due realtà differenti ma vicine e chiama ad oltrepassare. È un limite dinamico.
Approfondiamo le parole: il termine latino limen indica il passaggio, l’ingresso verso l’oltre, ma soprattutto lo stato personale della trasformazione – passare quella riga significa trasformarsi interiormente.
Quel limite è un punto d’incontro tra due realtà, permeabile: nella soglia circola vita e relazione tra alterità. La soglia è il “tra”, l’essere in mezzo, e fa coesistere le differenze. Per ogni passo vi proporrò un riferimento biblico: l’ospitalità di Abramo – i tre che si rivelano essere Dio rimangono sulla soglia della tenda, non entrano, eppure è una teofania.
Dall’altra parte c’è il limes, che indica il confine come delimitazione statica: devo difendere la parte di qua, non c’è bisogno di comunicare con l’altra parte. Il confine blocca, separa, nega; superarlo diventa una violazione, ci si trova in altre culture, altre leggi.
La soglia è invece luogo del benvenuto: quando apriamo la porta di casa ci si saluta, ci si abbraccia, si chiede permesso, si dice “prego”. La soglia nomina uno spazio, indica un dentro e un fuori, ma soprattutto come abitiamo l’alterità.
L’alterità non fa paura, non appartiene né al dentro né al fuori: è il luogo della relazione, dove circola aria, vita, movimento. È il luogo della coesistenza delle opposizioni e delle diversità, un luogo dinamico.
Incontrare il limen (un passaggio) significa diventare autentici: essere sulla soglia, aspettare, attendere. Tutto ciò rimanda a una decisione.
Noi esseri umani siamo situati geograficamente, storicamente, in un corpo, in una sessuazione che è anche un limite. Ma il limite non è solo negazione: è l’inizio di una possibilità. “Esistere” (exsistere) significa “stare fuori”: essere situati per poi partire verso un progetto, uscire da sé, crescere, andare verso l’altro, maturare.
Incontrare la soglia significa incontrare i propri limiti, ma anche cambiamento, desiderio, invito all’oltre. Nessuna esperienza umana, per quanto situata, può non muoversi: sarebbe la morte.
Parto dalla mia esperienza monastica. Entrare in monastero ha comportato trovare affetti, un’identità, sentirsi inclusi, lasciare qualcosa fuori. La clausura, originariamente luogo del noi e dell’intimità, può diventare asfissia, uniformità, blocco: non più custodia ma muro. I muri della clausura femminile, nati per protezione, possono diventare prigione, rompere i rapporti con l’esterno.
Allora il limite non valorizza più l’intimità, ma divide: il cittadino (che ha vita) dallo straniero (che è fuori, “morte” tra virgolette). Questa esperienza umana può ripetersi in altre situazioni. Essere al limite significa a volte arrivare a situazioni limite e decidere se andare oltre.
La decisione non è facile: essere sulla soglia implica sempre una scelta, per questo è il luogo dell’autenticità.
Si può attendere sulla soglia per riflettere, oppure attraversare la soglia e mettersi in trasformazione (dal noto al non noto), oppure restare sulla soglia senza che questo sia problematico – la soglia rispetta questa possibilità.
Offro alcuni testi biblici. La soglia può essere luogo dell’esperienza del sacro. In Esodo 3,5 Mosè, davanti al roveto ardente, sente: “Togliti i sandali, perché il luogo che calpesti è santo”. Sulla soglia ci si toglie i sandali, gesto di rispetto e vulnerabilità. Mosè non entra nel sacro, ma il sacro lo raggiunge attraverso la soglia. Già l’essere sulla soglia può essere esperienza di Dio.
L’altra parola biblica è ospitalità: sulla soglia l’io incontra il tu e ne accetta l’alterità. “Chi sei?” implica il riconoscimento dell’altro. Nell’ospitalità non elimino le differenze, le tengo aperte: ospito l’altro in quanto diverso.
Dio spesso si presenta come ospite travestito da forestiero. L’incontro avviene sempre sulla soglia, mai al centro. Pensate a Mosè e Dio, ai discepoli di Emmaus che non riconoscono il Gesù straniero.
