Strade nuove per cristiani LGBTQ+ in cerca del cambiamento
Intervento di Paolo Spina al weekend “Attivismo LGBT+ cristiano: tra storia, cambiamenti, prospettive” del gruppo Il pozzo di Sicar di Torino (Mortara, 28/29 marzo 2026)
Ieri abbiamo guardato al passato attraverso i passi della storia del movimento cristiano LGBTQ+ in Italia, parallelamente ai pronunciamenti magistrali: ne abbiamo letto anche alcuni stralci, e alcune parole, come quelle di Persona humana (1975) continuano a ferire, anche a cinquant’anni di distanza.
Ferruccio Castellano invece diceva: “Amare non è solo un mio diritto, ma un mio dovere: per questo non intendo rinunciare né ad amare né alla mia fede”. È alla luce di queste parole che intendo rileggere il pellegrinaggio giubilare che abbiamo compiuto come cristiani LGBTQ+ lo scorso settembre, provando a intuire qualche passo che può guidare il nostro futuro.
Una parola, innanzitutto, sulla genesi di questo pellegrinaggio, che parte da lontano, da più lontano di quanto possiamo immaginare: da quel 2000 in cui si creò una contrapposizione tra la Chiesa cattolica che celebrava il suo giubileo e la comunità LGBTQ+ che, proprio a Roma, viveva il World Pride, partecipato anche dai nostri gruppi.
Il pellegrinaggio che abbiamo compiuto parte dall’idea, in certo modo, di sanare una ferita e, al tempo stesso, dal desiderio di dire: “Ci siamo anche noi!”. E questa voce è la stessa voce che domanda – con l’anelito di un cuore battagliero e ardente, non con il timore di chi mendica – che sia benedetto un amore tra due persone, chiunque esse siano, da parte di chi abitualmente, senza problema alcuno, benedice motociclette, zainetti scolastici e panettoni.
Sono qui a parlare del pellegrinaggio giubilare perché, come volontario de La tenda di Gionata, insieme ad altre e ad altri, sono stato particolarmente coinvolto nella preparazione delle liturgie; nonostante questo non vi nascondo alcune mie iniziali perplessità, che posso manifestare attraverso alcune domande che mi ponevo: il giubileo parla ancora a me, al mio vissuto e al mio cammino di fede? Parla ancora l’idea di un pellegrinaggio, di attraversare una porta definita santa, dell’indulgenza?
Per cercare di rispondere a queste domande, procedo sottolineando alcuni passi significativi, vissuti e celebrati a Roma.
• Un cammino che viene da lontano
C’è stata sicuramente una preparazione prossima consistita nel coordinare le iscrizioni, nel preparare le liturgie e le relative traduzioni, nel curare i canali social e l’ufficio stampa, ma c’è stata anche e soprattutto una preparazione remota, quella della storia che abbiamo ripassato ieri e quella personale di ciascuno di noi.
In me questa percezione è letteralmente esplosa in un pianto all’inizio della Messa di sabato, mentre ascoltavo e cantavo le parole: “Veniamo da te, chiamati per nome”: era come se proprio lì, nella chiesa del Gesù, tra tante persone provenienti da ogni dove – circa 1500, da 22 Paesi del mondo – potessi dire al me stesso adolescente in quel paesino sperduto della bassa novarese, e al me stesso trentenne lasciato fuori dal seminario, le parole profetiche di Isaia: guarda: “I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio!” (Isaia 60,4).
• L’omelia del vescovo Francesco Savino
Di questo testo di cui tanto si è parlato e che tanta eco ha avuto nelle settimane successive possedevo la versione ben prima della Messa di sabato, sotto embargo, per tradurla in francese. Ascoltandola in diretta, però, mi accorgevo di alcune aggiunte “a braccio” che la rendevano ancora più viva, colorita, carica di profezia e di speranza.
Cito letteralmente: “Il giubileo che cos’era? Era l’anno della restituzione delle terre a coloro a cui erano state sottratte. Fratelli e sorelle, lo dico con emozione: è l’ora di restituire dignità a tutti, soprattutto a chi è stata negata!”. E qui l’assemblea si è sciolta in un lunghissimo e commosso applauso.
