Sinodo della chiesa cattolica italiana, gioie, speranze e topolini
Riflessioni di Massimo Battaglio
Questa volta, sembra che il Sinodo della Chiesa cattolica italiana stia per partorire un topolino più grande del solito. Si direbbe un gran bel topolino. Parliamo del documento di sintesi che verrà messo ai voti questa mattina 25 ottobre. E’ molto diverso da quello che l’assemblea aveva tassativamente rifiutato a maggio a causa delle pesanti censure operate dall’ufficio di presidenza. E’ infatti frutto di una completa riscrittura collettiva avvenuta nei mesi successivi e presenta novità considerevoli. Merita di essere approvato.
In questa sede, ci occupiamo solo della parte dedicata a noi popolo LGBT+, che veniamo definiti “persone omoaffettive”. Si potrebbe discutere a lungo sull’appropriatezza del termine. All’inizio infatti, era stata proposta proprio la sigla “LGBTQ+”. Ma si sa: qualche dispetto ai sodomiti bisogna sempre farlo, soprattutto se gli si vuole concedere qualcosa. E poi la Chiesa non ama questi acronimi troppo moderni. San Tommaso non li usava (e tenderei a giustificarlo).
Vediamo il testo, al punto 30, intitolato “La Cura delle Relazioni” (sottotitolo: “Tutti, tutti, tutti”). Si parla di tutte le persone che vivono “situazioni affettive e familiari stabili diverse dal sacramento del matrimonio”. Con ciò si intendono le relazioni di coppia normalmente considerate anomale rispetto a quanto contempla l’attuale dottrina. Dice:
Essere segno del Regno di Dio implica relazioni autentiche e comunionali, che mostrino le differenze come ricchezza. La comunità ecclesiale vuole essere uno spazio nel quale ognuno può sentirsi compreso, accolto, accompagnato e incoraggiato, con una particolare attenzione a coloro che rimangono ai margini. Siamo coscienti che, per “passare dalla logica escludente del dentro/fuori ad una di implicazione e riconoscimento” (LAS 11), in alcuni casi e su alcuni temi occorre ancora un ulteriore approfondimento, confronto e discernimento comuni, per arrivare, con gradualità, a scelte condivise. Ma, al tempo stesso, non vogliamo rinunciare a tenere ben presente che “lo sguardo di fede rifugge le rigide categorie e domanda di accogliere le sfumature, comprese quelle che a occhio nudo non si vedono“ (LAS 6), poiché i “discepoli sono in cammino verso una realtà che ha posto per tutti e tutte“ (LAS 20). Pertanto, l’Assemblea sinodale avanza le seguenti proposte.
a. Che le Chiese locali e le Conferenze Episcopali Regionali promuovano percorsi di accompagnamento, discernimento e integrazione nella pastorale ordinaria di quanti desiderano fare cammini di maggiore integrazione ecclesiale, ma sono ai margini della vita ecclesiale e sacramentale a causa di situazioni affettive e familiari stabili diverse dal sacramento del matrimonio (seconde unioni, convivenze di fatto, matrimoni e unioni civili, etc.).
b. Che le Chiese locali promuovano percorsi e approcci pastorali di accompagnamento e integrazione nella vita ecclesiale delle coppie conviventi, che hanno in animo una futura unione nel sacramento del matrimonio, tenendo conto di questo loro desiderio.
c. Che le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso
negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana.
d. Che la CEI sostenga con la preghiera e la riflessione le “giornate” promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e transfobia, etc.).
e. Che le Chiese locali e le Conferenze Episcopali Regionali formino opportunamente gli operatori pastorali e si avvalgano di esperienze formative e prassi già in atto.
Tanta roba! Si riconosce la ricchezza delle diversità; si dice che ognuno dev’essere non solo accolto ma compreso e incoraggiato. Si dichiara di voler abbandonare le logiche escludenti; si riconosce di aver posto ai margini (ingiustamente) tante persone. Già solo queste dichiarazioni meritano un voto favorevole. Ma si va oltre.
Si stimolano le chiese locali a istituire veri e propri percorsi pastorali con le persone LGBT+ e/o divorziate e/o conviventi; si raccomanda la formazione degli operatori pastorali in medito. Infine ci si impegna addirittura a sostenere le giornate contro l’omofobia, la pedofilia ecc. E sottolineo “addirittura”, visto che non sono pochi coloro che ancora oggi si mostrano scandalizzati a ogni nostra iniziativa anche solo di preghiera.
Su questo punto, il testo definitivo (rivisto dalla presidenza e pubblicato nella scorsa settimana) è leggermente diverso dalla bozza elaborata a settembre. Là si diceva:
“Che la CEI, come hanno già fatto molte Chiese locali, aderisca con la preghiera e la sensibilizzazione a “giornate” promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, l’omofobia e transfobia, etc.)”
Si passa da un “aderire” a un più distaccato “sostenere”, dalla “sensibilizzazione” alla più mite “riflessione”. E si cancella il riferimento a coloro che già operano in questa direzione. Ma è comunque tanto. Chissà che un giorno si dica chiaramente che ci si vuole impegnare a sostenere leggi e provvedimenti contro l’omotransfobia (ma me la vedo grigia).