Due testi ancora: in Esodo – il segno sulla soglia divide divide chi morirà da chi rimane vivo; l’angelo del Signore passa oltre se vede il segno. Sulla soglia si riconosce l’altro, si riconosce l’identità del diverso. E infine Genesi 18 in cui il Signore appare ad Abramo mentre siede all’ingresso della tenda; Abramo corre incontro.
Abramo siede sulla soglia, attende, è aperto all’altro: l’ospitalità diventa teofania. Dio viene travestito da forestiero, lo si riconosce dopo. L’incontro con l’altro avviene sempre sulla soglia, mai al centro, almeno nei testi biblici.
(…) Vi chiedo: provate a scrivere una parola che nomini l’esperienza di soglia. Quando hai scelto di attraversare, aspettare o restare immobile: come si chiama la tua soglia?
IL CORPO
Secondo punto. Il corpo è il luogo privilegiato della rivelazione cristiana. Parliamo di incarnazione, di trasfigurazione (il corpo di Cristo che rivela), della croce (sfiguramento) e della resurrezione. Il corpo diventa testo teologico vivente. In nessun’altra religione il corpo ha tanta importanza. “Il Verbo si fece carne” (Gv 1,14): carne significa fragilità, creaturalità nel suo aspetto debole e limitante. A differenza del platonismo (anima immortale più corpo), il corpo non è un contenitore dell’anima, ma il luogo in cui il divino si rivela. È un dato, un dono, e anche un punto di partenza: non è statico, non è essenzializzato nella tradizione cristiana.
C’è stata (sul corpo) una lettura patriarcale e conservatrice, ma una lettura teologica approfondita mostra che la fede cristiana è radicalmente corporea, e questo corpo si trasforma.
Oggi la cultura dice: “Io sono il mio corpo”. Siamo usciti dal dualismo secolare (corpo e anima come cose diverse). Tuttavia il corpo non è mai semplicemente un “me”. Faccio un esempio: da giovane sportiva mi identificavo totalmente con il mio corpo, potevo fargli fare qualsiasi cosa. Poi, invecchiando, il corpo non risponde più.
C’è una diffrazione. Anche nella crescita: i ragazzini che in tre mesi diventano due metri non riescono a controllare il corpo. Nel dolore, nella malattia, il corpo si fa altro da me. Io stessa ho avuto esperienze di bulimia, in cui non controllavo il mio corpo. Si può abitare il corpo con calma, ma non sempre, ed è esperienza comune.
Ma non tutti i modi di far esprimere il proprio corpo esprimono me stessa: se mi vesto con tacchi 12 e minigonna mi sento a disagio, mentre ho bisogno di vestiti che si adattino a me.
Ognuno ha la sua espressione di genere. Il corpo costruisce l’io e viceversa. Abbiamo una storia di esperienze corporee (incontri, amori, relazioni sportive e sessuali) che costruiscono l’identità.
L’identità di genere chiede riconoscimento del proprio corpo, perché la diffrazione abita l’essere umano; abbiamo bisogno, tramite il corpo, di essere visti, accolti, rispettati, anzitutto da noi stessi. Questa è esperienza comune, e in modo ferente anche di una persona trans.
La teologia proclama l’unità inscindibile di corpo e spirito. Tanto che si accetta l’intervento medico sugli intersessuali per normalizzare il binarismo sessuale.
Ma poi rimangono diffrazioni nella teologia e nella posizione della Chiesa: si nega la stessa unità corpo-spirito a chi ha un’identità di genere che non corrisponde al corpo ricevuto.
Negare il corpo vissuto significa negare la persona nella sua integralità, proprio perché la teologia cristiana afferma l’integralità di corpo e spirito.
L’incontro con l’altro avviene sempre tramite il corpo, anche con Cristo. In Luca 24, i due (discepoli di Emmaus) sono in cammino, parlano con uno sconosciuto, e quando sono vicini al villaggio Gesù fa come se dovesse andare più lontano.
Tutti i personaggi biblici sono in transizione: Abramo (“parti”), così Gesù e Paolo. I discepoli insistono: “Resta con noi”, fanno entrare Gesù in casa. Tramite il gesto del pane spezzato si aprono a loro gli occhi e lui sparisce.
