Siamo cristiani. Siamo queer. E siamo parte della Chiesa cattolica!
Testo di Jason Steidl Jack* pubblicato su Outreach (Stati Uniti) il 2 gennaio 2023. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Nel 2018, l’allora arcivescovo di Filadelfia, Charles Chaput, sorprese molti quando al Sinodo dei Giovani disse: “Non esiste una cosa come un cattolico LGBTQ”. Secondo lui, usare questa sigla nei documenti ufficiali della Chiesa avrebbe significato riconoscere che si trattava di gruppi reali e autonomi, e la Chiesa, aggiunse, “non categorizza le persone in questo modo”.
Quelle parole mi colpirono profondamente. Perché se davvero non esistessero cattolici LGBTQ, allora non esisterebbero neppure le nostre obiezioni all’omofobia e alla transfobia. Se non esistessimo, non ci sarebbe bisogno di mostrarci compassione.
Eppure la verità è che la Chiesa ci categorizza eccome. Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce il desiderio tra persone dello stesso sesso come una “condizione” e gli atti omosessuali come “intrinsecamente disordinati”. Il Vaticano vieta l’accesso ai seminari agli uomini che “praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta ‘cultura gay’”. E alcuni vescovi, compreso Chaput, sostengono Courage, un ministero per chi “vive attrazioni per lo stesso sesso”.
Sono categorie reali, che hanno conseguenze reali.
Per molti responsabili della Chiesa, però, possono essere riconosciuti solo alcuni gruppi, quelli che accettano con vergogna il loro “disordine oggettivo” e che lottano contro le loro “inclinazioni omosessuali”. È un linguaggio che alimenta una lunga storia di cancellazione, manipolazione e ferite spirituali verso le persone LGBTQ.
Ma la nostra storia non si riduce a questo. Da decenni, noi cattolici LGBTQ e i nostri sostenitori abbiamo rivendicato il nostro posto dentro un’istituzione che spesso nega la nostra esistenza. Abbiamo creato ministeri di accoglienza e affermazione, radicati nella nostra fede e nella nostra spiritualità. Abbiamo portato avanti bisogni pastorali unici, nati dalle discriminazioni che abbiamo subito.
Oggi questo movimento cattolico LGBTQ sta crescendo. Le mentalità di base si stanno aprendo, i ministeri fioriscono. Perfino il papa ha mostrato segni di attenzione e sostegno. È un tempo in cui possiamo nutrire un cauto ottimismo, pur senza dimenticare il passato doloroso. Sappiamo che i nostri apostolati restano fragili e spesso ostacolati da autorità locali, diocesane o universali.
Eppure la nostra memoria resta necessaria. Più i responsabili ecclesiali tentano di cancellarci, più diventa vitale raccontare le nostre storie di perseveranza.
Conoscere la nostra storia è fondamentale per noi cattolici LGBTQ e per chi ci accompagna. Molti di noi sono cresciuti in case e parrocchie che ci hanno fatto sentire strani, fuori posto. L’omofobia e la transfobia hanno alimentato isolamento e vergogna. Non avevamo modelli, guide o santi che ci somigliassero. Ci sono voluti anni per integrare fede e sessualità, per sentirci a casa anche nel più ampio mondo LGBTQ.
Ma quando finalmente ci siamo arrivati, abbiamo scoperto un popolo reso nobile dalla lotta di generazioni. Ci siamo trovati circondati da una grande “nube di testimoni”, santi canonizzati o meno, che hanno vissuto con integrità e ci hanno insegnato a fare lo stesso. Siamo parte di un movimento orgoglioso che sta rendendo la Chiesa più simile al Vangelo di Cristo. La nostra storia ci dice che non siamo, e non siamo mai stati, soli.
Non è facile, per chi ci sostiene, stare accanto a noi. Tanti hanno pagato caro la loro solidarietà, perdendo il lavoro in scuole e parrocchie per essersi mostrati troppo vicini al nostro cammino. Viene da chiedersi: ne vale la pena? Quando cambieranno davvero le cose?
Eppure la loro alleanza è preziosa. I sostenitori aiutano noi cattolici LGBTQ a non perdere la fede. Condividono un peso che altrimenti ci schiaccerebbe, rendendo il nostro cammino più sopportabile.
Per noi, il coming out resta un atto profetico di resistenza contro la cancellazione. Harvey Milk, uno dei primi politici dichiaratamente gay negli Stati Uniti, diceva: “Non conquisteremo i nostri diritti restando in silenzio negli armadi… Stiamo uscendo! Uscendo per combattere le bugie, i miti, le distorsioni! Uscendo per dire la verità sugli omosessuali!”.
E anche dentro la Chiesa, questo gesto ha lo stesso potere trasformativo. La sincerità e la vulnerabilità dei cattolici queer aprono i cuori. Raccontare la nostra storia dimostra che mons. Chaput e altri come lui si sbagliano: i cattolici LGBTQ esistono, e come gruppo reale e autonomo hanno già più di settantacinque anni di storia.
Dal punto di vista teologico, le nostre storie sono sacre. Raccontano la presenza di Dio che agisce in modi imprevisti, fuori dai confini delle strutture tradizionali della famiglia, delle relazioni e persino della Chiesa. Noi apparteniamo al Corpo di Cristo, e la nostra esperienza richiama la Chiesa ad essere più fedele alla missione di ospitalità, compassione e accompagnamento di Gesù.
All’inizio del movimento di liberazione gay, un motto recitava: “Siamo qui. Siamo queer. Abituatevi.” Oggi il nostro impegno nella Chiesa continua a risuonare di quella stessa forza: il ministero cattolico LGBTQ è qui. Il ministero cattolico LGBTQ è queer. Ed è tempo che la Chiesa impari ad accoglierlo.
*Jason Steidl Jack è professore assistente di studi religiosi alla St. Joseph’s University di Brooklyn, New York. Ha conseguito un dottorato in teologia sistematica presso la Fordham University nel 2018.
Testo originale: The power in claiming LGBTQ Catholic history