Non mancano criticità ancora non risolte. Non si fa cenno alla necessità di un aggiornamento della dottrina, alla quale possono continuare ad aggrapparsi tutti gli omofobi-in-nome-di-Dio per interpretare le stesse indicazioni del Sinodo a loro piacimento e cioè in senso restrittivo. E soprattutto, emerge di continuo un termine gentile ma ambiguo: “accompagnamento”.
Lo ha notato molto bene uno dei partecipanti al Sinodo stesso, Sergio Ventura che, sul blog “Vino Nuovo”, propone un articolo dal titolo “Cammino sinodale: approvare, o non approvare, questo è il dilemma!”. Vediamone alcuni passaggi:
“La prima critica, inevitabile, riguarda la parola, o meglio la categoria di accompagnamento che appunto, nonostante le mie “ottimistiche” aspettative contrarie, è invece onnipresente nel testo in modo, se posso permettermi, quasi delirante”.
“Come è possibile, giunti a questo punto, non rendersi conto che la categoria dell’accompagnamento stona, stride terribilmente con le finalità? E che, invece, parlare di compagnia o affiancamento risulterebbe più adeguato e rispettoso della dignità di tutte queste persone?”
Ha ragione. Il verbo “accompagnare” è suadente ma traditore. Etimologicamente ha un significato stupendo: significa “farsi compagni”, cioè condividere lo stesso pane. Ed è bello immaginare una Chiesa che condivide lo stesso pane o, per dirla con Paolo VI, fa proprie “le gioie e le speranze, le angosce e le tribolazioni” (Gaudium et Spes) di tutti, a partire da chi il mondo esclude. Forse, chi ha steso questa parte di documento di sintesi pensava proprio a questo.
Tuttavia, il senso più comune di “accompagnare” è un altro. Si “accompagnano” a scuola i bambini; si “accompagna” un cantante affinché esegua più facilmente il brano assegnatogli rispettanto lo spartito dato. Insomma: chi decide la strada della persona accompagnata non è lei stessa ma l’accompagnatore.
E sappiamo bene qual è la strada teoricamente prevista dall’accompagnatrice Chiesa per gli accompagnati LGBT+. Dobbiamo quindi intendere che i “percorsi pastorali” e le forme di sostegno e tutto quanto siano finalizzati a condurre le coppie omoaffettive sulla strada della castità forzata? Dobbiamo dedurre che gli “approcci pastorali” e le iniziative di “integrazione” avranno lo scopo di farci accettare con più serenità la nostra esclusione dai sacramenti e dai ministeri? Tradotto per i poveri: non posso fare il catechista perché no, e non posso neanche allenare la squadra di calcio dell’oratorio perchè non si sa mai. Ma adesso che me l’hanno spiegato bene e con delicatezza “accompagnandomi” a capire tutto, come sono contento!
No eh? Sono persuaso che nessuno dei partecipanti al Sinodo (o quasi nessuno) aveva questi retropensieri. Ma personalmente continuo a sentire un odorino di paternalismo, un’idea di persona LGBT+ che, come un bambino, va accompagnata a scuola perché non conosce la strada e i suoi pericoli o, come un cantante in erba, va sostenuto e non gli è concessa improvvisazione. Ci vuole sempre l’accompagnatore; ci vuole il prete.
Forse sono davvero retropensieri ma il problema è che sono retropensieri possibili. E i vari blog fondamentalisti sono già lì che si suggeriscono uno con l’altro i trucchi per metterli in pratica.
D’altra parte, al paragrafo successivo dello stesso documento di sintesi, intitolato “L’Attenzione per la Dimensione Affettiva”, si propone quanto segue:
“Le Chiese locali, sostenute da una indicazione nazionale, con il contributo della pastorale giovanile e familiare, dei movimenti, associazioni, gruppi e realtà civili, avviino, almeno a livello interdiocesano o di regione ecclesiastica, équipe che valorizzino le buone prassi pastorali già in atto e che coordinino nuovi percorsi di formazione alle relazioni e alla corporeità-affettività-sessualità – anche tenendo conto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere – soprattutto di preadolescenti, adolescenti e giovani e dei loro educatori”.
Bellissimo! Apparentemente in controtendenza anche rispetto alla politica italiana che vuole eliminare l’educazione sessuale dalle scuole. Ma quale educazione, quale “formazione alle relazioni e alla corporeità-affettività-sessualità” si immagina? Un’educazione scientificamente aggiornata o un ripasso del catechismo e corollari vari?
E a quali “movimenti, associazioni, gruppi” ci si riferisce? A quelli come La Tenda di Gionata, Cammini di Speranza e tanti altri, o a certi apostolati vecchio stampo il cui scopo è di far distogliere le persone omo-bi-transessuali dalla loro dimensione sessuale ed affettiva?
Il dubbio resta. Ed è da prevedere che il documento finale del Sinodo – se sarà approvato come tutti speriamo – avrà un’attuazione piuttosto burrascosa. Vedremo prassi a confronto ma soprattutto scontri tra i loro promotori. Il vantaggio è che questi scontri avverranno a carte scoperte.

