Si può essere cattoliche e femministe?
Articolo di Julie Hanlon Rubio, pubblicato sul sito della Santa Clara University (Stati Uniti) il 18 marzo 2024. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Il nuovo libro di Julie Hanlon Rubio, Can You Be a Catholic and a Feminist? (Oxford University Press, 2024), pone una domanda che risuona profondamente tra molte donne cattoliche di oggi: “Si può essere cattoliche e femministe?”
Le prime generazioni di femministe cattoliche, negli anni Settanta, avevano già dato la loro risposta a questa domanda, ma, come osserva Rubio, quelle risposte oggi appaiono sempre più insufficienti.
Molte donne e uomini cattolici continuano a dire: “È la mia Chiesa e non la lascerò”, oppure: “Il cambiamento avverrà solo se persone come me resteranno e lotteranno”, o ancora: “L’impegno della Chiesa per la giustizia sociale è più importante dei temi che mi toccano come femminista”.
Eppure, dopo l’ondata dei movimenti #MeToo e #ChurchToo, e mentre la Chiesa cattolica appare spesso scollegata dalle lotte per la giustizia razziale e per l’inclusione delle persone LGBTQ+, queste risposte sembrano ormai non bastare più. Oggi le tensioni tra cattolicesimo e femminismo sono più visibili che mai, e il legame con le comunità cattoliche si è indebolito. Riuscirà il femminismo cattolico a sopravvivere?
In occasione del Mese della Storia delle Donne e dell’uscita del suo nuovo libro, abbiamo incontrato la professoressa Rubio, che è anche preside associata della Jesuit School of Theology della Santa Clara University, per discutere di questi dilemmi e per cercare insieme vie autentiche di appartenenza alla Chiesa come cattoliche e come femministe.
Come è nato questo libro e a chi è rivolto?
Come teologa cattolica, ho cominciato a notare che le femministe cattoliche stavano diventando sempre più rare. Per alcune cattoliche, il femminismo stava diventando difficile da conciliare con la fede; per altre, invece, era il cattolicesimo a risultare sempre più problematico.
Mi sono resa conto che questo tema non era stato affrontato in modo serio da venti o trent’anni, e nel frattempo erano accadute tante cose: dal rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania sugli abusi nella Chiesa cattolica alle discussioni su identità di genere e persone LGBTQ+. Sentivo il bisogno di scrivere un libro che parlasse allo stato attuale della Chiesa cattolica.
Il mio pubblico ideale è composto da coloro che si trovano nel mezzo: tra chi pensa che la Chiesa non abbia bisogno del femminismo e chi, essendo femminista, ha ormai lasciato la Chiesa e non vuole più confrontarsi con essa. Credo che questo gruppo intermedio sia molto numeroso.
Per me è fondamentale chiarire cosa significhi “appartenere” alla Chiesa cattolica e perché valga la pena restarvi. È la domanda chiave, e nel libro la riassumo con un’espressione: “appartenenza consapevole”.
Cosa significa “appartenenza consapevole”?
Vuol dire che partecipo alla vita della Chiesa perché desidero attingere alla sua sapienza, perché voglio essere parte di questa comunità. Ma questo non implica che resti in silenzio o che smetta di vedere i problemi.
Come dice suor Sandra Schneiders, IHM, la prima donna (e la prima non gesuita) ad avere ottenuto la cattedra alla Jesuit School of Theology: “Non ho mai pensato che appartenere significasse essere d’accordo su tutto… Io resto, e continuo a parlare.”
Mi viene in mente anche suor Thea Bowman, che ha parlato con forza della necessità di una Chiesa più accogliente per i cattolici neri, viaggiando per anni in tutto il Paese per dirlo e arrivando persino a rivolgersi profeticamente ai vescovi statunitensi. Era profondamente radicata nella tradizione cattolica, ma non ha mai rinunciato alle proprie convinzioni.
Un altro punto per me fondamentale era evitare di scrivere un libro “da femminista bianca”. Il femminismo, infatti, è stato spesso troppo bianco. Ho cercato di dare spazio anche al femminismo nero, a quello latino e a quello asiatico, perché offrono prospettive più ampie e complesse.
Cosa ti convinceva a restare nella Chiesa cattolica?
Molte cose. Nei capitoli in cui parlo di cosa significa essere umani, di lavoro, matrimonio e sessualità, mostro che esistono forti punti di contatto tra cattolicesimo e femminismo. Tuttavia, la visione cattolica è più profonda di quella offerta da molte teorie o filosofie secolari.