Il Risorto è riconoscibile solo sulla soglia: della sera, della casa, del gesto. Il corpo glorioso si rivela nella condivisione, ma è un corpo diverso, presente e oltre. La fede stessa nasce sulla soglia, nell’istante del trapasso.
(…) Domanda: nominate un’esperienza in cui avete sentito la distanza tra voi e il vostro corpo.
IL SESSO
Ora: cosa dice la teologia cristiana del corpo e del sesso? Abbiamo ereditato una teologia schizofrenica: sessualità spiritualizzata da un lato, sesso quasi negato se non per la procreazione.
La Bibbia non conosce il concetto moderno di sessualità (nato nel Novecento) e non ha un’unica visione sul sesso. Certo c’è “a immagine di Dio li creò, maschio e femmina” (Gen 1,27): ma non significa che esistano solo due sessi, ma che tutti gli esseri umani, maschi e femmine, sono a immagine di Dio – una democratizzazione del divino (contro culture che riservavano l’immagine di Dio al faraone o al re). Tutti sono a immagine di Dio, in qualsiasi corpo.
La tradizione cristiana ha acquisito la visione arcaica (greco-romana) per cui il sesso è finalizzato alla procreazione.
Ma Genesi 2 non parla di figli: Adamo ed Eva – la costola di Adamo – indicano la relazione. L’idea che i due sessi siano fatti per la relazione, che la sessualità abbia un aspetto relazionale, è presente nella Bibbia, ma le letture successive sono state condizionate da altre culture e tradizioni.
L’immagine di Dio maschio e femmina, per secoli (e ancora oggi) ha fatto fatica a riconoscere le donne pienamente a immagine di Dio, per non parlare degli altri corpi.
La teologia cristiana, nonostante una teologia del corpo intensa, non ha approfondito la sessualità come costruzione della relazione e dell’amore. La teologia tradizionale ha dimenticato che la sessualità costruisce relazioni autentiche.
Solo il Vaticano II ha affermato che i gesti propri dell’amore edificano la relazione di coppia. Spesso certi corpi, in primis le donne, sono stati esclusi non solo dalla produzione del pensiero ma anche dalla piena cittadinanza nella Chiesa.
Il discorso su Dio ha spiritualizzato il desiderio erotico, non ha abitato il corpo. Pensate ai commenti al Cantico dei Cantici: l’anima come sposa che desidera Dio, un effluvio di metafore sessuali (del Cantico dei Cantico) riferite però all’anima.
Questa teologia astratta oggi non parla all’esperienza concreta delle persone, che hanno riscoperto la positività e la bellezza della sessualità (soprattutto dopo il ’68).
Serve una teologia che parta dalla carne, dalla vulnerabilità, dall’amore incarnato. Dobbiamo superare i dualismi corpo-anima, maschile-femminile, sacro-profano, e decostruire le identità fisse.
Siamo soggetti nomadi: cambiamo in continuazione, senza dissolvere le identità ma rendendole permeabili. Il desiderio è una forza spirituale e corporea. Abita il nostro corpo.
Chi abita la soglia può vedere ciò che dal centro non si vede. I magisteri e i teologi di professione, vivono dentro una gabbia, dal centro forse perdono qualcosa della teologia. (…)
Domanda: individua qualcosa di tuo che la teologia non ha saputo accogliere e che forse le serve.
Ultimo passo. La fede è una soglia, una postura spirituale autentica. La fede autentica sa incrinarsi, non ha certezze impermeabili; è una tensione viva. Non è la risposta a tutte le domande, ma la capacità di stare nelle domande e di riconoscere Dio come altro. Deve allargarsi, contenere dubbio e alterità. I Padri della Chiesa e i mistici dicono: “Se lo conosci, non è Dio”; quando lo vedi, vedi tenebre, perché Dio è totalmente altro. Stare nell’incertezza non è mancanza di fede, è la postura che Dio ci chiede: stare sulla soglia rispetto a ciò che non conosciamo e che ci mette in dubbio.
