Sotto l’arcobaleno: quando il razzismo, la transfobia e la discriminazione viene dalle persone LGBTQ+
Articolo di Molly Sprayregen, pubblicato su LGBTQ Nation (Stati Uniti) il 12 dicembre 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Kaila Adia Story racconta che la prima volta in cui ha sentito una persona bianca definire una persona nera come ”negra” era in un bar gay. Si era appena trasferita a Louisville, nel Kentucky, ed era lì con alcuni amici. Quando il proprietario entrò con due cani dall’aria minacciosa, lei salì su un tavolo da biliardo per evitarli.
Gli chiese di legare i cani, ma lui rispose in modo ostile: “Non mi piacciono le ragazze grasse sui miei tavoli da biliardo”. La discussione degenerò, gli amici di Story la difesero e, nel mezzo della lite, il proprietario chiamò uno di loro con un insulto razzista.
Se quell’uomo si sentiva così tranquillo a usare quella parola, pensò Story, allora doveva averlo già fatto altre volte. Così iniziò a protestare contro il locale gay, decisa a far chiudere il bar. A quel punto cominciò a ricevere lettere d’odio. Ma la cosa più sconvolgente fu che arrivavano da altre persone queer, in particolare persone queer bianche. Erano arrabbiate con lei perché stava attaccando uno “spazio queer”. Chi era lei per voler togliere loro un posto dove si sentivano al sicuro?
“Non so se abbiano pensato che, essendo nera, non potessi essere anche lesbica”, ha raccontato a LGBTQ Nation. (…)
Questo episodio è il cuore del suo libro del 2025, The Rainbow Ain’t Never Been Enough (L’arcobaleno non è mai stato abbastanza), che smonta il mito secondo cui esisterebbe una grande e compatta “comunità LGBTQ+” unita sotto lo stesso arcobaleno. Secondo Story, gli spazi queer non sono ugualmente sicuri per tutte le persone e spesso possono essere razzisti e transfobici quanto qualsiasi altro luogo.
In molte città ci sono volute le proteste per smantellare pratiche discriminatorie, come i controlli selettivi all’ingresso di alcuni bar gay. Eppure, dice Story, molte persone LGBTQ+ cis bianche vivono la propria identità queer come una sorta di assoluzione che le esonera dal farsi davvero carico delle persone trans e delle persone queer di colore.
Alla domanda sul perché esista ancora il mito della solidarietà LGBTQ+, Story spiega che è stato costruito nel tempo, soprattutto dai media. Secondo lei, le campagne per il matrimonio egualitario hanno avuto un ruolo centrale nel diffondere questa idea. Racconta che, ogni volta che vedeva una campagna a favore delle nozze tra persone dello stesso sesso, le persone LGBTQ+ di colore erano quasi sempre raffigurate in coppia con una persona bianca.
Modelli, non coppie reali, usati per mettere in scena un messaggio “accettabile” per il grande pubblico. A lei, pur condividendo la battaglia per i diritti, dava fastidio non vedere mai coppie queer nere o coppie trans nere presentate come volto di quella lotta.
(…) Ricorda che Sylvia Rivera, durante la prima parata del Pride a Christopher Street, fu fischiata, le tirarono addosso degli oggetti e le dissero di stare zitta proprio uomini gay cis bianchi. Oggi celebriamo Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera come simboli della liberazione queer, ma nella loro vita quotidiana subirono esclusioni e violenze anche all’interno degli spazi queer (Story, The Rainbow Ain’t Never Been Enough, Beacon Press, 2025).
Alla domanda se questa idea di falsa solidarietà riguardi solo le persone queer bianche, Story risponde che no, il razzismo può essere interiorizzato anche da persone LGBTQ+ nere. (…)
Quando parla della differenza tra “alleati” e “solidali”, Story è molto chiara. Diventare solidali significa usare i propri privilegi per sfidare il razzismo, la transfobia e il sessismo negli spazi da cui si proviene: la famiglia, la chiesa, la comunità. È un lavoro emotivamente pesante, perché significa entrare in conflitto con persone che si amano. Ma è proprio questo il lavoro che cambia le cose. (…)
Essere solidali significa entrare negli spazi queer con rispetto, senza colonizzarli, e allo stesso tempo fare advocacy fuori, nelle strade e nei contesti di potere. È un lavoro faticoso, come tutto ciò che riguarda la giustizia, ma è necessario.
Story insiste sull’importanza delle conversazioni quotidiane. Anche affrontare il “nonno razzista” o lo “zio transfobico” può innescare un cambiamento, perché costringe le persone a interrogarsi sulle proprie idee, spesso assorbite senza mai essere messe in discussione.
Le persone gay cis, dice, dovrebbero alzare la voce per le persone trans con la stessa forza con cui l’hanno fatto per il matrimonio egualitario o contro i divieti ai drag show. Il problema è che anche molte persone gay cis hanno interiorizzato la transfobia della società dominante.
(…) Quanto al simbolo dell’arcobaleno, racconta che da giovane per lei significava “luogo sicuro”. Col tempo, però, si è resa conto che quegli spazi non erano affatto sicuri per lei come donna queer nera. Ovunque andasse, da Detroit a Chicago, da Philadelphia a Louisville, doveva fare i conti con microaggressioni o razzismo esplicito. L’arcobaleno, a un certo punto, le è sembrato più un velo che copriva i problemi reali. Oggi spera che si possa “rimettere insieme l’arcobaleno” in modo autentico, nell’interesse di tutte e tutti, non solo di alcune persone.
Alla domanda se qualcosa sia migliorato dai tempi in cui Sylvia Rivera veniva fischiata sul palco, Story riconosce dei passi avanti nella rappresentazione, soprattutto grazie a creative e attiviste trans e nere come TS Madison, Raquel Willis, Angelica Ross, Monica Roberts e Imara Jones.
Ma allo stesso tempo esistono ancora organizzazioni gay, lesbiche e bisessuali che attaccano apertamente le persone trans e sostengono leggi discriminatorie, come la Lesbian, Gay, Bisexual Alliance nel Regno Unito o Gays Against Groomers negli Stati Uniti. Le persone trans e non binarie continuano a subire misgendering, deadnaming e razzismo, spesso tutto insieme.
La conclusione di Story è netta: potremo davvero esserci gli uni per le altre solo quando finiranno la transfobia, il razzismo e la discriminazione verso le persone non binarie.
La sopravvivenza e la libertà delle persone trans e non binarie sono una lotta che riguarda tutte e tutti. La posta in gioco è troppo alta per far finta di niente.
* Kaila Adia Story è professoressa, ricercatrice e attivista statunitense. Si occupa di studi queer, studi afroamericani, cultura popolare e intersezionalità. Il suo libro più recente è The Rainbow Ain’t Never Been Enough (Beacon Press, 2025).
Testo originale: Restoring the rainbow: How cis white gay folks must show up for trans & queer people of color