Apprezzavo la ricchezza del magistero cattolico su questi temi. So che molti percepiscono questi documenti come un peso, ma per me rappresentano un ancoraggio: una visione che ispira e obbliga, anche quando mette alla prova.
Ci sono momenti in cui, negli spazi cattolici, si intravedono segni di progresso. Penso, ad esempio, all’università di Santa Clara, dove oggi molte donne ricoprono ruoli di leadership: questo ha cambiato e migliorato l’ambiente universitario, ed è un segno di speranza.
Certo, ci sono anche momenti in cui si tocca con mano la profondità dei problemi. Nei capitoli dedicati alla preghiera, al potere, alla vita e al genere, emergono questioni difficili, che mettono alla prova la fede e la pazienza. Spero che il mio libro offra strategie per affrontarle.
In che modo il femminismo e gli studi di genere hanno migliorato la teologia cattolica?
Nel capitolo sul genere, parlo di tre questioni: il trattamento delle persone LGBTQ, il sessismo e i ruoli di genere rigidi, e il tema dell’identità di genere. Tutti e tre sono collegati. Sono temi che fanno molta fatica ai cattolici più giovani, che spesso si chiedono: “Come posso ancora appartenere alla Chiesa?”
È qui che la teologia femminista diventa preziosa, perché mostra come la tradizione cattolica possa aprirsi senza perdere la propria saggezza.
Per decenni si è discusso dell’apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso. Teologi e teologhe hanno lavorato seriamente sulle Scritture e sull’insegnamento cattolico per mostrare come la tradizione possa estendersi alla luce di nuove conoscenze sull’orientamento sessuale e sull’evidenza del bene e della fecondità delle relazioni omosessuali.
In questo senso, il femminismo e la teologia contemporanea hanno davvero contribuito al cambiamento, e personalmente non potrei immaginare di appartenere alla Chiesa cattolica senza questo tipo di riflessione.
Come valutavi gli sforzi di papa Francesco?
Papa Francesco non sembrava intenzionato a modificare la dottrina sull’ordinazione delle donne. Tuttavia, il processo sinodale aveva aperto nuove possibilità, come la discussione sull’ordinazione diaconale femminile, che appariva allora più realistica che in passato. Almeno la conversazione non era più vietata.
Inoltre, c’erano molte posizioni nella Chiesa cattolica che tradizionalmente erano state occupate da sacerdoti, ma non era necessario che lo fossero. Ci si cominciava a chiedere: “Perché una donna non può essere segretaria di questo o di quello?” E papa Francesco aveva permesso che ci si ponesse queste domande. Le cose, insomma, cominciavano a cambiare.
Un segno importante era stata la partecipazione delle donne con diritto di voto al Sinodo. Anche il linguaggio ufficiale era diventato più inclusivo: se un tempo si parlava solo di “uomini”, ora si diceva “esseri umani”. Era un piccolo ma significativo passo avanti.
Cosa speravi che traessero dal tuo libro gli studenti della Jesuit School of Theology?
La maggior parte dei miei studenti erano uomini, spesso in formazione per diventare sacerdoti o diaconi. Si interrogavano molto su come poter rappresentare una Chiesa che a volte faticava a rispecchiare i valori di uguaglianza.
Ciò che mi incoraggiava era che questi giovani riconoscevano la complessità dei problemi di cui parlavo nel libro. È più facile non vedere o andarsene; più difficile è restare, affrontare i problemi e continuare ad amare la Chiesa cattolica. Eppure loro sceglievano questa via più esigente.
Allora, si può essere cattoliche e femministe?
La risposta è un convinto “Sì, ma è complicato”. Voglio che sia chiaro: riconosco il problema del sessismo persistente nella Chiesa cattolica, ma allo stesso tempo nutro un profondo rispetto per la sua tradizione e una sincera gioia nell’appartenerle.
Il mio lavoro è quello di teologa cattolica. Insegno ogni giorno questa tradizione e credo nella sua grande sapienza. Ma tengo insieme questi due poli — la critica e l’appartenenza — e questo spesso sorprende, perché molti pensano che non si possano conciliare. La mia paura è che la gente voglia ascoltare solo una delle due voci. Io voglio dire con forza che si tratta di entrambe.
Testo originale: “Can You Be a Catholic and a Feminist?”