La fede non abita al centro: la Bibbia mostra che Dio arriva dai margini, dagli ultimi, rivoluziona la storia – non imperatori o re, ma donne, ultimi, fratelli dimenticati.
I percorsi di fede: di Abramo (“che partí”), di Mosè (che attraversa confini per giungere sulla soglia della terra promessa: “la vedrai ma non entrerai”), di Ruth (straniera che diventa madre di Israele), di Gesù (corpo cangiante, trasfigurato, sfigurato, riconfigurato nella resurrezione). Sono tutte figure di frontiera, di uscita, di attraversamento perche la fede ci accompagna nella transizione.
Il salmista dice: “Meglio stare sulla soglia della casa del mio Dio che abitare nelle tende dei malvagi” (Sal 84,11). La soglia non è mai provvisoria, ma una postura che viene scelta.
Il salmista non chiede di stare al sicuro nel tempio, ma di restare sulla soglia – né dentro né fuori – in ascolto, attesa, apertura all’altro. Solo la soglia riconosce l’altro in quanto tale, senza assimilarlo.
Un altro brano Cristo dice: “Io sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io verrò da lui e cenerò con lui” (Ap 3,20). Cristo non entra ma bussa; Dio chiede sempre il permesso, non sfonda le porte, si ferma sulla soglia e aspetta. La relazione nasce solo quando l’altro apre. Dio sceglie la posizione vulnerabile sulla soglia.
Infine, la parabola del padre misericordioso (Lc 15). Il padre non aspetta che il figlio varchi la soglia: la abbatte con il suo corpo, corre, abbraccia, bacia. L’amore supera ogni legge, perché la grazia precede il nostro ritorno.
E Gesù come porta (Gv 10). Nel lezionario dell’anno A, le teologhe italiane hanno prodotto delle omelie; che io ho predicato su come “Cristo Porta”. Gesù si propone come porta delle pecore: il guardiano passa dalla porta, non come i ladri che entrano da altre parti.
Questa porta si apre per far uscire al pascolo. Spesso pensiamo alla porta per far entrare, ma Cristo è una porta che permette di uscire: il desiderio di vita spinge ai pascoli. La porta custodisce quando fa freddo, ma fa uscire quando c’è bisogno di mangiare e di stare all’aria aperta.
La fede deve superare i dualismi (corpo-anima, certezza-dubbio, dentro-fuori). Il desiderio che attraversa il corpo è la forza spirituale che si spinge verso l’oltre.
Poiché la fede non è possesso della verità ma cammino, possiamo fare esperienza di Dio anche dai margini, dalle frontiere, non dai centri di potere. La fede è la posizione privilegiata di chi guarda la realtà dall’esterno, senza gli schermi e le sovrastrutture del centro.
Domande: come immagini il tuo cammino di fede? Come una porta chiusa, aperta, socchiusa, una soglia? Dove ti trovi?
Come la fede può aiutare a leggere e arricchire un’esperienza trans? La fede come transizione è una uscita da sé verso l’alterità. E come un’esperienza trans arricchisce la teologia? Può dire qualcosa alla fede, che è stata interpretata dal centro e forse non ha detto tutto?
Il testo biblico ci ricorda che ciascuno di noi deve completare ciò che manca all’esperienza di Cristo.
Se siamo corpo di Cristo – lui è il capo, noi il corpo – e possiamo sempre aggiungere qualcosa al grande corpo mistico, al corpus totum (come diceva sant’Agostino), di cui ciascuno è membro.
(…) Questo resta un luogo di soglia dove (tutti) possiamo incontrarci.
* Selene Zorzi è una teologa italiana specializzata in teologia spirituale, antropologia teologica e patrologia, con laurea in Filosofia (Roma Tor Vergata), baccellierato in Teologia (S. Anselmo) e dottorato in Storia della Teologia. Ha insegnato in diversi atenei pontifici ed è membro del Coordinamento Teologhe Italiane. Tra le opere principali: Desiderio della bellezza da Platone a Gregorio di Nissa (2007), Il Genere di Dio (2017), Sorelle tutte (2021), è co-autrice di Ogni giustizia. Con voce di donna. Omelie per l’anno A, a cura del Coordinamento Teologhe Italiane (2025).

