Sinodo e persone LGBT+, bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
Riflessioni di Massimo Battaglio
Il 4 maggio scorso è finalmente stato consegnato il documento del “Gruppo 9” del Sinodo, quello in cui si è parlato di omosessualità. I media non ne hanno parlato molto – forse perché, come dice papa Leone, sono altri i problemi impellenti nel mondo in questo momento.
L’unico articolo comparso su un periodico a larga diffuzione è quello di Famiglia Cristiana, che ha titolato con catartico“Essere gay non è perversione. Per la prima volta la voce Lgbt entra in un documento presentato in Vaticano“. Per il resto, si trovano cenni su Vatican News che commenta puntualmente l’evento con l’articolo “Sinodo, pubblicati i Rapporti su selezione dei vescovi e questioni emergenti“.
Più solerti e abbondanti sono i commenti dei vari siti del fanatismo iper-cattolico, che strillano come al solito di benedizione del peccato e bla bla fratelli. Vien voglia di dire che, se sono incazzati loro, è segno che i padri sinodali hanno lavorato bene. Vediamo.
Il bicchiere mezzo pieno
In effetti c’è del buono, nella relazione del 4 maggio. C’è innanzitutto, come ha già sottolineato Progetto Gionata riportando il comunicato stampa di LGBT+ Catholics Westminster Pastoral Council, che, per la prima volta, il lavoro del gruppo di studio sinodale è iniziato con l’ascolto di alcune testimonianze vive di persone omosessuali, anzi, di coppie, e di coppie che non parlano solo di dolori e struggimenti ma anche e soprattutto della bellezza delle proprie relazioni amorose.
Serebbe stato più comodo e sicuramente meno azzardato, in un ambiente fondamentalmente clericale come quello del Sinodo, raccogliere qualche aneddoto negativo o qualche storia malinconica. Ma si sarebbe finiti per affermare ancora una volta che l’omosessuale è triste perché omosessuale. E se è credente, è infelice perché consapevole del proprio peccato. E’ bello constatare che questo fraintendimento è stato evitato con cura.
“Il peccato – si afferma a chiare lettere – non consiste nella relazione di coppia omosessuale ma nella mancanza di fede”
Temerario! Così come è una bella bomba la sigla LGBTQ con cui si conclude il paragrafo dedicato alle testimonianze stesse, di cui si parla come di
“coloro che sono rifiutati perché appartenenti alla comunità LGBTQ”.
Significativo anche quel “sono rifiutati” che supera il tradizionale ed auto-assolutorio “si sentono rifiutati”. Si riconosce una volta per tutte che le persone LGBTQ non sono bambini capricciosi che hanno l’impressione soggettiva di subire un rifiuto. Con la formula utilizzata si ammette che tale rifiuto è oggettivissimo, reale e agito soprattutto dalla Chiesa.
Il coraggioso atto di accusa prosegue riconoscendo che, da un’analisi della realtà attuale, vengono “in luce le molte incomprensioni nella comunità cristiana con radicati atteggiamenti di omofobia e transfobia”.
E’ liberante che si ammetta l’esistenza dell’omofobia e ce ne si faccia carico. Ed è fragoroso che, tra gli atteggiamenti omofobi, si annoverino anche le “terapie riparative” avvertendo che sono inutili e “devastanti”. Quasi sorprende che, nel trattare di esse “terapie”, si critichino e quasi condannino esplicitamente quelle organizzazioni come “Courage” che, pur non ammettendolo, mettono in pratica proprio questi tipi di “pastorale”. Ottimo.
Il bicchiere mezzo vuoto
E’ strano però che, in mezzo a tutte queste affermazioni coraggiose, si cada sui due argomenti, fondamentali, della “pastorale dell’accoglienza” e della “dottrina”. Su questi punti, compaiono solo le solite tiritere: non sono necessarie riforme dottrinali, è più importante il “discernimento”, bisogna “accompagnare” le persone.
Come si fa a sottolineare l’importanza della tradizione e del magistero, quando le sole cose che il magistero dice sono quelle, vetuste, e a tratti crudeli, riportate nel Catechismo? Ricordiamole:
“L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. […] La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”.
Queste pesanti sentenze, finchè sopravviveranno, continueranno a fornire la scusa per la sacralizzazione dell’omofobia che pur si vuole condannare. Ed è inutile che si ricordi che lo stesso Catechismo, insieme ai documenti magistrali che lo hanno preceduto, dica anche, poco più in là, che le persone omosessuali “devono essere accolte con rispetto” eccetera. Perché quella affermazione non è che una sorta di digestivo per far accettare tutte le altre enormità. Basta leggerle nel loro immediato contesto.
“Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione”.
I termini “a loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione” sono strettamente correlati al pregiudizio delle righe precedenti per cui “questa inclinazione” è “oggettivamente disordinata”. Praticamente, noi saremmo dei poverini che il Signore ha voluto mettere alla prova infliggendoci la croce dell’omosessualità.
Del pari, mi sembra piuttosto azzardato tentare di capovolgere il senso della famigerata lettera firmata dall’allora cardinal Ratzinger sulla “cura pastorale delle persone omosessuali”, esplicitamente citata nel documento sinodale, trattandola come qualcosa di moderno. Essa tende piuttosto a dimostrare che le discriminazioni, almeno ogni tanto, non sono affatto ingiuste.