• Il passaggio della porta santa
Fu il momento cruciale dell’intero pellegrinaggio: aldilà delle emozioni di ciascuno l’elemento più significativo per me fu osservare tutte e tutti coloro che entravano – chi da solo, chi coi genitori, chi in compagnia della propria amata o del proprio amato, magari tenendosi per mano – mentre guardavano quegli stipiti e l’interno della basilica con uno sguardo di meravigliato stupore, quasi a domandarsi: “Sta succedendo per davvero?!”, e non potevano che affiorare alle mie labbra e al mio cuore le parole con cui il salmo 126 comincia: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion ci sembrava di sognare”.
E ora, che fare? Anche qui provo a tracciare alcuni pensieri provocati dalla liturgia che vivremo tra qualche istante e dal momento storico che stiamo attraversando.
• Da una Chiesa in difesa a una Chiesa indifesa
Gli scandali di questi ultimi anni, gli abusi, la maggior presa di coscienza e il maggior numero di strumenti a disposizione delle battezzate dei battezzati da un lato e, dall’altro, una sempre minor rilevanza di tutto ciò che ha a che fare con il cristianesimo in sempre più numerosi contesti laici, rendono – seppur paradossalmente – il discepolato più autentico e più agile.
Oggi più che mai seguire Gesù e il suo Vangelo si connotano sempre meno a una dimensione di potere e sempre più a un servizio che si incarna nelle vite di coloro che sono stati messi ai margini, e che proprio ai margini vivono con particolare intensità e luce il messaggio evangelico.
• “Le strade nuove le aprono le persone che si rinnovano”
È una frase della teologa Annamaria Corallo alla quale tengo particolarmente, perché non è il pensiero magico di varcare una soglia aperta ogni 25 anni a cambiare la vita o a rinnovare la fede; neppure il passato, tanto personale quanto collettivo, non è cancellato attraverso gesti eclatanti o meno, perché è come il Risorto, che non cancella i segni dei chiodi della passione: Dio salva trasformando.
Sappiamo anche che in Gesù l’opera di Dio è compiuta, ma non conclusa. Dio opera ancora, e il dono che siamo noi – anche nell’orientamento sessuale, anche nell’identità di genere, anche nelle nostre relazioni – è dato a me, è dato a noi, ma non è per me, non è per noi: deve essere messo a servizio.
• “È possibile stare nella Chiesa e andare contro il Vangelo?”
È la domanda paradossale ma autentica – ricevuta da un amico, deluso dall’ennesimo segno di incapacità di comprensione da parte di un esponente della gerarchia – di chi come noi vede l’amore che ci abita negato, offeso e condannato da certo magistero, che non viaggia alla stessa velocità della pastorale ordinaria e della ricerca teologica.
La domanda non è retorica: è, anzi, serissima e abita il cuore della vita della Chiesa. Ciò che conta è non rinunciare al Vangelo per salvare la Chiesa, non mettere l’istituzione davanti alla profezia del Regno di Dio: solo così non si salva l’uno per rinunciare all’altra, né si salva l’una per rinunciare all’altro.
Noi abbiamo la grazia paradossale di assumere una responsabilità personale di fronte a entrambi, di fronte al Vangelo e di fronte alla Chiesa, di abitare cioè la posizione pericolosa di chi vive sulla propria pelle l’”et-et”, non l’”aut-aut”.
Le frizioni tra un Vangelo fortemente proteso verso il Regno e una Chiesa fortemente radicata nella storia sono inevitabili, l’abbiamo visto e lo vediamo, ma io pretendo di annunciare una Chiesa figlia del Vangelo! Come mi fa fatica quando si dice: “Nella Chiesa la verità è immutabile”, appellandosi alla dottrina e alla tradizione: è una falsità contestabile da qualunque studente dopo le prime lezioni del corso di storia della Chiesa!
