«Signore, insegnaci a pregare» (Luca 11,1-13)
Riflessioni di un volontario del Progetto Gionata
«Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1)
Ci sono giorni in cui pregare sembra impossibile. Giorni in cui le parole si spezzano in gola, e anche Dio pare lontano.
Ma questo Vangelo ci consola: anche i discepoli non sapevano da dove cominciare. E hanno chiesto. Con umiltà. Con desiderio. Come possiamo fare anche noi.
Gesù non risponde con una formula da recitare a memoria. Risponde con una relazione: Padre. Non un Dio rigido o irraggiungibile, ma un Dio da chiamare per nome, come si fa con chi si ama.
E forse, per chi ha conosciuto solo rifiuto, questa è la preghiera più difficile e più vera:
credere che Dio è per noi. Che ci ama così come siamo, e ci riconosce. Con i nostri nomi, con i nostri corpi, con le nostre storie.
Gesù ci insegna a chiedere il pane. Il pane di oggi, non quello di domani. Il pane del coraggio, della dignità, della libertà di essere.
Il pane della pace, che in tanti – nella Chiesa e fuori – ci hanno negato. Eppure lui ci dice: chiedi. Con fiducia. Con insistenza. Con tutto il cuore.
«Cercate e troverete. Bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9)
Noi, persone LGBTQ+, sappiamo bene cosa significa bussare. Alle porte della Chiesa, alle case, alle amicizie, all’amore.
E troppe volte abbiamo trovato silenzi, porte chiuse, sguardi abbassati. Ma Gesù non dice “forse”. Gesù promette: vi sarà aperto.
Dio non è come gli uomini. Non è come chi ci ha respinti. Dio ascolta. Dio apre. Dio dona lo Spirito a chi osa ancora credere.
Allora, forse, la preghiera più autentica nasce proprio lì: quando, con le mani vuote, ci presentiamo così come siamo. Con i desideri che ci abitano. Con le ferite che portiamo. Con la sete di amore e di senso che nessuno ha il diritto di spegnere.
E Dio ci viene incontro. Non con giudizi, ma con tenerezza. Non con condizioni, ma con un abbraccio.
Allora sì, Signore, insegnaci a pregare.
Insegnaci a pregarti con la voce che abbiamo, con i corpi che ci hai dato,
con le relazioni che custodiamo con amore.
Insegnaci a chiamarti Padre – e anche Madre
a cercarti senza paura, a bussare ancora, senza vergogna, a credere che anche per noi c’è posto nella tua casa.
Perché il tuo Spirito è dono, e tu lo doni a chiunque lo chiede, anche a chi il mondo ha messo all’ultimo posto.
E noi siamo qui. Con le mani tese. E con il cuore spalancato.