E infatti, la successiva lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1992 (sempre prefetto Ratzinger) intitolata “Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali”, chiarirà, testualmente, che
“Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale: per esempio, nella collocazione di bambini per adozione o affido, nell’assunzione di insegnanti o allenatori di atletica, e nel servizio militare”.
E giustifica queste corbellerie precisando che:
“i diritti non sono assoluti. Essi possono essere legittimamente limitati a motivo di un comportamento esterno obiettivamente disordinato. Ciò è talvolta non solo lecito ma obbligatorio, e inoltre si imporrà non solo nel caso di comportamento colpevole ma anche nel caso di azioni di persone fisicamente o mentalmente malate. Così è accettato che lo stato possa restringere l’esercizio di diritti, per esempio, nel caso di persone contagiose o mentalmente malate, allo scopo di proteggere il bene comune”.
Come si fa a parlare di “pastorale dell’accoglienza” tenendo in vita questi mostri preistorici? Capisco che toccare le cose del futuro papa Benedetto XVI dopo aver contribuito a costruirgli intorno il mito del “raffinato teologo” può essere imbarazzante. Ma qui ne va non solo delle persone LGBTQ ma della stessa Chiesa e della sua onorabilità. Perché, se c’è qualcosa di veramente imbarazzante, è che essa si relazioni al mondo dando per buone affermazioni tanto irricevibili.
I temi divisivi
Leone XIV ha più volte sottolineato che, sui nostri temi, bisogna essere cauti perché sono divisivi. E si capisce bene cosa vuole sottintendere: la Chiesa americana, le Chiese dell’Africa, del medio oriente o delle Filippine non sono pronte per affrontare i temi LGBTQ. Anzi: per loro, l’omofobia è quasi un sacro fuoco, un undicesimo comandamento.
D’altra parte, nella fase iniziale del Sinodo, come già in occasione della promulgazione di Fiducia Supplicans, alcuni vescovi del continente nero avevano rilevato che qualunque discorso “gay fiendly”, nei loro Paesi, rischiava di diventare pericoloso perché gli atti omosessuali sono ancora trattati come reati, punibili talvolta con la morte.
Tuttavia non mi è mai capitato di sentire, dagli stessi vescovi, qualche parola critica nei confronti dei loro Governi, il più delle volte dittatoriali e comunque indemocratici. Al contrario, come ricorda padre Martin nelle sue “risposte ai delegati del Sinodo che sono contrari alle questioni LGBT+” essi si sono spesso espressi sull’omosessualità proferendo termini come “disgustosa”, “ripugnante”, “innaturale”, frutto di una “ideologia importata” e del “neocolonialismo”.
Certo: il tema è effettivamente “divisivo”. Solo che divide tra chi ha ragione (noi) e chi ha torto marcio. Ed è profondamente ingiusto che le spese di chi ha torto – e conferma di averlo utilizzando un linguaggio volgare e nemmeno ridicolo – ricadano su chi ha ragione.
La pastorale dell’accoglienza?
L’altro punto debole del documento sinodale è la cosiddetta “pastorale dell’accoglienza”. Il termine “accoglienza” compare ben sette volte, sempre legato a indicazioni di buone prassi ecclesiali e comunitarie. La Chiesa deve accogliere, aprire le porte, ascoltare eccetera. Sembrano concetti teneri, pieni d’amore. In realtà, come ripetiamo da sempre, sono parole insufficienti e persino ingannevoli.
Innanziutto, cosa sono le “buone pratiche improntate all’accoglienza”? Permettere che un gay faccia il catechista o il capo scout o che suoni l’organo? In certi contesti, è già qualcosa ma esaurisce i nostri bisogni?
Ma soprattutto, chi accoglie chi? “Se tu mi accogli”, bellissimo corale di bachiana memoria, si canta ai funerali, non ai matrimoni. E lo si fa rivolgendosi al Padre Buono, non al Papa, ai vescovi e ai viceparroci. Dio, non altri, è colui che accoglie i suoi figli. La Chiesa non si può arrogare il diritto di accogliere o meno e non può fare dell’accoglienza un vanto, una medaglia di bontà. Per lei, l’accoglienza è un semplice dovere, un minimo sindacale che prelude all’altro suo dovere principale: quello di rendere accoglibile il Vangelo di Gesù, il quale, a sua volta, non si presenta come un padrone di casa accogliente ma anzi, si pone dalla parte dell’ospite.
“Ecco, io sto alla porta e busso”, dice il Signore in Apocalisse 3:20. “Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me”.
Compito della Chiesa non è tanto di spalancare con munificenza le proprie porte a questa o quella categoria di persone ma piuttosto di aiutare ciascuno ad aprire la propria porta allo Spirito.
Noi persone LGBTQ siamo già state accolte nel popolo di Dio una volta per tutte all’atto del nostro battesimo. Non abbiamo alcun bisogno, né dobbiamo sentire alcun obbligo, di subire ulteriori verifiche morali per confermare il nostro essere cittadini dell’assemblea dei credenti e del mondo.
Questo sfugge ancora molto a chi, pur in buona fede, pur volendoci bene, continua ad anteporre il “bene comune” della Chiesa ai nostri diritti di cristiani, cioè di membri titolari della Chiesa stessa.