Il primo a non essere immobile e immutabile nella storia della rivelazione è proprio Dio: un Dio che assume come criterio ermeneutico il “todo cambia”. Dio lo accetta perché si rivela nella storia delle donne e degli uomini che siamo noi: e noi lo accettiamo questo criterio, anche nella consapevolezza che sono necessari tempi che non ci appartengono?
• La domenica delle palme
Quel giorno viviamo una liturgia gioiosa, ma dovremmo liberarci di questa immagine offuscata dal sentimentalismo di agitare rami di ulivi e di palma cantando: la prima domenica delle palme fu una rivolta. Narrata in tutti e quattro i vangeli, Gesù si confronta con un sistema di occupazione in quella che era la Gerusalemme dominata dal potere romano; lui non inventa nulla, fa la parodia di ciò che facevano i romani quando conquistavano una città, e al tempo stesso dichiara solennemente l’inaugurazione di un regno che non è di quaggiù.
Chi era lì non celebrò un pio rituale: era gente che viveva nella propria carne l’oppressione da parte di un iniquo potere, e Gesù entra in Gerusalemme e conduce questa marcia diretto al tempio, dove rovescia i banchi dei cambiavalute.
Fu un vero e proprio atto di disobbedienza civile: oggi più che mai dobbiamo ricordare che la chiamata a seguire Gesù non significa agitare un rametto cantando Osanna; semmai, compiere questo gesto liturgico significa domandarsi: “Con quale potere opprimente mi sto confrontando? Quali tavoli necessitano di essere rovesciati?”. Nessuno di noi è perfetto, ma la chiamata a seguire Gesù significa chiedersi nella verità per cosa valga la pena soffrire per amore, per cosa valga la pena anche combattere.
Da qui nascono alcune domande che lascio per la riflessione personale, per i giorni che verranno e per il nostro cammino di discepolato come singoli e comunitariamente. In realtà sono le domande che discepoli posero a Gesù il primo giorno degli Azzimi: “Dove vuoi che prepariamo?” (Matteo 26,17). La Pasqua che Gesù inaugura è memoriale della liberazione del popolo dei credenti da parte dell’oppressore e, al tempo stesso, qualcosa di molto, molto di più: si tratta di decidersi, di scegliere dove si è disposti a morire, perché possa compiersi un mistero d’amore più grande di noi.
Il rettore della chiesa del Gesù, mentre sistemavamo la basilica dopo le celebrazioni, mi disse: “Terrò in archivio il rituale che avete preparato perché è storico, cioè unico: nel 2000 un giubileo così non l’avete fatto, e penso non lo farete nemmeno nel 2050”.
Credo tutti sogniamo un momento in cui non ci sia più necessità di gruppi come i nostri: ciò significherà che da una pastorale di compassione e comprensione saremo arrivati ad una accettazione reale e un riconoscimento delle nostre vite, con le nostre identità, i nostri orientamenti, i nostri amori.
Nonostante quanti ancora, anche nella Chiesa, non comprendono, ostacolano, cercano ogni giustificazione contro, sono sempre più convinto che noi si debba seguire la strada di Gesù che, entrando in Gerusalemme, replica con mitezza, ma non con timidezza.
Abbiamo camminato tanto, raccogliendo anche i passi di chi ci ha preceduto; lo abbiamo fatto con perseveranza, ma questo non ci ha fatto sconti sulla stanchezza. A me pare sia ampiamente giunto il tempo di replicare – con mitezza, non timidezza – e di domandarci, nella concretezza della nostra vita che chiama la vita, in ascolto dei nostri corpi e dei nostri cuori: “Dov’è il mio posto? Dove vuoi che prepariamo per te, Gesù, perché tu possa ancora oggi fare Pasqua di salvezza e liberazione qui, con noi?”.
* Paolo Spina è un medico, appassionato di Sacra Scrittura e teologia femminista e queer. Laureato in Scienze religiose, collabora con il Progetto Cristiani LGBT+ e con La tenda di Gionata scrivendo su temi di attualità e cristianesimo. Le sue riflessioni le trovi raccolte qui.

